Archivio mensile:giugno 2012

Villa Adriana: un “tesoro salvato”

“Salviamo Villa Adriana”[1] è il titolo dell’articolo pubblicato su un noto quotidiano nazionale il 23 maggio 2012. È solo uno dei tanti richiami che nel corso degli ultimi mesi sono stati presentati per la salvaguardia di un territorio storico, archeologico e ambientale con al centro il complesso di Villa Adriana. Il prefetto-commissario di Roma, Giuseppe Pecoraro, aveva proposto di costruire a Corcolle poche centinaia di metri dagli scavi della villa la nuova discarica che avrebbe dovuto sostituire la maxidiscarica di Malagrotta, destinata a chiudere.

Contro la scelta di una discarica a Corcolle si sono opposti esponenti della cultura mondiale e di tante associazioni tra cui Legambiente, Fai, Wwf, Italia Nostra[2].

 Lo stesso ministro dei beni culturali Ornaghi aveva dichiarato “Non possiamo permetterci un’ondata di legittime critiche internazionali, per il bene del Paese, Villa Adriana e il suo ambiente storico-naturalistico non possono essere sfregiati”. L’Unesco, nell’ultima riunione, aveva messo all’ordine del giorno la possibilità di togliere il prestigioso sigillo a Villa Adriana nel caso la discarica fosse  stata aperta[3].

Grazie alle proteste e alla mobilitazione, il progetto di creazione della nuova discarica è stato annullato. A seguito di ciò il prefetto-commissario di Roma, Giuseppe Pecoraro, si è dimesso, sostituito da Goffredo Sottile e si cerca ancora il nuovo sito da destinare a nuova discarica[4].

Dalle prime avvisaglie sono nate iniziative “anti-discarica”[5] che hanno visto impegnate personalità politiche, associazioni internazionali e la comunità stessa del territorio del comune di Tivoli, in protesta contro una siffatta azione. Ciò che più ha stupito è stata la scelta di creare una discarica nei pressi di un comprensorio archeologico delle dimensioni di Villa Adriana al centro di un’area dedita alla coltivazione biologica e di particolare interesse storico archeologico, e sito patrimonio dell’umanità dal 1999 sotto la protezione dell’Unesco[6], da cui sarebbe sicuramente uscita dopo un intervento di questo tipo. Il pericolo è stato scampato grazie alle proteste, in pochi mesi, fiorite nel contesto di riferimento, ma anche su internet, attraverso petizioni online e la partecipazione di agenzie internazionali quali il WWF, il MiBac[7], intellettuali del mondo accademico e della cultura[8] e la stessa Unione Europea[9], che hanno permesso la difesa di un patrimonio culturale di questo livello e importanza.

Villa Adriana si trova quattro chilometri a sud ovest di Tivoli in una posizione leggermente rialzata rispetto al livello del territorio circostante e che permette alla villa di godere di panorami di elevata bellezza e di creare giochi scenografici unici. La sua posizione prefigura una scelta intenzionale, da parte dei costruttori e del committente, di realizzare il complesso con un intento scenografico eccezionale, per il visitatore che vi entrava, ma al contempo tranquillo e riposante, a differenza delle altre ville che dominavano la zona, su posizioni più elevate[10]. Dal punto di vista viario la villa era in prossimità della Via Tiburtina, la quale connetteva la struttura alla città di Roma e nelle vicinanze erano posti quattro dei grandi acquedotti romani metropolitani, attraverso cui, la villa si riforniva di acqua. In prossimità si trova il sinuoso corso dell’Aniene, affluente del Tevere, che nel suo procedere dalla sorgente del monte Tarino crea gole e cascate di straordinaria bellezza. L’isolamento dato dalla campagna circostante ha spinto nel tempo molte personalità a creare nella zona ville di questo tipo. L’ampiezza del territorio favorì anche una progettazione estensiva attraverso lo sfruttamento di una vasta area. Villa Adriana è emblema della personalità e del carattere dell’imperatore Adriano, al cui progetto partecipò anche’esso: la struttura sorse sopra una villa repubblicana inglobata al suo interno. Anche se costruita nel corso di un periodo lungo, essa è frutto di un progetto unitario. La villa segue una direttrice nord-sud dalla quale si distaccano alcuni complessi, pensati e ideati in corso d’opera. Oltre questa direttrice principale, sono rintracciabili tre assi distinti: uno facente capo a quello della precedente villa repubblicana, gli altri due divergenti da esso e che seguono un andamento dipendente dalla conformazione naturale del terreno.

La villa ospita al suo interno circa trenta strutture di cui alcune non si rintraccia ancora la funzione originaria. Ciò che però traspare è il concetto di universalità dell’Impero di Adriano: una pluralità di culture ciascuna avente una propria individualità, ma accomunate da un denominatore comune. I numerosi edifici dovevano essere denominati secondo una delle provincie dell’Impero di Roma, anche se stilisticamente gli edifici non rispecchiano un modello esclusivo di tali territori[11]. Gli edifici più scenografici e caratteristici della villa sono il Pecile, un monumentale quadriportico che delimitava un giardino con grande piscina centrale realizzato su ispirazione della Stoà Poikile di Atene, il Teatro Marittimo una delle strutture più affascinanti e insolite della villa costituito da un corpo circolare e al centro un’isola artificiale circondata da un canale, una vera e propria domus minore collegata al portico circolare attraverso ponti e il Canopo inserito in una valle, in parte artificiale, attraversata da un grande bacino d’acqua centrale, con uno dei lati brevi curvi, il quale era percorso da colonnati, doppi colonnati e cariatidi e su cui si aggiunge un ninfeo a esedra nel fondo[12].

Nella sua complessità la villa si propone come luogo di ricerca per future interpretazioni e analisi degli spazi già esplorati, ma non ancora del tutto compresi, e di quelli ancora da ispezionare. Inoltre lo stato di conservazione e la percorribilità del complesso rendono questa struttura una meta turistica di eccezionale importanza e di straordinaria bellezza.

Ciò che appare evidente da questi avvenimenti è l’importanza che la voce dei cittadini, delle associazioni e del mondo della cultura hanno sulla salvaguardia del patrimonio culturale. Ritengo importante che aree archeologiche e paesaggistiche, come Villa Adriana, che devono essere valorizzate, fruite e protette, non siano eclissate in nome di scelte avventate, che dovrebbero essere prese con il coinvolgimento di tutta la popolazione, in particolare di quella residente nel territorio coinvolto, e soprattutto coinvolgendo i settori competenti in materia e che hanno a cuore la difesa di questi luoghi. Il patrimonio culturale è uno dei vanti che il nostro paese detiene, su tutto il mondo e minacciarlo in tal modo, dall’interno, credo sia un atto di noncuranza nei confronti della storia culturale della nostra nazione e nei riguardi di quelle persone e associazioni che lottano e difendono beni e luoghi di inestimabile valore e bellezza per tutto il genere umano.

a cura di Salvatore Ficarra

* Immagine liberamente tratta da Villa Adriana, Guida a cura di Benedetta Adembri, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza. Archeologica per il Lazio, ElectaMilano 2000.

[1] Repubblica.it Discarica, protesta a Corcolle. Wwf: “salviamo Villa Adriana”. (5 Dicembre 2011).

[2] Repubblica.it Palazzo Chigi dà l’ok alla discarica di Corcolle. Ministri divisi. Su Twitter: “Sarà una Val Susa” di Stefania Carboni (23 Maggio 2012).

[3] Repubblica.it  Rifiuti, a rischio Villa Adriana “Via dai siti dell’Unesco”. (22 Febbraio 2012).

[4] Repubblica.it “No alla discarica, Villa Adriana è salva”. Veto del governo, si dimette il commissario. di Paolo Boccacci e Giovanna Vitale (26 Maggio 2012).

[5] Repubblica.it Protesta il popolo anti-discarica. Corteo da Villa Adriana a Villa D’Este. (18 Febbraio 2012).

[6] Unesco – Scheda Villa Adriana http://whc.unesco.org/en/list/907/

[7] Repubblica.it Corcolle, il “no” del Mibac sulla discarica “intervento lesivo del paesaggio”. (27 Febbraio 2012).

[8] Repubblica.it “Caro Monti, salvi Villa Adriana”. Cento intellettuali contro la nuova discarica. di Francesca Giuliani (23 Maggio 2012).

[9] Repubblica.it Rifiuti, lo scontro arriva a Bruxelles. L’Unione Europea apre un’istruttoria. (9 Maggio 2012).

[10] MacDonald, William L. – Pinto, John A. 2006, Villa Adriana: la costruzione e il mito da Adriano a Louis I. Kahn. Mondadori Electa, Milano.

[11] Bianchi Bandinelli, Ranuccio 2009,  Roma. L’arte romana nel centro del potere. Edizione BUR, Milano.

[12] Adembri, Benedetta 2000, Villa Adriana. Electa, Milano.

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Perché “UN UOMO” d’oggi può uccidersi?

“Forse perché non le piace la gente
O quella festa che ha dentro di sé
Quando vorrebbe la tranquillità
Il niente
 
Anche perché
Molto probabilmente
E’ stanca o non ce la fa”

-Baustelle-

Lunch atop a Skyscraper di Charles C. Ebbets
Diritti di proprietà di The BettMann Archive

Prendete un uomo, che per spirito d’intraprendenza o per un lascito ricevuto, si trovi a gestire una piccola azienda. Mettete che egli dedichi anima e corpo a quella società, trascurando sabati e domeniche e “normali” orari di lavoro. Ipotizzate che quest’azienda produca anche un buon servizio e abbia anche una discreta mole di lavoro. Aggiungete alla fine che un giorno tale azienda non riesca a produrre più utili sufficienti per garantire un posto di lavoro a tutti i dipendenti, e quindi un sostentamento a ogni famiglia che c’è dietro ogni lavoratore. Ipotizzate che questa mancanza di introito non sia dovuta solo ad una situazione di diminuzione generale di lavoro, ma soprattutto a una seria difficoltà a ricevere i pagamenti, o all’arrivo di una cartella esattoriale inaspettata.

Ora prendete un ragazzo appena diplomato, o meglio laureato. Pensate alla giovane esuberanza di questo ragazzo nel riflettere del suo futuro nel mondo del lavoro, alla possibilità di guadagno, di farsi una casa e che so? Una famiglia! Ipotizzate che questo ragazzo abbia anche fatto 1-2 anni di tirocinio ed altrettanti a contratti di “inserimento”. Insomma pensate che questo giovane abbia percorso quello che dovrebbe essere un normale iter di ciò che mio nonno chiamerebbe “fare gavetta”. Ora immaginate che questo ragazzo si trovi di fronte ad una situazione in cui gli dicano che forse potrà lavorare un altro anno e che il suo lavoro di cinque giorni alla settimana per 9/10 ore giornaliere abbia un valore in moneta di 500/600 €. Ipotizzate che il suo impegno, la sua fatica, più di un terzo del tempo a sua disposizione per vivere valga, pesato in moneta, una cifra pressoché nulla se si va a considerare i viaggi e le spese varie. Si perché in questa vostra fantasia aggiungete che il ragazzo non abiti a due passi dal luogo del lavoro, che magari abbia anche la necessità di fermarsi a pranzo fuori e che qualche volta debba utilizzare la sua auto per i normali spostamenti lavorativi.

Ora prendete questi due personaggi di fantasia ed inseriteli in una ipotetica società dove si insegna fin da piccoli l’importanza di un lavoro fisso che dia una prospettiva di futuro serena, dove ogni scelta, ogni istruzione e ogni educazione sia finalizzato al mondo del lavoro. Una società dove si da il messaggio che la  fama, il successo e il denaro valgono più di ogni altra cosa; dove i ritmi frenetici non danno il tempo di pensare, dove l’asservimento e la vessazione sono cose brutte, ma che purtroppo si devono accettare. Una società costruita su uno dei più grandi inganni, in cui il lavoro non è un normale contratto di scambio, ma un favore che si riceve.

Ecco, pensate a questo e non avrete altro che un piccolo spiraglio di quella che è la vita di ogni uomo nella Nostra Società. Uno spiraglio su due casi probabilmente tra i meno problematici.

Alla luce di tutto ciò già appare più chiaro come una società così strutturata, nel momento in cui entra in crisi e fa saltare quei piccoli tasselli di certezza su cui è basata la sua essenza, può portare un uomo completamente inserito in essa a sovvertire quello che è il naturale e primo istinto di ogni individuo, quello di sopravvivenza.

Infatti se si prendono per buoni, anche solo in parte i due “postulati certissimi” di Hobbes: la bramosità naturale, per la quale ognuno pretende di godere da solo i beni comuni; la ragione naturale, per la quale ognuno rifugge dalla morte violenta. E si accetta che gli uomini hanno bisogno gli uni degli altri anche per le più piccole cose. Sarà innegabile accettare anche che il passaggio tra lo stato di natura a quello civile avviene con un “contratto” tra tutti gli uomini, che è la base della costituzione della Nostra Società. Ora preso per buono quanto detto, è chiaro che la Nostra Società pecca di quello che dovrebbe essere il suo fondamento base, cioè di essere una guida che impedisca agli uomini di essere in continuo stato di guerra e in lotta per la prevaricazione e l’affermazione dei propri diritti.

Ora trattare e dibattere di un argomento simile in questa sede sarebbe inopportuno e fuorviante, ma lasciate che esponga un altro concetto. Uno dei grandi errori della collettività in cui viviamo è quello di proporre con forza il concetto de “il lavoro nobilita l’uomo”. Questa frase ha molte sfaccettature e ingannevolmente porta a vedere il lavoro come un fine e non come ciò che in realtà è, un mezzo. Se si prende ad esempio uno dei concetti di partenza della speculazione Aristotelica dell’ Etica Nicomachea: “appare evidente che vi è una certa differenza tra i fini <…> dato che vi sono molte specie di azioni, di arti e di scienze, vi sono anche molti fini”; si avrà, senza avanzare la presunzione di dire quale dovrebbe essere il fine più alto, la certezza che ogni attività è sempre finalizzata a qualcos’altro.

Si dovrebbe invece vedere la nobilitazione dell’uomo attraverso il lavoro, come supporto alla collettività di cui si è membri e che regge sulle attività lavorative e il contributo di ogni singolo individuo. Sarebbe quindi opportuno trasformare il lavoro da quella individualistica gabbia oppressiva che è ora, a un più alto strumento di supporto, coesione e collaborazione.

a cura di Claudio Papa

* Immagine liberamente tratta da http://www.giornalettismo.com
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Underground Vol. II

“…un uomo che ha una visione non è in grado di servirsi del suo potere finché non ha rappresentato la visione sulla terra, davanti alla gente”

(Alce Nero, 1863-1950,  uomo di medicina Sioux)

Forse fu per questo motivo che centinaia di giovani, in Italia, si misero in strada per rappresentare brani della visione ed offrirli al mondo sociale.
Nuovi camminanti, santi e guitti nel contempo, si ‘iniziarono’ così allo spirito della natura, della vita, dell’amore. Il codice di riferimento fu la trimurti Pace Amore Liberazione che assorbì in sé le più diverse forme di spiritualità istituzionalizzate apparse sul Pianeta. Non stupirà, quindi, il germogliare rigoglioso e diffuso di termini, comportamenti, icone anarchicamente apparse, fonti di meraviglia, stupore e tenerezza. Le voci provenienti dall’Oriente non erano una novità ma ora diventavano comportamento, attenzione operativa, compassione. Così in molte case comparve Ganesh, in altre Krishna che flautando flautando indicava nella Bhagavad Gita un’etica rigorosa, lontana dall’insoddisfacente ipocrisia della ‘devozione’ consueta. Krishnamurti non era più il pargolo prodigioso individuato dalla teosofia ma diventava un compagno di viaggio, forse più austero e meno colorato dei ragazzi in autostop sulle strade del mondo; sempre, però, pronto al dialogo e non all’imposizione, all’indottrinamento. Gandhi e la sua ahimsa divennero strumenti di forte contestazione alla violenza istituzionalizzata, alle guerre (allora in Vietnam). Anche un piccolo povero uomo poteva arrestare la ruota ed indurla a girare in senso positivo bloccando gli effetti nocivi di un karma doloroso. Persino dalla Svizzera giungeva un vento diverso con il ‘Siddharta’ di Hermann Hesse a portare sulle onde del fiume il messaggio del Buddha con la riflessione di Lao-tze. Così non vuoti erano gli orizzonti, non àfone le strade, risuonanti, tra fame e repressione, di cimbali, colorate di fiori che a Milano, ad esempio, bionde ragazze regalavano agli acquirenti di Pianeta Fresco. Karuna (sorella Compassione) non vestiva sai di rozza tela, non si macerava in digiuni o auto-repressioni, ma fluttuava nella recitazione di mantram in sanscrito (di cui si ignorava il significato ma si conosceva il senso) e fumi di sandalo miscelato al profumo di pachuli.
Dall’Occidente poi, corrusco e triste già nel nome, come topi su una nave corsara giungevano testi, emozioni, illuminazioni urbane. Il termine ‘dharma’ sempre più si familiarizzava con l’italica parlata e veniva veicolato tra istruiti ed ignoranti, tra poeti e testimoni. Kerouac aveva associato l’idea del nomadismo con la realizzazione del sentiero-dottrina. Aveva fatto provare l’emozione d’essere un nullatenente orgoglioso della sua povertà, in una sorta di francescanesimo poliglotta, eterodosso ed esaltante. Si dormiva in soffitta, si mangiava quando ce n’era, si faceva la questua a volte, ci si voleva bene. Ecco un’ipotesi di fraternità tribale, senza padroni né (come si diceva allora) ‘capetti’ con la verità in saccoccia. L’Occidente corrusco sbarcato alla portata dei nuovi ‘santi’ (come definii in un poema i pellegrini di quegli anni) grazie alla complicità di zia Nanda (a lei pace – Om) rivelava un modo d’essere religiosi vitalistico, estremo anche, ruvido. “Se incontri il Buddha per strada uccidilo”, ricordava lo Zen, senza muovere ciglio, curando l’eterno giardino di pietra. E su tutti aleggiava la visione, nostra, dei Nativi americani, degli Aborigeni australiani, degli sciamani siberiani. Non apparire, sii!
E che la Pace sorregga tutte le creature fino all’ultima estinzione nel silenzio del Nirvana.

a cura di Gianni Milano

* Disegno a cura di Martina Lattanzi

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E la coscienza al fianco tuo sarà!

Il Movimento Cinque Stelle (M5S) è sulla bocca di tutti. I recenti successi elettorali, i sondaggi che lo danno come seconda forza politica [1] alle spalle dello smarrito Partito Democratico. Ne parlano i giornali, ne parla la rete, ne parlano i talk show televisivi. Ma cosa è in realtà? Quale il loro programma, quale la loro ispirazione? Chi, come, perchè?

La figura carismatica di Beppe Grillo, indubbio protagonista dei successi del movimento, ha forse offuscato l’iniziativa popolare ad esso associata. Cominciamo con il “cosa”.

Il programma del movimento ed il suo regolamento sono facilmente reperibili in Internet [2][3], poche pagine che si possono leggere velocemente. Ci sono proposte più o meno interessanti, più o meno generiche, più o meno realizzabili nell’immediato; sicuramente, tutte atte a stimolare confronti e discussioni.

Il movimento, che rifiuta la nomina di partito politico, viene definito “testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo”. Il fulcro di questa organizzazione giace quindi in Internet e trova il suo baricentro all’indirizzo http://www.beppegrillo.it. Continuando a leggere, viene messa in risalto anche le centralità di Grillo, unico titolare dei diritti d’uso del contrassegno abbinato al M5S nonchè primo promotore delle campagne del movimento. E’ libera e gratuita la richiesta di adesione al movimento, a patto che non si si iscritti a nessun partito politico.

Leggendo il programma, invece, si notano pochi punti, divisi per categorie, che per ovvi motivi di spazio e di concretezza non possono essere qui analizzati singolarmente. Oltre alle tanto augurate proposte sui “privilegi parlamentari” (riduzione a due mandati per qualsiasi carica pubblica, divieto di cumulo di cariche…), balza agli occhi la proposta di validare referendum abrogativi/propositivi anche senza quorum. Un’ampia sezione è dedicata all’uso razionale dell’energia e alla riduzione dei consumi degli edifici, specialmente in termini di energia termica. Proposto a più riprese il finanziamento per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, e sollevato il problema tutto italiano del cosiddetto CIP6 (la delibera del Comitato Interministeriale Prezzi del 29/04/1992 [4] che stabilisce prezzi incentivati per l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili e “assimilate”, tra cui è inserita la “trasformazione dei rifiuti […] inorganici” – dicesi termovalorizzazione di tutti i rifiuti urbani, dicesi inceneritori).

Interessanti le proposte per il tetto massimo al 10% per l’azionariato privato per giornali/televisioni pubbliche e per l’apposizione di un limite agli stipendi dei manager statali. Spiccano poi tra le altre il blocco immediato dei lavori in Val di Susa, l’introduzione di ticket sanitari proporzionali al reddito per prestazioni non essenziali, l’abolizione della legge “Gelmini” e il finanziamento della ricerca universitaria con fondi sottratti a quella militare.

Queste poche righe tanto per fare un pochino di chiarezza, per fornire qualche fonte di facile reperibilità e consultazione e per tentare, almeno in prima battuta, di fraintendere o generalizzare questioni delicate.

Per quanto ne dica Napolitano, il M5S sta crescendo a ritmi forsennati e l’ultimo successo di Parma ne è stato l’esempio (potete seguire su Faceboook e Twitter il sindaco Federico Pizzarotti [5]). Una città martorizzata dalla corruzione [6] che ha scelto il rischio e la sfida di un grande cambiamento. La vittoria emiliana e la conseguente visibilità hanno al solito portato con loro anche critiche, discussioni, attacchi e quant’altro. Pizzarotti venga lasciato lavorare in pace, che egli sia criticato e stimolato, ma che abbia anche tempo di dimostrare se e cosa valgono lui e il movimento di fronte a una realtà così importante. Parma è un banco di prova per le prossime elezioni politiche, un laboratorio per vedere finalmente all’opera il movimento. E’ stato probabilmente inevitabile, questo boom di voti, forse dovuto in parte ad uno smarrimento politico di una buona fetta degli elettori. Il governo tecnico, lo scandalo Lega, l’apatia del Pd, la mistificazione della realtà di stampo berlusconiano del Pdl. Soprattutto, il concreto sgretolamento dei nostri organi costituiti, le difficoltà economiche, le poche prospettive. La fine delle speranze. Il movimento cinque stelle ha avuto la grande fortuna di inserirsi in questo contesto e ha meritato questa opportunità.

A proposito di Beppe Grillo: credo sia netta l’importanza del suo carisma nel successo del movimento, almeno in questa fase iniziale, e credo sia importante riconoscergli, oltre alle critiche, dei meriti. Ritengo inoltre insensata la sua nomea di rappresentante dell'”anti-politica” millantata da alcuni (vedrei molto bene quell’etichetta sulla schiena di molti ministri delle ultime quattro o cinque legislature,invece).

Quello che stona molto a volte è il suo modo di fare e di parlare e i suoi approcci al confronto (credo sia scioccio fare di tutta l’erba un fascio tra politici, presentatori e giornalisti): abbiamo appena terminato, grazie al cielo, un’epoca di populismo volgare e pornografico dal punto di vista comunicativo e politico, ed onestamente eviterei di commettere lo stesso errore. Credo che una politica sana ed equilibrata abbia una delle suoi basi nella gentilezza e cura delle parole, anche quando esse devono essere dure, taglienti e decise. Ricordiamo però che il movimento cinque stelle non è soltanto Beppe Grillo (che tralaltro ha dichiarato di non candidarsi al parlamento [7]), ma sono tanti cittadini, giovani e di belle speranze forse, che meritano le opportunità che stanno guadagnando. Saranno loro stessi, poi, ad affermarsi come alternativa seria alla politica delle ultime decadi, o come una povera meteora guidata da un comico dal vasto seguito popolare.

a cura di Michele Martini

Fonti:

[1] http://www.sondaitalia.com/2012/05/il-movimento-5-stelle-e-il-secondo.html

[2]http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Regolamento-Movimento-5-Stelle.pdf

[3] http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Programma-Movimento-5-Stelle.pdf

[4] http://www.autorita.energia.it/it/docs/riferimenti/CIP_6.htm

[5]http://www.facebook.com/f.pizzarotti

[6]http://parma.repubblica.it/cronaca/2011/06/30/news/tutto_sullo_scandalo_corruzione_l_inchiesta_le_foto_i_video-18430263/

[7] http://www.beppegrillo.it/2005/09/la_paga_di_giud.html

* Immagine liberamente tratta da http://www.wikipedia.it
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ANESTESIA TOTALE (Valentino Corvino)

Un unico filo conduttore che parte da Marco Travaglio e arriva fino a Don Andrea Gallo. Una linea congiungente che passa per artisti come Dalla, Battiato, Caparezza e tantissimi altri. A tessere questo grande filo non poteva che essere il poliedrico artista Valentino Corvino, vecchia conoscenza dei due personaggi di spicco della scena italiana.
Proprio dalla scenografia scarna e suggestiva dello spettacolo teatrale del giornalista torinese e dalle ceneri del paesaggio dipinto dalla voce dello stesso Travaglio, di Isabella Ferrari e dalla lettura delle parole di Indro Montanelli, nasce l’omonimo disco “Anestesia Totale”. Corvino trae dalle musiche della cornice teatrale, da lui stesso scritte, nuovi arrangiamenti per riportare in forma canora i testi di Travaglio. Un lavoro artistico di riadattamento del quale il giornalista de Il Fatto Quotidiano è solo osservatore ed ispiratore, come da lui ricordato nella trasmissione televisiva di Geppi Cucciari in onda su La7.

Il disco apre con il brano che da il nome all’album cantato dallo stesso Corvino insieme a Isabella Ferrari. Questo incipit porta in se tutto quello che si ritroverà traccia dopo traccia all’interno dell’intero disco, dando uno spaccato crudo e forte dell’Italia di oggi. Perfetto biglietto da visita anche musicale dell’artista, con i suoi suoni elettronici tipici del compositore foggiano.
Il disegno musicale del panorama italiano prosegue con l’ultimo straordinario inedito cantato da Lucio Dalla insieme al suo compagno Marco Alemanno, fino ad arrivare alla traccia “Minzulpop” interpretata dall’artista pugliese Caparezza. Il brano con un gioco di parole molto vicino ai classici Caparezziani rievoca il min.cul.pop. fascista, sfoggiando un’aspra critica al nostro sistema di informazione.
I successivi brani, “Due spie”- cantato da Antonella Ruggiero e l’interludio musicale di Valentino Corvino, portano l’ascoltatore nel pieno del viaggio musicale del disco. Le melodie ora si iniziano a fare più soavi, anche se sempre con punte di musica elettronica, senza però mai esplodere in un vero ritmo veloce. Trascinando così l’ascoltatore in un meraviglioso percorso che lo lascia quasi con l’amaro in bocca, dando proprio quel senso di “Anestesia totale” e speranzose idee di rinascita che sono descritti all’interno delle canzoni interpretate da Daniele Silvestri, Paola Turci, Franco Battiato&Luca Madonia. Si arriva così fino al culmine più alto del messaggio di speranza del brano “I have a dream”, una ballata rock elettronica che fa da sfondo alle storiche parole di Martin Luther King e del Mahatma Gandhi.
Il disco va verso il suo naturale epilogo con un brano che lascia con il fiato sospeso, “L’attesa” cantato da Petra Magoni ed accompagnato dal contrabbasso di Ferruccio Spinetti.
Si chiude con “Il cane” interpretato da Simone Cristicchi e “Il volo” cantato da Nabil Salameh, giornalista e cantautore palestinese. Due brani che parlano in maniera diversa di uomini che avevano un sogno, ma si trovano messi davanti a una cruda realtà ben diversa da quella che immaginavano. Fino alla conclusione ultima data dalla morte del personaggio descritto ne “Il volo”.

Da sottolineare come Don Gallo entri a chiusura della produzione artistica, come fruitore dei proventi economici. Infatti il cd acquistabile sia nei negozi di dischi che nello store virtuale di iTunes, aiuterà a finanziare la Comunità San Benedetto al Porto di Genova di cui il sacerdote è fondatore.

ANESTESIA TOTALE:
1. Anestesia Totale – Valentino Corvino & Isabella Ferrari
2. L’innocenza – Lucio Dalla & Marco Alemanno
3. Minzulpop – Valentino Corvino & Caparezza
4. Due Spie – Antonella Ruggiero
5. Radio-Ads – Valentino Corvino
6. War Poem – Daniele Silvestri
7. Libertà – Paola Turci
8. L’esondazione – Franco Battiato & Luca Madonia
9. I Have a Dream – Valentino Corvino
10. L’attesa – Ferruccio Spinetti & Petra Magoni
11. Il cane – Simone Cristicchi
12. Il Volo – Nabil Salameh

a cura di Claudio Papa

Fonti:
– Articolo intervista a Valentino Corvino – http://www.ilfattoquotidiano.it
(http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/06/anestesia-totale-lautore-italia-fare-casa-incapace-comanda-gallery/220138/) ;
– Articolo “Anestesia Totale, cd con inedito di Dalla” – http://www.ilfattoquotidiano.it
(http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/30/anestesia-totale-travaglio-dalla/213975/) ;
– Disco “Anestesia Totale” di Valentino Corvino .

* Immagine copertina dell’album allegata con l’acquisto del Disco da iTunes Store, di proprietà della Promo Music.
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Underground Vol. I

Hai presente lo spuntare dell’erba tra le fessure del pavé? Non ci fai caso, non ha dignità questo verde timido che vuole la luce. Eppure cresce. Un giorno quest’erba si riprenderà il suo, alla faccia del cemento. Per ora è una clandestina.
Analogo era il panorama, per quel che ho direttamente sperimentato, prima che tardivi osservatori (“osservatori” non coinvolti) definissero secondo i canoni consueti il ‘movimento’ pre-68 ed anzi estraneo al subbuglio studentesco che come le erbe del pavé si stava formando.
Penso che il tutto, magari accelerato dalla guerra in Vietnam, sia nato da una profonda insoddisfazione e dalla percezione di una ingiustizia radicale che avvolgeva il mondo e giustificava il suo assetto malato. Basta basta basta! Fu forse il primo mantram che smosse le coscienze. Forse, di conseguenza, ci fu un bagno generale nella depressione. “Come si fa ad uscire da questa merda?”, ci si chiedeva, visto anche il fallimento delle strutture paramilitari dei partiti, legati al potere, ideologici e per niente attenti alle emozioni, alla sensualità, al dolore. L’impossibilità di modificare il sistema restando nel sistema (quello stile operativo che veniva definito dalla ‘sinistra’ col termine di ‘entrismo’) portò molti a sprofondare, a lasciarsi andare, a riprendere un cammino, mai iniziato, di stupore e tenerezza.
Il ‘mettersi in strada’, stile di vita non estraneo alla storia degli ultimi anche in Italia, trovò una cassa di risonanza nell’ ‘on the road’ kerouachiano. Ma va ricordato che ben pochi, tra i ‘raminghi’ possedevano una cultura tale da spingerli ad interessarsi della cosiddetta generazione beat americana. Fu lo tsunami indotto anche dai media, legato soprattutto alle immagini che provenivano da oltreoceano, folcloriche e cariche di giudizi perbenisti o irridenti, che, in qualche modo fece da collante tra le varie, povere, a-culturali, esperienze d’origine. Fece più scalpore, e provocò reazioni sovente isteriche, sempre aggressive, il capello lungo. “Perché te li fai crescere?”, si chiedeva. “Non li ‘faccio’ crescere. I capelli crescono secondo natura. Sei tu che li fai tagliare….”, si rispondeva. Stupidaggini che solo in un secondo tempo divennero tra i giovani insegna di libertà. Peace, love, revolution….
Le definizioni sono state incollate su una folgorante, a volte drammatica, esperienza di ‘caduta’. Quando ti ritrovi con il culo per terra allora ripensi e rivedi la realtà in modo diverso, dal basso, con problemi, esigenze d’urto, dirette, complesse anche se meno complicate, spogliate da sovrastrutture e da tutori interessati. Si attua una sorta di intesa emozionale che si traduce in una solidarietà forte, da esclusi o auto-esclusi. Il sistema di potere, di valori sociali, di tragiche omissioni, non appartiene ai nuovi-vecchi pellegrini, che non sono romantici clochard, delusi d’amore, ma kamikaze che mettono in gioco il proprio futuro oltre che il presente. Dove andare? Forse in Utopia, forse….
Le definizioni non appartengono ai primi psiconauti, ai quali è caduta dagli occhi la cataratta ed ora vedono colori abbaglianti, anche senza bisogno di ‘erbe’. Forse in una qualche grotta dei nostri desideri ci sta un Pan pronto ad indicarci sentieri pieni, presenti. Forse dai litorali lontani d’un Oriente quasi magico una figura sapienziale ma non ‘maestra’ si può affiancare al nostro peregrinare, forse….
Comunque nulla di compatto preesiste alla diaspora. Non c’è un ‘popolo eletto’ ma un fluttuare di profughi alla ricerca di una tribù alternativa, tribù che esisterà nella misura in cui la si realizzerà.

a cura di Gianni Milano

* Immagine liberamente tratta da http://www.leparoletatuate.wordpress.com

Arabi alla conquista della libertà

Se, un giorno, il popolo desidererà vivere,

  allora il destino ascolterà la sua preghiera.

Le ore oscure cominceranno a schiarirsi,

 le catene cominceranno a infrangersi.

Perché colui che non freme dal desiderio,

dalla passione per la vita,

si dissiperà nell’aria leggera,

questo mi ha detto tutto il creato

e ciò che i suoi spiriti nascosti dichiarano.

Abu al-Qasim al-Shabbi (poeta tunisino, 1909 – 1934)

Precisazione: il seguente articolo non intende dare una spiegazione esauriente sul cambiamento epocale rappresentato dalla cosiddetta primavera araba. Scopo di questo scritto è aprire alcuni spunti di riflessione con l’aiuto di quanto espresso dal giornalista Dominique Vidal nel seminario “Arabi alla conquista della libertà [1]”, tenuto presso il dipartimento di discipline storiche dell’Università degli studi di Bologna il 23/05/2012, e da quanto si è letto su giornali e internet.

Partiamo dalla data simbolica 18 dicembre 2010, giorno in cui esplode la protesta in seguito all’atto estremo del tunisino Mohamed Bouazizi, datosi fuoco in seguito al sequestro della sua merce da parte della polizia. Il crescendo dei moti popolari ha spinto il presidente della Tunisia Ben Ali alle dimissioni (era in carica dal 1987). Rapidamente il movimento si è esteso a macchia d’olio, prima in Egitto, dove ha portato alla destituzione del presidente Mubarak (in carica dal 1981), poi in tutti i paesi arabi. Dappertutto si è diffusa una stessa aspirazione alla libertà. Naturalmente i regimi non sono stati a guardare. Se in Tunisia e in Egitto i popoli si sono sbarazzati pacificamente dei rispettivi dittatori, così non è avvenuto in Libia, paese che è sprofondato in una guerra civile che è stata un trampolino di lancio per l’intervento della Nato e che ha portato all’uccisione del presidente Gheddafi (in carica dal 1969). Nello Yemen dopo violenti scontri e attraverso un accordo mediato dai Paesi arabi vicini,  il presidente Ali’ Abdallah Saleh (in carica dal 1990) ha accettato di cedere il potere al suo vice, Agbdu Rabbu Mansour Hadi, che guida ora la transizione. Le proteste hanno fatto vacillare anche i regimi in Bahrain e in Siria, ma sono state represse nel sangue.

Importante è capire come si è arrivati all’esplosione di questi moti popolari, che Vidal sconsiglia di chiamare “rivoluzioni” suggerendo il termine “intifade”, meno definitivo e più vicino all’essenza stessa di queste ribellioni (il termine intifada significa infatti sommossa, rivolta popolare). Le cause della primavera araba affondano le radici nel lungo periodo:

  • Innanzitutto la presenza pluridecennale di obsoleti regimi repressivi che impediscono libertà;
  • Ulteriore spinta alla protesta è stata data  dall’aggravarsi della crisi economico-sociale che ha destabilizzato maggiormente ambienti in cui sacche estreme di  povertà coabitano con la ricchezza della classe dirigente;
  • Infine la presenza di una gioventù senza prospettive e mezzi di inserimento sociale.

Sul ruolo dei giovani è interessante l’analisi fatta da Tarik Tazdaït e Naceur Chaabane, nel loro saggio “Anatomia delle rivoluzioni”:

Non sorprenderà dunque scoprire che alcuni studi empirici attinenti alle diverse forme di ribellione mostrano  la partecipazione di uomini di giovane età sia tanto più forte se sono celibi. La spiegazione più di frequente fornita di questa tendenza è che possono relativizzare il pericolo per se stessi e che sono meno disposti a lasciarsi frenare dalla responsabilità di una famiglia. Tuttavia si può formulare un’altra interpretazione del fenomeno, meno conosciuta ma ugualmente pertinente. In un regime repressivo in cui la libertà di parola è messa al bando, non esiste alcun canale di comunicazione che consenta ai giovani disoccupati di mettere a parte il governo in carica delle proprie rimostranze. Se la loro condizione peggiora, non gli resta dunque che un’alternativa: accettarla senza battere ciglio oppure cercare di migliorarla facendosi sentire dal governo. In questa seconda ipotesi, la sola strategia di comunicazione preventivabile è manifestare allo scoperto. In altri termini, l’atto della contestazione può essere uno strumento per portare in una sede pubblica i non detti di una situazione insostenibile [2].”

Oltre ai giovani è stato evidenziata l’importanza dei social network nella trasmissione delle esperienze rivoluzionarie. In particolar modo su Facebook si sono formati gruppi per dare voce all’esasperazione. I social network però non sono all’origine del movimento, forse l’hanno accelerato, ma molto importanti come centri di trasmissione delle idee sono state le moschee e le tv satellitari. Scrive la giornalista Marie Bénilde:

In realtà, nuovi e vecchi media sembrano strettamente legati. Se oggi l’informazione riesce ad aggirare la censura, sfuggire a qualsiasi divieto e diffondersi in modo così ampio, è certo grazie a Internet e alla condivisione di link sulle diverse comunità dei social network.(…) Il Web partecipativo, che è portatore di nuove forme organizzative non solo tecnologiche, getta nello stesso tempo il seme della democrazia nel vento della storia. A fronte dell’informazione dei grandi media vissuta come una «cappa di piombo», in quanto la recezione delle notizie resta essenzialmente passiva, i nuovi media sembrano riuscire nell’alchimia di trasformare l’informazione in partecipazione e la partecipazione in azione. Gli internauti sono invitati a vivere «in condivisione» con quest’idea nuova per il Maghreb, la dittatura non è il solo orizzonte politico [3]”.

I dibattiti che ora si aprono sono diversi: innanzitutto c’è da capire il ruolo degli eserciti, e il motivo per cui in Egitto e in Tunisia si sono schierati dalla parte del popolo mentre  non è accaduto negli altri Stati.  Altra domanda senza risposta, almeno finora, è: chi sono i soldati dell’esercito per la Siria libera? E da chi sono armati?
Infine c’è l’incertezza di non sapere cosa succederà ora nei paesi arabi, ma non solo. È innegabile, infatti, che viviamo in un momento storico caratterizzato da una voglia di rinnovamento e cambiamento della società attuale che attraversa tutto il mondo, in particolare le giovani generazioni. Non solo le rivolte arabe dunque, basta pensare al movimento degli indignati in Europa, occupy Wall Street negli Usa, le lotte studentesche in Cile o in Quebec. Non possiamo prevedere cosa succederà, questi movimenti all’apparenza non sembrano strutturati e in grado di proporre alternative concrete,  ma c’è la speranza che il vento della rivolta continui a soffiare.

a cura di Francesco Lattanzi
Fonti:

[1] La relazione di questo seminario verrà pubblicata prossimamente sul sito http://corsi.unibo.it/Scienzestoriche

[2] T. TAZDAÏT e N.CHAABANE, Anatomia delle rivoluzioni, 2011, contenuto nel dossier de Il Manifesto “Capire le primavere arabe”

[3] M. BÉNILDE, Internet getta il seme della parola democrazia, 2011, contenuto nel dossier de Il Manifesto “Capire le primavere arabe”

* Immagine liberamente tratta da http://www.kabobfest.com

You can never hold back spring

Io odio tutti i fenomeni da tastiera, che non hanno mai mosso un dito e mai faranno nulla per cambiare questa società. Io odio sentirmi impotente di fronte a tutto ciò. E odio me stesso perchè so che non sarò mai felice in una società come questa. Oggi ho cercato di capire perchè dobbiamo aprire un blog, e la risposta l’ho trovata studiando Gramsci. Nei Quaderni del Carcere afferma che ogni crisi comporterà poi al suo termine anche un momento di ricostruzione. Ad un periodo di distruzione, farà sempre seguito una fase, importante, di ricostruzione. Dobbiamo tenerci pronti ”

Durante una lunga camminata notturna a Torino, nella prima metà del maggio duemiladodici, ci siamo    proposti la sfida di aprire un blog. L’idea ci ha subito entusiasmato, ma conseguente e necessario è stato un momento di riflessione: perchè farlo? Perchè ora? Con quale scopo e quali motivazioni, ora che il numero dei blog già esistenti non si conta più e si corre il rischio di assumere connotati anonimi e superficiali?

La risposta, col passare dei giorni, è lentamente arrivata. Uno di noi l’ha poi concretizzata nelle parole che avete letto qualche riga sopra. Viviamo in un contesto storico e sociale delicato, particolare. Un decennio dalla forte criticità in cui perdere l’orientamento è stato inevitabile.

Ci sentiamo spesso impotenti e sfiduciati nel fronteggiare le sfide quotidiane del mondo esterno. La cara Italia, culla di cultura, storia e passione, è nella sua età più sofferente. Ma ogni processo ha un inizio e una fine, e a questa fase di distruzione seguirà una nuova fase di creazione. Il tentativo, umile e incosciente che ci permettiamo di fare, è di rovesciare il concetto di crisi e cogliere le opportunità che esso paradossalmente presenta.

L’opportunità di mettere i nostri pensieri al servizio del nostro futuro, di partecipare alla formazione di un modello critico e poi propositivo nei confronti dello stato attuale delle cose. Di portare un piccolo contributo all’ingente mole di pensieri che circolano nella rete, scrivendo di attualità, scienza, letteratura, storia, musica, psicologia e attraverso queste riflessioni cercare di capire qual è il mondo che vogliamo. Un esercizio alla critica e alla scrittura, un esercizio alla comunicazione. La convinzione di mettere in primo piano la cultura per ridare lustro alle nostre anime e al nostro futuro. Un laboratorio di idee, una fucina di discussioni pulite, organiche, documentate e pensate al massimo delle nostre capacità. La consapevolezza di non poter trovare una risposta immediata a tutti i nostri dubbi e a tutte le nostre paure, unita al dovere morale di partecipare ed essere protagonisti della nostra vita. Al diritto di poter scegliere. Il desiderio di mettere a disposizione il nostro piccolo bagaglio culturale e le nostre opinioni. L’opportunità di dare spazio anche ad altri che non abbiano la voglia o il tempo da dedicare ad un intero blog. In una realtà divisa tra chi ha qualcosa da dire, e magari tace, e chi parla troppo senza avere di che parlare, cercare di configurarci in una posizione più affine alla prima.

Un laboratorio in cui, affacciandoci alla finestra del tempo, si respira ancora caldo l’autunno degli anni sessanta, e il freddo triste dell’ultimo, ventennale, inverno. Con la certezza che, prima o poi, arriverà la primavera: un’ esplosione di fiori e gemme che brilleranno alla luce del sole – non potrà essere ricacciata indietro, la primavera.

a cura di Italian Spring Lab

* Fotografia di Michele Martini scattata a Copenhagen, 2011
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