Arabi alla conquista della libertà

Se, un giorno, il popolo desidererà vivere,

  allora il destino ascolterà la sua preghiera.

Le ore oscure cominceranno a schiarirsi,

 le catene cominceranno a infrangersi.

Perché colui che non freme dal desiderio,

dalla passione per la vita,

si dissiperà nell’aria leggera,

questo mi ha detto tutto il creato

e ciò che i suoi spiriti nascosti dichiarano.

Abu al-Qasim al-Shabbi (poeta tunisino, 1909 – 1934)

Precisazione: il seguente articolo non intende dare una spiegazione esauriente sul cambiamento epocale rappresentato dalla cosiddetta primavera araba. Scopo di questo scritto è aprire alcuni spunti di riflessione con l’aiuto di quanto espresso dal giornalista Dominique Vidal nel seminario “Arabi alla conquista della libertà [1]”, tenuto presso il dipartimento di discipline storiche dell’Università degli studi di Bologna il 23/05/2012, e da quanto si è letto su giornali e internet.

Partiamo dalla data simbolica 18 dicembre 2010, giorno in cui esplode la protesta in seguito all’atto estremo del tunisino Mohamed Bouazizi, datosi fuoco in seguito al sequestro della sua merce da parte della polizia. Il crescendo dei moti popolari ha spinto il presidente della Tunisia Ben Ali alle dimissioni (era in carica dal 1987). Rapidamente il movimento si è esteso a macchia d’olio, prima in Egitto, dove ha portato alla destituzione del presidente Mubarak (in carica dal 1981), poi in tutti i paesi arabi. Dappertutto si è diffusa una stessa aspirazione alla libertà. Naturalmente i regimi non sono stati a guardare. Se in Tunisia e in Egitto i popoli si sono sbarazzati pacificamente dei rispettivi dittatori, così non è avvenuto in Libia, paese che è sprofondato in una guerra civile che è stata un trampolino di lancio per l’intervento della Nato e che ha portato all’uccisione del presidente Gheddafi (in carica dal 1969). Nello Yemen dopo violenti scontri e attraverso un accordo mediato dai Paesi arabi vicini,  il presidente Ali’ Abdallah Saleh (in carica dal 1990) ha accettato di cedere il potere al suo vice, Agbdu Rabbu Mansour Hadi, che guida ora la transizione. Le proteste hanno fatto vacillare anche i regimi in Bahrain e in Siria, ma sono state represse nel sangue.

Importante è capire come si è arrivati all’esplosione di questi moti popolari, che Vidal sconsiglia di chiamare “rivoluzioni” suggerendo il termine “intifade”, meno definitivo e più vicino all’essenza stessa di queste ribellioni (il termine intifada significa infatti sommossa, rivolta popolare). Le cause della primavera araba affondano le radici nel lungo periodo:

  • Innanzitutto la presenza pluridecennale di obsoleti regimi repressivi che impediscono libertà;
  • Ulteriore spinta alla protesta è stata data  dall’aggravarsi della crisi economico-sociale che ha destabilizzato maggiormente ambienti in cui sacche estreme di  povertà coabitano con la ricchezza della classe dirigente;
  • Infine la presenza di una gioventù senza prospettive e mezzi di inserimento sociale.

Sul ruolo dei giovani è interessante l’analisi fatta da Tarik Tazdaït e Naceur Chaabane, nel loro saggio “Anatomia delle rivoluzioni”:

Non sorprenderà dunque scoprire che alcuni studi empirici attinenti alle diverse forme di ribellione mostrano  la partecipazione di uomini di giovane età sia tanto più forte se sono celibi. La spiegazione più di frequente fornita di questa tendenza è che possono relativizzare il pericolo per se stessi e che sono meno disposti a lasciarsi frenare dalla responsabilità di una famiglia. Tuttavia si può formulare un’altra interpretazione del fenomeno, meno conosciuta ma ugualmente pertinente. In un regime repressivo in cui la libertà di parola è messa al bando, non esiste alcun canale di comunicazione che consenta ai giovani disoccupati di mettere a parte il governo in carica delle proprie rimostranze. Se la loro condizione peggiora, non gli resta dunque che un’alternativa: accettarla senza battere ciglio oppure cercare di migliorarla facendosi sentire dal governo. In questa seconda ipotesi, la sola strategia di comunicazione preventivabile è manifestare allo scoperto. In altri termini, l’atto della contestazione può essere uno strumento per portare in una sede pubblica i non detti di una situazione insostenibile [2].”

Oltre ai giovani è stato evidenziata l’importanza dei social network nella trasmissione delle esperienze rivoluzionarie. In particolar modo su Facebook si sono formati gruppi per dare voce all’esasperazione. I social network però non sono all’origine del movimento, forse l’hanno accelerato, ma molto importanti come centri di trasmissione delle idee sono state le moschee e le tv satellitari. Scrive la giornalista Marie Bénilde:

In realtà, nuovi e vecchi media sembrano strettamente legati. Se oggi l’informazione riesce ad aggirare la censura, sfuggire a qualsiasi divieto e diffondersi in modo così ampio, è certo grazie a Internet e alla condivisione di link sulle diverse comunità dei social network.(…) Il Web partecipativo, che è portatore di nuove forme organizzative non solo tecnologiche, getta nello stesso tempo il seme della democrazia nel vento della storia. A fronte dell’informazione dei grandi media vissuta come una «cappa di piombo», in quanto la recezione delle notizie resta essenzialmente passiva, i nuovi media sembrano riuscire nell’alchimia di trasformare l’informazione in partecipazione e la partecipazione in azione. Gli internauti sono invitati a vivere «in condivisione» con quest’idea nuova per il Maghreb, la dittatura non è il solo orizzonte politico [3]”.

I dibattiti che ora si aprono sono diversi: innanzitutto c’è da capire il ruolo degli eserciti, e il motivo per cui in Egitto e in Tunisia si sono schierati dalla parte del popolo mentre  non è accaduto negli altri Stati.  Altra domanda senza risposta, almeno finora, è: chi sono i soldati dell’esercito per la Siria libera? E da chi sono armati?
Infine c’è l’incertezza di non sapere cosa succederà ora nei paesi arabi, ma non solo. È innegabile, infatti, che viviamo in un momento storico caratterizzato da una voglia di rinnovamento e cambiamento della società attuale che attraversa tutto il mondo, in particolare le giovani generazioni. Non solo le rivolte arabe dunque, basta pensare al movimento degli indignati in Europa, occupy Wall Street negli Usa, le lotte studentesche in Cile o in Quebec. Non possiamo prevedere cosa succederà, questi movimenti all’apparenza non sembrano strutturati e in grado di proporre alternative concrete,  ma c’è la speranza che il vento della rivolta continui a soffiare.

a cura di Francesco Lattanzi
Fonti:

[1] La relazione di questo seminario verrà pubblicata prossimamente sul sito http://corsi.unibo.it/Scienzestoriche

[2] T. TAZDAÏT e N.CHAABANE, Anatomia delle rivoluzioni, 2011, contenuto nel dossier de Il Manifesto “Capire le primavere arabe”

[3] M. BÉNILDE, Internet getta il seme della parola democrazia, 2011, contenuto nel dossier de Il Manifesto “Capire le primavere arabe”

* Immagine liberamente tratta da http://www.kabobfest.com
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