Archivio mensile:luglio 2012

Tindari: lotta per la prevenzione e la valorizzazione

Tyndaris, la “nobilissima civica” di Cicerone… la “piccola Tindari” di Paolo Orsi per la quale il grande archeologo tracciò progetti di ricerche di ampio respiro che non ebbe la sorte  di attuare … la Tindari che “mite” si “china in cuore” a Salvatore Quasimodo…”[1].

È con questa premessa che Umberto Spigo introduce il suo libro su Tindari, un’area archeologica e ambientale di straordinaria bellezza, meta turistica e anche di pellegrinaggio per il Santuario della Madonna Nera, annesso all’area. Recentemente l’area è stata interessata dall’emergenza zecche, nulla di strano se si pensa che l’area sia immersa nel verde nelle vicinanze di una riserva naturale e quindi come tutte le zone di campagna soggetta a questo tipo di eventi. Ciò che però fa sorgere inquietudine e sospetto è che tale area frequentata da turisti e che dovrebbe essere preventivamente disinfestata e tutelata al fine di valorizzarne le strutture sia ogni anno soggetta a raggiungere “l’emergenza”[2], il “rischio”[3]. La situazione è peggiorata quest’anno a causa di una concatenazione di eventi che hanno portato numerosi animali selvatici, provenienti dalla vicina Riserva Naturale Orientata di Marinello[4] (che include anche l’area archeologica) nelle vicinanze delle strutture portando con loro questi parassiti. L’allarme zecche è stato lanciato il 24 maggio quando una scolaresca in visita all’area ha riscontrato la presenza dei parassiti addosso ad alcuni degli alunni. In una prima fase il sindaco di Patti, Mauro Aquino, insieme all’aiuto del responsabile dell’area archeologica Umberto Spigo, hanno promosso un primo intervento di bonifica attraverso l’agenzia Arte del Verde, tramite decespugliamento e disinfestazione di emergenza dell’area archeologica e del teatro greco[5]. Questo intervento costato 20 mila euro, che inizialmente sembrava avesse sortito l’effetto di scampato pericolo,[6] si è rivelato non del tutto efficace, poiché il problema si è presentato nuovamente e ha messo a rischio la stagione di spettacoli dell’opera teatrale del teatro greco[7]. Il sindaco Aquino ha voluto convocare un tavolo tecnico con il dirigente della Riserva Naturale, il dirigente del Parco archeologico delle Isole Eolie, di Milazzo e di Tindari, l’Azienda Sanitaria Provinciale, il Servizio Veterinario del comune di Patti e l’Ufficiale Sanitario, al fine di trovare una soluzione definitiva al problema che ogni anno si ripete nuovamente nell’area e a cui non si è mai riusciti a trovare una soluzione definitiva ed efficace.

Il promontorio di Capo Tindari è sito sulle coste settentrionali della Sicilia in prossimità di Messina e affacciato sul mare delle Eolie. Oltre l’insediamento di epoca greco-romana, il territorio ospita notevoli luoghi d’interesse paesaggistico, storico, geologico e religioso. La conformazione geomorfologica dell’area è importante per la lettura del passato del territorio siciliano. Di notevole interesse nell’area sono le falesie a strapiombo del promontorio e le piccole cavità o grotte localizzate lungo il promontorio, alcune delle quali raggiungibili solo dal mare. Una in particolare risulta di notevole importanza: la Grotta della Fata Donnavilla, all’interno della quale si trovano una breccia ossifera con resti di mammiferi pleistocenici e caratteristiche pareti forate da Litodomi, molluschi di mare abitatori delle rocce, i quali creano all’interno delle pareti rocciose sottomarine questi fori come alloggiamento per le conchiglie e una volta morti lasciano queste impronte che, grazie all’innalzamento delle pareti rocciose rispetto al livello del mare, si sono conservati integri senza subire l’erosione marina. Questa grotta, oltre a rivestire un particolare interesse geologico e paleontologico grazie a queste caratteristiche ed evidenze, ha creato nel corso del tempo un’aura di mistero tanto da essere ambientata quale luogo di racconto mitico di una fata abitatrice della grotta la quale attirava i viaggiatori per mare per poi divorarli e gettare le loro ossa sul fondo della grotta, mentre i fori sarebbero stati provocati dalla furia della fata, che nei momenti d’ira infilzava le sue dita nella roccia.

Tutta la fascia costiera per il suo interesse paesaggistico, naturalistico e fisico-chimico-biologico è stata inserita quale parte della Riserva Naturale Orientata Laghett

La Tindari d’interesse archeologico trae le sue origini dall’insediamento preistorico di età del bronzo rinvenuto sotto alcune abitazioni della Tindari romana e di cui sono leggibili le ceramiche di questo periodo. Tindari però è ricordata come insediamento di fondazione greca, del 396 a.C. per opera di Dionigi il Vecchio, tiranno di Siracusa. La città rivestirà nel corso del tempo una grande importanza strategica prima nel periodo greco tra le contese dei tiranni e poi in quello romano quale ruolo chiave durante le guerre puniche. La città diventerà nel 254 a.C. prima civitas decumana e in seguito sotto Augusto sarà dedotta come Colonia Augusta Tyndaritanorum. Durante il periodo romano fu soggetta a diversi crolli a causa di terremoti, subendo un decadimento prima in epoca bizantina e poi durante la conquista araba.

L’area archeologica presenta numerose testimonianze dei periodi di occupazione: a partire dalle mura di fortificazione, sul promontorio sono distinguibili gli assi viari paralleli della città (plateiai-decumani) attraversati dalle strade secondarie a formare gli isolati di cui uno (l’Insula IV) è quella esplorata totalmente e che mostra testimonianze di abitazioni di epoca romana e delle terme di età imperiale. Di notevole interesse di quest’area sono i pavimenti mosaicati delle abitazioni e delle terme.

Particolarmente interessanti sono due edifici monumentali presenti nell’area di Tindari: la “Basilica” un edificio la cui identificazione appare discussa tra gli studiosi, se un Ginnasio di epoca ellenistica, o una Basilica di epoca romana; e il Teatro Greco-romano, che riveste non solo un particolare interesse storico-archeologico nella lettura evolutiva dell’area, ma anche un grande interesse culturale, poiché insieme al teatro di Taormina è sede del Festival del Teatro dei due mari[8].

Insieme all’area archeologica è presente l’Antiquarium realizzato alla fine degli anni ‘50 grazie ai finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno all’interno del quale sono custoditi diversi reperti provenienti dall’area archeologica.

Ciò che mi chiedo in tutta questa faccenda è il motivo per cui si aspetta sempre che la situazione si trasformi in emergenza per essere affrontata in maniera diretta e impegnativa. E non parlo solo del caso di Tindari, ma in generale di molte delle emergenze del territorio siciliano e ancor più di quelle relative al territorio nazionale. Fattore che m’incuriosisce è il fatto che in tutto ciò la Soprintendenza per i BB. CC. AA. non sia coinvolta o non si faccia promotrice delle iniziative tutelatrici relative a queste aree archeologiche che lei stessa dovrebbe tutelare e valorizzare. Non mi esprimo al fine di definire responsabilità o doveri delle istituzioni e associazioni, ma ritengo che pianificare preventivamente gli interventi da eseguire per mantenere pulite e curate determinate aree, al fine di valorizzarle adeguatamente, permetta di risparmiare sulle spese pubbliche e di non raggiungere livelli di emergenza e di rischio.

a cura di Salvatore Ficarra


[1] Umberto Spigo (a cura di) 2000 Tindari. L’area archeologica e l’antiquarium. Rebus edizioni, Milazzo.

[2] Il Gazzetto del Tirreno Online. Patti: scavi archeologici di Tindari infestati dalle zecche; è emergenza! Di Armando Di Carlo. (10 Giugno 2012).

[3] www.24live.it Zecche a Tindari: a rischio la stagione turistica. (13 Giugno 2012).

[4] GiornaleDiSicilia.it Tindari, zecche anche al teatro Greco: annullato uno spettacolo di Carmelo Ferro. (11 Giugno 2012).

[5] www.incamminoweb.it Tindari: zecche in agguato, si sollecita la disinfestazione. (4 Giugno 2012).

[6] www.tempostretto.it A Tindari scampato pericolo zecche. Miles e Andromaca regolarmente in scena di Giuseppe Giarrizzo. (8 Giugno 2012).

[7] Radio Patti Web. Zecche a Tindari, la lotta continua. Da giovedì nuova disinfestazione. (12 Giugno 2012)

 

*immagine liberamente tratta da http://www.tindari.org
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In Islanda si fa così

Se Madre Natura dovesse avere un laboratorio dove condurre esperimenti “avanguardistici”, quello sarebbe senza dubbio l’Islanda. Una tovaglia di terra, con poco più di trecentomila abitanti, che cavalca docilmente il circolo polare artico. Fuoco e ghiaccio hanno scolpito con pazienza non solo splendidi paesaggi ancestrali, vulcani e distese d’acqua allo stato solido, ma anche carattere e coscienza di un popolo. Per decenni, dopo la sua indipendenza dalla Danimarca nel 1944, l’Islanda è stato un fiore all’occhiello del mondo occidentale, per efficienza, prosperità economica ed umana tranquillità. Venne scelto di stilare una costituzione sulla base di quella danese, consapevoli che alcune modifiche sarebbero poi andate fatte per renderla più equilibrata. Questo non avvenne mai. Nel 2008, le tre maggiori banche islandesi, che rappresentavano circa l’85% dell’attività finanziaria del paese, falliscono in una settimana. Tutte le altre le seguono a ruota in pochissimi giorni. Le perdite complessive giunsero ad essere circa sette volte il prodotto interno lordo del paese [1].

La “pans and pots revolution”, la rivolta delle pentole e delle padelle, colpì il paese nel Gennaio 2009. Le richieste dei cittadini Islandesi erano due: il Primo Ministro doveva dimettersi, e la Costituzione andava rivisitata. Cinquanta anni non erano bastati ai vari governi per farlo, forse perchè, come spesso accade nelle moderne Democrazie, i governanti faticano a legiferare allo scopo di limitare il proprio potere.

Entrambe le cose, grazie alla perseveranza, alla coscienza e al senso del dovere del popolo, accaddero. Il problema chiave della Costituzione Islandese risiedeva nello strapotere del ramo esecutivo su quelli giudizario e legislativo, che permise al governo di svendere le banche statali a privati, svincolandole poi da obblighi legali come i reserve requirements, in cambio di prestiti e generose donazioni a politici ed amici.

Un’Assemblea Nazionale di mille persone di tutte le estrazioni sociali, età e sesso, selezionate casualmente, ha nominato un Comitato Costituzionale, formato da sette persone, allo scopo di raccogliere informazioni ed idee e stilare un report preliminare sulle proposte popolari per la nuova costituzione.

Quindi, attraverso elezioni democratiche, sono stati scelti i venticinque membri dell’Assemblea Costituente (la lista è consultabile in Internet [2]) tra cinquecentoventitrè candidati, utilizzando il single transfereable vote [3].

Il processo di riscrittura è stato portato avanti per quattro mesi, alimentato da frequenti feedback popolari: ogni settimana l’Assemblea si riuniva ed elaborava proposte di articoli per la nuova Costituzione, consultabili pubblicamente sulla rete; dopo i feedback dei cittadini, la bozza veniva rielaborata e poi, articolo per articolo, veniva votata dai membri dell’Assemblea.

Nessuna organizzazione è stata invitata a meeting speciali. Grandi proprietari terrieri, armatori, banchieri potevano consultare i pubblici documenti come comuni cittadini.

Il “Constitutional Bill” è disponibile in Internet, in lingua Inglese [4]. Spiccano tra le righe la presenza del reato di tortura (non presente in Italia), l’espressa non-discriminazione in base ad orientamenti sessuali, l’eguaglianza dei voti di tutti i cittadini (sembra assurdo ma i voti pesavano in modo diverso in base alla residenza in città o in aree rurali), compaiono le parole “Sviluppo Sostenibile”, c’è un sistema di bilanciamento di potere e di controllo reciproco tra i vari rami governativi, tutte le risorse naturali (miniere, riserve ittiche) passano in mano allo Stato che ne è possessore eterno e garante.

Il 20 Ottobre 2012 si terrà un Referendum per l’approvazione della Nuova Costituzione. Molti parlamentari hanno diversi motivi per non volerla. Ma sarà difficile andare contro la volontà di un popolo espressa attraverso un processo democratico di tale portata.

Democrazia. In Islanda si fa così.

a cura di Michele Martini

* Immagine liberamente tratta da london.indymedia.org
** L’Islanda è stato il primo paese Europeo a riconoscere l’indipendenza dello Stato Palestinese [5]

Fonti:

[1] Gylfason T., From collapse to institution – The case of Iceland, Presentation at XXIV Villa Mondragone International Economic Seminar, Rome, 27 June 2012 (clicca per scaricare: Rome Presentation June 2012)

[2] http://en.wikipedia.org/wiki/Icelandic_Constitutional_Assembly_election,_2010

[3] http://en.wikipedia.org/wiki/Single_transferable_vote

[4] http://stjornarskrarfelagid.is/english/constitutional-bill/

[5] http://www.guardian.co.uk/world/2011/nov/30/iceland-recognises-palestinian-state

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Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Parte terza

(ovvero accadde negli anni ’60)

Casa:
Luogo del non-luogo. Negli anni sessanta la casa era un rifugio e, nello stesso tempo, la coazione, l’obbligo di seguire rituali obsoleti le cui componenti erano sovente la costrizione e la frustrazione. I ragazzi si sentivano prigionieri in casa ed i genitori, al contrario, investivano tutta la oro libidine sulla casa. La maggioranza degli Italiani non possedeva casa. A Torino gli immigrati e gli indigenti vivevano in topaie con il cesso sul balcone. Vigeva la promiscuità assoluta e non c’era spazio fisico per costruirsi un proprio mondo o una propria visione del mondo. Molti ragazzi, a partire dal 1965, incominciarono a scappare da casa. Non era la ‘fuitina’ siciliana. Si sapeva che in alcuni luoghi ci stavano i ‘capelloni’. Era la speranza, come in un tempo passato, di riscoprire insieme la California.

Chela:
Discepolo. Il termine lo ricuperai da ‘Kim’, romanzo on the road di Kipling.Il mio primo chela fu Alberto, detto, in seguito, Zen. Trascorrevamo serate a parlare di monachesimo con Enzo, che divenne monaco cristiano e fondatore di una comunità a Bose, nei pressi di Ivrea. Là capimmo che le religioni che dividono sono tentazioni diaboliche, cannibalismo di potere. Zen intraprese a srotolare il suo karma tra l’Asia e le nostre valli alpine. Venne a trovarmi recentemente (entrambi ragazzi invecchiati) per comunicarmi che aveva scoperto l’Islam. Lunga vita a fratello Zen.

Comune:
Termine che, al femminile, deriva da ‘La Comune de Paris’ del 1871, esperienza di autogestione di una città intera contro aggressori esterni e collaborazionisti interni. I seguaci dell’ultimo Mao-tze-tung rilanciarono, con il ‘libretto rosso’, il termine, realizzando, a differenza del 1871, esperienze coercitive e autoritarie. Dopo il 1968, in Italia si iniziò a parlare di ‘comuni’ e si tentò di realizzarle, soprattutto negli anni ’70, come alternativa alla città ed alla lotta armata. Personalmente amo poco le situazioni artificiali. Preferisco una federazione di tribù reali, di villaggi, di esperienze, di storie. Non ho nulla da dimostrare od imporre. Penso che la Storia abbia già fatto molto: nel bene come nel male.

Controcultura:
Termine coniato in una fase successiva alle prime esperienze. Non so bene che cosa significhi. Se si intende una visione antitetica alla cultura (prevalentemente ‘borghese’ a quei tempi) come avveniva per alcune frange della sinistra estrema bordighista, non mi riguarda né riguarda le mie tribù. In effetti il popolo nomade, malinconico, fiorito, povero e profetico, tentò di costruire una cultura che permettesse agli umani di crescere come l’albero, come l’axis mundi che permette agli dei di scendere in terra e agli umani di salire in cielo. Si rivolse alle culture degli antenati, di quelli vissuti prima, alle culture primitive, sciamaniche e visionarie, alle culture non discriminanti ma inglobanti come l’induismo, o a quelle del silenzio come il buddismo. La parola ‘cultura’ ha la stessa radice di ‘coltivazione’, e non a caso. Coltiva te stesso con mansuetudine, con costanza, con verità. Prima, però, dissoda il terreno e questo fu l’on the road. Se invece s’intende una ‘cultura contro’, contro chi non so, anche allora non mi ci ritrovo. Noi individuammo l’Aleph e attraverso il foro tentammo di veleggiare verso altre realtà. Non ci interessava essere contro questo mondo anche perché eravamo troppo poco ‘mondo’, eravamo anemici e feriti, dovevamo confermarci umani, figli della Terra. Non fummo ‘contro’ ma ‘al di là’. Cercammo, come gli elfi di Tolkien, sovente in incognito, di benedire il mondo che è una strada, una ‘road’ ruotante.

Corpo:
Il corpo era una ‘cosa’ strana. Il cattolicesimo ci aveva insegnato che era un impaccio, la sede delle tentazioni e del peccato. Il corpo era strumento di lavoro, attaccapanni, militare rasato, madre di tanti figli, desiderio illustrato dai graffiti nei cessi maschili. Il corpo era mutilato dei genitali. Maschi e femmine li immaginavano e li temevano. “E se mentre ballo mi viene duro?”. Nel corpo erano le stigmate: i capelli lunghi, i capelli rasati dalla polizia, ti faccio un culo così, le bottiglie di coca-cola nelle vagine delle patriote algerine, la tortura, la morte. Contro il platonismo dilagante si iniziò una educazione al corpo-corpo, contro l’ ‘idea’ di corpo. “Quando stringi una mano sia la tua mano che stringe e non l’idea della mano”. Ogni particella di corpo è atman. Yoga, prana, ying e yang, macrobiotica, vegetarianesimo, massaggio, coito.

a cura di Gianni Milano

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Parte Prima – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettera A
Parte Seconda – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettera B
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Parte Quarta – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettere D,E,F,G

 

*Immagine liberamente tratta da http://www.fromoldbooks.org

Diaz mai più

“Nella tarda serata del 21 Luglio 2001, mentre il G8 di Genova stava per volgere al termine, diversi reparti di Polizia e Carabinieri irrompono all’interno degli edifici che compongono il complesso scuole Diaz di Genova. Gli edifici erano stati assegnati inizialmente al Genoa Social Forum per realizzare il “media center” e un centro di “comunicazione e training” [1]; l’edificio “Pertini” venne poi adibito anche a dormitorio per i manifestanti.
Al termine del blitz, i fermati sono 93. I feriti sono più di 60, di cui 3 in prognosi riservata e 1 in coma. Alcuni di loro vengono portati nella caserma di Bolzaneto, dove altre violenze hanno luogo.
Potremmo parlare dell’esito della sentenza della Corte di Cassazione su questi avvenimenti, o del fatto che in Italia non esiste il reato di tortura. Potremmo parlare di quelle che sono apparse vere e proprie operazioni di depistaggio delle indagini da parte dei vertici delle Forze dell’Ordine. Potremmo parlare per ore e ore, spulciare i verbali dei processi e probabilmente percorrere strade già battute.
Preferiamo di no, non in questo momento almeno. Preferiamo ascoltare le parole di chi ha vissuto quella che Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Preferiamo riflettere sul concetto di Democrazia e di Stato di Diritto, preferiamo cercare, dentro di noi, il motivo per cui nel nostro Paese accettiamo che, a volte, la Democrazia vada in ferie.
Preferiamo lasciare spazio all’ascolto, piuttosto che alle nostre chiacchiere.
Vi suggeriamo la visione del film-documentario “Diaz – Don’t clean up this blood” di Daniele Vicari,  e vi proponiamo alcuni video di testimonianze dirette [2]:
a cura di Italian Spring Lab
*Disegno a cura di Martina Lattanzi
** “Diaz mai più” era scritto sulla maglietta che Mark Covell indossava alla Corte Suprema di Cassazione di Roma il 12 Giugno 2012. Gli uomini della Digos lo hanno costretta a indossarla capovolta, in modo che non si potessero leggere quelle parole, prima di entrare in aula.
Fonti:
[1]  http://processig8.org/Diaz.html

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Diciannove volte “mafia”

Venti anni fa l’esplosione di una Fiat 126 imbottita di tritolo faceva saltare in aria il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta composta da Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Agostino Catalano. Da quel giorno, Via D’Amelio a Palermo e nel mondo è tristementa nota per quel massacro. Quando questo accadde, io ero un bambino, avevo poco più di cinque anni e non andavo ancora a scuola. Non ricordo niente di questo episodio, non ricordo nemmeno di averne sentito parlare alla televisione.
Non è mia intenzione ripercorrere i fatti salienti della vita personale di Borsellino, ne’ aprire una discussione su una eventuale trattativa tra vertici dello Stato e “mafia”. Non avrebbe senso, sarebbe soltanto un inutile rincorrersi di luoghi comuni, frasi fatte o già dette, ipotesi non verificabili, supposizioni.
Quello che mi preme, in questa notte tiepida di Luglio, è riflettere sul concetto di “mafia”. Quando uno sente parlare di “mafia”, generalmente inorridisce, fa condanne e sentenze morali. Si pensa alle stragi, alla corruzione di grandi politici, al pizzo, al traffico di stupefacenti, al riciclo di denaro sporco, alle gare di appalto truccate e quant’altro.

Il mondo in cui sono cresciuto mi ha abituato a pensare alla “mafia”come fenomeno lontano e di larga scala.

Il piccolo, personale percorso umano di cui sono stato partecipe mi ha imposto di affrontare il problema anche sotto un’altra ottica, e mi ha permesso di fare delle riflessioni, la cui giustezza non è certamente universale. La “mafia” non è solo bombe e mitra, boss, malaffari e immensi capitali illeciti.

La “mafia” è un atteggiamento.

La “mafia” è un modo di fare, di affrontare la vita, di approcciarsi alla realtà. La “mafia” è qualcosa che noi possiamo toccare con mano ogni giorno della nostra vita, se vogliamo; qualcosa che nega il diritto alla legalità e alla libera esistenza nostra e degli esseri umani che ci stanno intorno. Per me, “mafia” è cercare la raccomandazione per farsi assumere su un posto di lavoro, qualunque esso sia. Per me “mafia” è ricattare una persona, per qualsiasi ragione. Per me “mafia” è catturare la simpatia del sindaco del piccolo paese per rendere edificabile un proprio terreno. Per me “mafia” è abbandonare vecchi elettrodomestici nel bosco a quattro chilometri da casa. Per me “mafia” è anteporre i personali interessi economici al progresso della comunità di cui facciamo parte. Per me “mafia” è partecipare ad un concorso pubblico dicendo che tanto ci saranno i soliti raccomandati che lo vincono, ma poi quando siamo noi ad essere raccomandati allora tutto va bene. Per me “mafia” è la sindrome “NYMBY”, ovvero gli acquedotti, gli impianti fotovoltaici, eolici, le centrali a carbone e nucleari ci piacciono tanto, basta che vengano costruite lontano da casa nostra. Per me “mafia” è essere il presidente di una piccola associazione culturale e far sparire cento euro ogni tanto.

Per me “mafia” vuol dire soprattutto ignoranza e stupidità. Per me “mafia” è contrario di “intelligenza”, è offesa all’uomo in quanto essere vivente dotato di ragione. E’ meschinità, viltà, bassezza, umiliazione. E’ essere in ginocchio trafitti da chiodi arrugginiti ed infetti.

Per me “mafia” è una parola da ripetere diciannove volte all’interno di poche righe, perchè io possa ricordarmi che essa può esistere anche in casa mia o in quella del vicino. Perchè io riesca a riconoscerla e denunciarla, fregandomene del fatto che “qui han sempre fatto tutti così ed è una cosa normale ormai”. Il mio dovere morale di uomo è di oppormi ad essa con coerenza, onestà e coraggio.

In questo senso oggi ho pensato a Paolo Borsellino. Quando la mia bocca ha pronunciato la parola “coraggio”.

a cura di Michele Martini

*Fotografia a cura di Michele Martini. L’opera raffigurata è stata presentata in una mostra a Copenhagen nel 2011; tuttavia  non è stato possibile risalire al suo autore.
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Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Parte Seconda

(ovvero accadde negli anni ’60)

Bacio:
Forma di comunicazione che, se praticata in pubblico, diventava ‘offesa al pudore’. Drammatica la reazione se a baciarsi erano due maschi. A Torino questo stile di comunicazione fu legato alla scoperta della santità del corpo, alla liberazione sessuale, alla nuova fratellanza tribale. Baci freddi e magri, ricordo: scandalo tanto, ma chi se ne frega?

Bambini:
Se esistono ancora bambini, magari non così tanti nel mondo occidentale, metropolitano e smoggato, di certo sono caratterizzati dallo stupore. Gli occhi spalancati capaci di vedere ovunque il meraviglioso (anche nella durezza) e la capacità di produrre meraviglie, come invitava il cavalier Marino nel secolo barocco, furono caratteristiche di quei tempi. Le tribù dei bambini vanno connotate come tribù, innanzi tutto, con un loro sfondo, un loro stile ed un loro karma. Per quarant’anni, come insegnante, ho lottato a favore delle tribù infantili, contro la mummificazione istituzionale. I bambini furono un dono anche per le tribù adulte che reintrodussero la pratica dell’allattamento al seno e dell’educazione praticata non solo dai genitori naturali ma da tutti gli adulti. Come dice Gibran: “I vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie della fame che in se stessa ha la vita. Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi, e non vi appartengono benché viviate insieme”.

Beat:
Termine di origine jazzistica che Kerouac rilanciò in grande stile traducendolo con ‘beatus’. In questa versione fu da me accolto. Nel 1966 andai formalmente a chiedere alla Questura di Torino, a nome dei beatniks locali, il permesso per una manifestazione pacifica contro la guerra in Viet-nam. Il permesso fu negato ma la manifestazione si svolse comunque in piazza Castello, sotto l’orrido monumento fascista alle forze armate, con resistenza passiva e non-violenta alle cariche della polizia. Si trasformò in uno sciopero della fame per la durata di tre giorni, in un circolo omosessuale. A Torino poco incise la leggenda della beat generation. La cosa che più colpì fu la possibilità di ricostruirsi una vita secondo regole dettate dallo stupore e dalla ricerca, dal rifiuto d’obbedienza ai valori dominanti, dall’anarchismo, dalla non-violenza, dal desiderio di aprire un aleph tra il qua ed il là. La parola d’ordine dal 1964 al 1966 fu ‘ Non contate su di noi’. A Torino la linea si elaborava lentamente e per cooptazioni. La poesia, la musica e la ricerca spirituale erano le molle del cambiamento. Anni duri di capelli lunghi e minigonne, di letture poetiche in pubblico fischiate e con lancio di oggetti vari, di fame viscerale, di fughe da casa di minorenni innamorati, di comunità povere ed estasiate. Il beat ruppe il guscio dell’uovo, l’hippie fece cantare il gallo.

Benevolenza:
E’ una sorta di assicurazione contro il rifiuto. La benevolenza è più un modo di guardare al mondo che un modo di fare. E’ un modo di indirizzare la volontà secondo percorsi liquidi di torrenti piuttosto che secondo linee tortuose di precetti. La benevolenza è accoglienza che supera le dualità e riconduce le opposizioni all’unità riposante. Buddha è benevolo. La mia benevolenza nasce dal fatto che il comportamento umano è in gran parte assurdo, che io sono fragile e lo so (come un fungo, come uno gnomo, come un uovo) e che preferisco sorridere piuttosto che digrignare i denti (che a causa della non-benevolenza della guerra sono traballanti e malati).

Bhakti:
E’ la via devozionale alla realizzazione del karma e dell’amore. Esiste un bhakti-yoga che ha come praticanti i devoti, i fiduciosi, gli estatici, i teneri che si affidano al mistero tra le braccia di Kali o di Miriam o di Maria o di Kwannon e proseguono la strada sperando di realizzare il grande messaggio di pace e di armonia della vita cosmica. I bhaktinauti provengono non si sa da dove e non sanno dove andranno: in realtà non gliene frega niente di andare, convinti, con il buon Lao-tse, che il miglior modo di accogliere il mondo con la vita e con la morte stia in una ciucca benevola a stretto contatto con un pelo di bufalo o di cane o di gatto o di donna o di uomo o di bambino che sa di latte e di cacca. Io sono uno psiconauta bhakti, buddhista, piccolo e leggero, alla ricerca delle Grandi Anime ovunque si nascondano e qualunque sia la veste che hanno assunto nel loro karma attuale. Ascolto il mistero col suo brivido di silenzio.

Buddha:
Realizzazione piena del principe Siddharta. Nella Compassione visse ed attraversa tutte le anime on the road che l’umanità ha conosciuto. Nei miei gatti di montagna c’è molta buddhità. Sta però scritto: “Se incontri il Buddha per strada uccidilo”. Koan per le generazioni saccenti ed onnipotenti.
Il mio incontro con Buddha avvenne in tempi lontani, durante la mia infanzia, mentre infuriava la Seconda Grande Guerra Mondiale del XX secolo. Lo trovai nelle pagine di Salgari, come idolo giallo dalla pancia gonfia. Ci volle poi Hesse, con il suo ‘Siddharta – poema indiano’ del 1922 a farmi rincontrare con quello strano viandante di terre lontane e Kerouac con ‘I vagabondi del Dharma’ e Ginsberg e le edizioni francesi dei ‘maitres spirituels’ delle edizioni Seuil e via via letture sempre più profonde con ringraziamento per il maestro Suzuki. Nel 1964: Io prendo rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha. Su ‘Pianeta Fresco’, nel 1968, uscì un mio saggio sul Buddismo Mahayana. Tra le braccia di Kwannon trovano pace gli Illuminati, i Psichedelici, i Visionari. Se i cristiani fossero più attenti ai messaggi del loro guru Gesù forse ci sarebbe più amore nel mondo e più consapevolezza.

… continua

a cura di Gianni Milano

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Parte Prima – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettera A
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* immagine liberamente tratta da http://etc.usf.edu
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Reddito Minimo Garantito*

Una serie di associazioni, movimenti, realtà sociali, comitati sta lanciando una campagna per la proposta di una legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito in Italia che avrà come termine dicembre 2012.

E’ arrivato il momento, non più rinviabile, affinché una proposta di legge sul reddito minimo garantito venga inserita nell’agenda politica di questo paese. I numeri che ogni giorno vengono presentati dagli enti di statistica e di ricerca raccontano di un paese sull’orlo del disastro sociale, un defalut sociale che sta dimostrando con sempre maggiore chiarezza la necessità di una nuova politica redistributiva e l’importanza, cosi come definito in molti testi e risoluzioni europee, della misura del reddito minimo garantito. E’ necessario definire, prima di tutto per il riconoscimento della dignità umana, una base economica sotto la quale nessuno deve più stare! Il reddito minimo garantito non è più rinviabile!

Il reddito minimo garantito è un argine contro la ricattabilità, il lavoro nero, il lavoro sottopagato e la negazione delle professionalità e della formazione acquisita. Significa in buona sostanza non vendersi sul mercato del lavoro alle peggiori condizioni possibili. Da argine può diventare un paradigma per la costruzione di un welfare che includa e promuova, garantisca autonomia e libertà di scelta. Siamo tra i pochissimi Paesi europei – oltre a noi solo la Grecia – a non avere alcuna forma di tutela di ultima istanza. Siamo persino inadempienti rispetto all’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

E’ necessario dare vita ad una ampia coalizione che faccia propria la campagna e che si costruiscano in tutto il paese iniziative, dibattiti, momenti di comunicazione ed informazione, adesioni e soprattutto firme che permettano, da qui a dicembre 2012, la presa di parola di decine di migliaia di persone che pongano il tema del reddito minimo garantito come uno dei temi principali per la fuoriuscita dalla crisi.

E’ necessario per questo che le adesioni aumentino, che nascano comitati per il reddito minimo garantito, che le forze sociali, politiche, sindacali prendano posizione e si attivino affinché questa campagna diventi uno dei pilastri non solo dell’iniziativa pubblica ma che ponga con forza su quali pilastri si debba fondare il contrasto alla crisi sociale che milioni di persone subiscono. Il reddito garantito è uno di questi pilastri!

Fino a dicembre 2012 sul sito si raccoglieranno le adesioni, le idee, le iniziative, i luoghi in cui poter firmare. Il sito ospita già la proposta di legge ed i materiali utili alla raccolta delle firme, verrà inoltre implementato durante tutta la campagna sperando che siano moltissime le informazioni da inserire, dalle iniziative nei territori, ai luoghi dove raccogliere le firme e alle adesioni che potranno pervenire fino alla fine della campagna.

Vi chiediamo pertanto di aderire, sostenere, diffondere, promuovere con la vostra associazione, comitato, realtà sociale, la campagna per un reddito minimo garantito in Italia. Di costruire e promuovere iniziative, dibattiti, banchetti, raccolta firme, feste, concerti per rendere questa campagna più partecipata e ricca possibile. Tutte le iniziative saranno pubblicate.

Se ritenete utile ed importante partecipare inviate il nome esatto del vostro Comitato, associazione, movimento, rete etc. a redditominimogarantito@sxmail.it così da inserirlo tra i sostenitori e aderenti della campagna.

Ps: Questa iniziativa (che riguarda l’Italia) per una legge nazionale sul reddito minimo garantito potrebbe inserirsi in aggiunta ad un’altra campagna che a partire dall’autunno prossimo vedrà la possibilità di raccogliere le firme per una misura di reddito di base a carattere europeo di cui vi daremo notizia nei prossimi mesi.

*Testo tratto dal sito http://www.redditogarantito.it in cui troverete tutte le informazioni, compreso il materiale per raccogliere le firme. 

a cura di Francesco Lattanzi

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Nude e crude

Il fatto che ci siano ancora donne nel mondo che lottano per la loro dignità e per la parità dei diritti è, di per sé, deprimente e consolatorio insieme. Deprimente perché nel nostro civilissimo ventunesimo secolo certi problemi non dovrebbero neanche porsi, consolatorio perché è sempre una gioia sapere che c’è ancora in giro qualcuno che si rimbocca le maniche per cambiare le cose che non vanno. Da noi il termine “femminismo” è spesso usato a sproposito (con una punta di derisione dagli uomini, come sinonimo di misandria dalle donne), ma nonostante tutto ci sono ancora persone per le quali costituisce una ragione di vita. Le attiviste di Femen, provocatorie, scandalose, sicuramente originali, sono attualmente le più celebri a livello mediatico. L’importanza fondamentale che una lotta femminista ci sia ancora dove ce n’è bisogno è il motivo che mi spinge a parlare di queste pazze ragazze ucraine, che usano il seno nudo contro i loro uomini, il loro paese, la loro stessa immagine.

Forse è improprio parlare solo di ragazze ucraine quando parliamo di Femen, visto che ormai il movimento è diffuso a livello globale. Ma è proprio a Kiev, dove è stato fondato nel 2008, che risiede la spina dorsale del gruppo. “Ho fondato Femen perché mi sono resa conto della mancanza di donne attiviste nella nostra società; l’Ucraina gira intorno agli uomini e le donne hanno un ruolo passivo”  dichiara Anna Hutsol, economista, fondatrice e tutt’ora presidentessa del movimento. Il fulcro della protesta è costituito dalla lotta contro il turismo sessuale e la prostituzione (il numero di schiave sessuali in Ucraina si aggira intorno alle dodicimila), e in questo senso la loro scelta di marciare a seno nudo si pone per le Femen come una rivendicazione del controllo del proprio corpo nei confronti dello sfruttamento maschile. Inoltre, sempre dalla voce di Hutsol: “Nessuno porrebbe attenzione ai problemi che solleviamo se non fosse per il modo in cui ci vestiamo. Non abbiamo paura di girare in topless o in bikini se serve a uno scopo.”. E lo scopo di ottenere visibilità è stato raggiunto in pieno. Ovviamente i rischi di cadere in contraddizione sono molti, quando si vuole cancellare l’immagine della donna ucraina di facili costumi spogliandosi in pubblico. Non sono in pochi a non approvare la scelta delle ragazze di FEMEN, a cominciare dai loro familiari e compatrioti. Le altre donne ucraine in testa. Difatti, un altro dei concetti cardine di Femen sta nella sensibilizzazione delle loro connazionali. “Le donne ucraine hanno un solo scopo nella vita: trovare un uomo che le sposi – se possibile straniero. Dopodiché vogliono essere soltanto delle mogli, non vogliono imparare un lavoro o farsi una fama di qualche tipo. La maggior parte delle donne giovani in questo Paese sono cosí.” dichiara Aleksandra Shevchenko (altro membro di spicco del movimento, protagonista addirittura di uno strip in piazza San Pietro l’anno scorso), “Ci manca una rivoluzione. Ma ci stiamo lavorando.”. Rivoluzione che è prevista per il 2017 (centenario di quella bolscevica), che sarà brutale e che porterà al matriarcato (sempre a detta di Shevchenko). Progetto per lo meno inquietante. E nemmeno classificabile come “femminista”.

Da donna, trovo molto difficile formulare un’opinione sulle Femen. Penso che il loro coraggio e il loro spirito d’iniziativa siano senz’altro ammirevoli. Il problema è la validità della loro forma di protesta. Mi sfuggono le risposte a un paio di domande fondamentali: togliendomi il reggiseno ottengo davvero il rispetto dell’uomo? Quanto contribuisce il movimento ad accentuare lo stereotipo della donna ucraina sexy e disinibita, che è proprio il primo idolo che intende abbattere? E soprattutto, al di là degli auspici rivoluzionari, qual è il futuro del gruppo? Le ragazze ucraine rifiutano di legarsi a un partito politico. Sono contro Putin, Janukovich e Lukashenko, e non hanno mai avuto una particolare simpatia per Tymoshenko. Per ora, a quanto sembra, non hanno intenzione di scendere in politica in prima persona, oserei dire che si limitano a “pubblicizzare” i problemi. Rimaniamo nella speranza che l’entusiasmo delle Femen riesca in qualche modo a sfociare in un cambiamento concreto, delle donne e per le donne, e non rimanga, come spesso succede, una provocazione fine a sé stessa.

a cura di Sara Brayon

*immagine liberamente tratta da http://www.straight.com/article-707261/vancouver/topless-femen-protesters-create-splash-euro-2012-soccer-championships

Fonti:

Femen-Noi, nude alla meta conquisteremo la libertà di Sergio Cantone (intervista a Anna Hutsol, Inna Shevchenko e Jana Zhdanova), Venerdì di Repubblica 15-06-2012

http://www.zeit.de/sport/2012-06/interview-femen-ukraine-protest

http://observers.france24.com/content/20090828-how-they-protest-prostitution-ukraine-femen-sex-tourism

http://www.facebook.com/Femen.it

Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Parte Prima

(ovvero accadde negli anni ’60)

Abiti:
Nel momento in cui iniziò il mettersi in strada, l’abito era riciclato, acquistato di seconda mano: quelli più economici, oltre ai jeans, erano gli abiti militari che, portati da antimilitaristi, assumevano un valore di sfida. In seguito divennero più colorati e vari, quasi abiti di scena, quasi costumi teatrali provenienti da epoche e stili i più diversi, sempre rigorosamente già usati e scambiati. La permuta favorì la creatività. Ci fu poi la stagione degli abiti di foggia indiana, semplici, fuori misura, che ben si associavano, in estate, con i sandali o i piedi nudi ed i capelli lunghi. L’abito fece il monaco, divenendo una seconda pelle comunicante, un elemento di aggregazione e di riconoscimento. Non fu mai ‘divisa’ ( da ‘dividere’) né ‘uniforme’ (da ‘tutti simili ad una forma unica’).

Abominevole:
Ovvero ‘abominable snowman’ ovvero yeti ovvero protagonista d’una mia novella sull’amore. Patrono dell’alto Tibet, Tetto del Mondo, patria di Milarepa, santo buddhista di montagna. A Milarepa è dedicato il mio rifugio di montagna, la mia Big Sur.

Acido:
Ovvero Acido Lisergico ovvero L.S.D. In natura è presente sotto forma di fungo parassita della segala cornuta. Nel medio-evo non erano infrequenti visioni collettive di villaggio! Con la segala si faceva il pane: immaginate un po’! Ma le streghe le bruciavano allora ed oggi. In Italia l’Acido arrivò clandestinamente come goccia su uno zuccherino oppure come goccia su carta assorbente oppure in bottiglietta. A Spoleto, nel 1968, al Festival dei Due Mondi, la Human Family di Londra se ne portò dietro una bottiglietta. A Milano, nell’inverno 1966-67, Andrea D’Anna, amico caro e fratello in scrittura, autore de ‘Il Paradiso delle Urì’, inalberava sul maglione un megabottone in latta nera su cui in inglese e rosso stava scritto ‘Lasciate che lo Stato si Disintegri’. La Libreria Feltrinelli di Milano vendeva bottoni con scritte le più diverse, oltre al simbolo pacifista anti-atomico sulla cui origine si discuteva. Fernanda Pivano suggeriva che fosse un simbolo dei Nativi americani: una freccia spezzata.

Alce Nero:
Sciamano Oglala, cugino di Crazy Horse. ‘Alce Nero parla’ di J. C. Neihardt, in cui lo sciamano racconta la sua visione e la sua vita, uscì per Adelphi nel 1968. “Laggiù, quando ero ragazzo, gli spiriti mi portarono, nella mia visione, al centro della terra, e mi mostrarono tutte le cose buone che ci sono nel cerchio sacro del mondo”. Black Elk accompagnò le genti nelle peregrinazioni indicando loro il compito di riunire le tribù nel cerchio sacro del mondo. Il còmpito è imperativo ancora oggi, più che mai. Il tribalismo federato può dare una risposta alla mancanza di radici, di sacralità, di speranza dei popoli, contro l’arroganza degli Stati e dei Poteri.

Alternativa:
Alternativa a cosa? Dissi: “Oggi essere alternativi significa ‘essere’. Sii. Questa è l’alternativa al non-essere”. Quando, nella fase tarantolata beat, si incontrava qualcuno che poteva entrare nel pantheon capelluto, si diceva: “E’ uno che c’è!”.

Amsterdam:
Terra ‘franca’, punto di approdo di pellegrini da ogni parte di Europa, negli anni sessanta del Novecento. Quando vi approdai, i nuovi argonauti stazionavano accanto al monumento della Resistenza, nella piazza principale della città, accanto al palazzo reale. Qualche volta una signora gentile, la regina madre, dissero che fosse, appariva al balcone e salutava con la mano. L’immagine dei ragazzi accampati sulla piazza ricordava il riposo dei trichechi su coste disabitate. Arrivai ad Amsterdam in autostop con Alberto-Zen. Lui proseguì per Londra. A me la polizia non aveva concesso il passaporto perché avevo una denuncia, da parte del Provveditorato agli Studi di Torino, per possesso e traffico di stupefacenti. Non potevo lasciare il continente. Amsterdam era amabile terra di Provos, delle biciclette bianche, della tolleranza, del Fantasio e del Paradiso. Quest’ultimi erano locali notturni, ‘franchissimi’ nella pur aperta città. Di notte si riempivano di tutto l’underground possibile. Musica, psichedelìa, ‘viaggi’, incontri: una grande fraternità e la garanzia che nessuno ti avrebbe fregato. Poi a dormire lungo i canali con le oche per guardiane. Lasciai Amsterdam dopo aver comprato un utensile per farmi le sigarette ed un giaccone afgano, pesantissimo e puzzolentissimo, col quale percorsi l’Europa nel ritorno al sud. Avevo con me soltanto un sacco-a-pelo ed una borsa di tela militare. Il giaccone, da solo, era più ingombrante di tutto il resto – e l’agosto era caldo!

Anarchia:
Rifiuto del potere, non, invece, lotta al potere. Una risata sotterrerà il Sistema, come dicevano anche i Provos olandesi. Il potere schiavizza chi lo subisce ma anche chi lo gestisce. Potere e proprietà non appartengono alla natura ma alla società umana spaventata e spaventevole. Sono pròtesi, nel tentativo di sostituire una scarsa energia vitale. Francesco d’Assisi era più vicino ai beats nostrani che tanti altri. Ma gli anarchici, nel tempo, hanno sorriso poco. Erano tremendamente seri. I Provos erano anarchici sorridenti. “Provotari di tutto il mondo unitevi!”. Gli anarchici mediterranei erano esperti in addii. Ricordate ‘Addio Lugano bella’? Lugano ha avuto la sua importanza nella storia che stiamo narrando. A Lugano usciva Paria, psichedelico giornale dai lunghi capelli. Portò avanti fino allo stremo delle forze economiche la resistenza alla consuetudine, all’ipocrisia, alla violenza. Anarchici italiani d.o.c. degli anni sessanta furono Valpreda, accusato a torto d’essere un bombarolo responsabile d’un attentato alla Banca dell’Agricoltura in Milano, e Pinelli, pacifico propagatore di idee di libertà e gentile maestro di ciclostile, che, misteriosamente (?) finì la sua vita volando giù da una finestra della Questura di Milano.

Autostop:
Mezzo di trasporto economico e socializzante. I giovani italiani non lo conoscevano né lo praticavano. In realtà i giovani italiani non si muovevano molto e raramente da soli. Mettersi sul bordo di un’arteria molto frequentata con il pollice rivolto in alto ed un sorriso accattivante era autostop. Ma autostop era anche un fatto mentale. Perdere la casa ed aprirsi all’imprevisto come avevano fatto tutti i monaci erranti del mondo: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli dell’aria i loro nidi; ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Matteo: 8,20). L’autostop s’accompagnava alla semplicità e alla povertà. Permetteva di dormire nel sacco-a-pelo sotto le stelle e di incontrare altri fratelli sconosciuti. L’autostop fu lo strumento fondamentale dell’ on the road. L’iconografia hippie è segnata dai capelli lunghi e dal pollice alzato.

Avatar:
Apparizione, discesa in terra, dio incarnato. Le tribù che si formarono lungo le strade, percorrendo spazi e tempi, seguendo ermetici messaggi visionari, proclamando pace ed armonìa, fluidità e gioia, colloquio con tutte le creature e solidarietà attiva, erano, in realtà, un avatar collettivo, una incarnazione della Vita Misteriosa che ha mille nomi e mille immagini, come diceva Ramakrishna, pace.

… continua

a cura di Gianni Milano

ARTICOLI SUCCESSIVI:
Parte Seconda – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettera B
Parte Terza – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettera C
Parte Quarta – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettere D,E,F,G
 * immagine liberamente tratta da http://en.wikipedia.org
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Poesia di uno schiavo senza tempo

Sempre il solito tram tram quotidiano
la mattina latte e biscotti
ben inzuppati
devono quasi nuotare
per essere adatti.

Sempre il solito tram quotidiano
mezz’ora di viaggio
10 minuti a piedi
e poi eccomi giunto all’arrivo
mi rinchiudo in ufficio
offerte a destra
a sinistra e a manca
promozioni dell’ultima ora
sopporto fino a sera
e poi il ritorno a casa per la cena.

Sempre il solito, il quotidiano
mi rinchiudo nella mia cameretta
e gioco al computer, alla Wii, alla Nintendo
nessuno può negarmi questo divertimento.

Pensate, l’altro giorno
ho parlato con Sir88
in chat ovviamente
insisteva sull’Africa
non so quale paese
diceva di gente in piazza
scontri e vittime
di un certo Mubarak
definendola situazione delicata.

Ma io dico
tanti senzatetto
e non ci sono aiuti dal governo.

E poi che cazzo
non hanno un impiego?
io lavoro, mi faccio il culo
di certo non chiedo aiuto
e tu guarda sti scansafatiche
dicon tutti sian dei poveretti
e lo credo
non fanno niente.

Si impressionano dei morti
ma con questi caproni
è il minimo che ci vuole.

Anch’io ho fatto vittime
un centinaio di migliaia
nei giochi di battaglia
ma non ne parlano nei blog
e nemmeno nei giornali.

Mi sembra quasi
che tutto sia finto
che io non esisto
eppure lo stipendio mi arriva
800 euro al mese
sono un bravo cittadino.

Prendete me come esempio
la vita è dura
bisogna fare fatica
e tutto il resto non esiste.

a cura di Vasily Biserov

 * immagine liberamente tratta dal blog riscoprirsigabriele.blogspot.it
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