Archivio mensile:settembre 2012

Cammina Buddha, cammina!

“Colui che non distribuisce ciò che ha ammassato,
avrebbe un bel meditare, rimarrebbe senza virtù.
Colui che non trae la propria contentezza da se stesso,
accumula solo per arricchire gli altri.
Colui che non signoreggia il demone dell’ambizione,
non trova che rovine e conflitti nel suo desiderio di gloria.”

(Vita di Milarepa – Adelphi, Milano 1966)

Anche se noi stiamo fermi ed inerti, la Terra continua a girare ed il firmamento muta d’aspetto. La nostra persona è instabile frutto di interconnessioni mutevoli ed il tempo è un tapis roulant che ci modifica costantemente. Non ha, quindi, molto senso il ripiegarsi su se stessi, in una rituale ripetizione che rischia di scivolare nelle abitudini, nelle coazioni a ripetere. L’invito rivolto a ciascuno di noi che è, intrinsecamente, Buddha, a camminare, suona come incoraggiamento a porsi sulla strada, avendo come meta ciascun istante e ciascun luogo. Credo che ogni gesto ‘santo’ inviti un fiore a germogliare, là dove il piede si è posato. Lo sapevano i nostri vecchi, contadini, che ci spingevano rudemente fuori dalla porta, stimolandoci al cammino. Poiché chi non fluisce vive nell’inganno.

Nel mio vagabondare, lento, con molte soste e molti incontri, ho potuto constatare come esista, indefinito, un popolo giovane, che ha in sé la spinta al Dharma, vissuto inconsapevolmente, ogni giorno, come fa il filo d’erba che cresce dalla terra. Intorno a questi trepidi camminanti si ergono strutture massicce, violente e impenetrabili, che producono dolore ed ignoranza, ma se ci si fa piccoli si trova un pertugio, sempre, per superare gli ostacoli, per arrivare al valico e discendere nella valle. Questi giovani, d’età o di spirito, chiedono di fare, di essere nelle realtà. Chiedono un fare nonviolento, comunitario, solidale e gioioso. Si mettono in rotta di collisione con i carri armati, con la potenza del denaro, con l’arroganza istituzionale. Si preoccupano delle creature che soffrono, degli animali sterminati, delle foreste decimate, della Terra intossicata. Piantano tende ora qua ed ora là, per parlarsi, per scoprire una fratellanza, per far fluire energia dall’uno all’altro. Chiedono d’essere istruiti e accolti. Testimoniano in prima persona la speranza. Non desiderano essere inquadrati e per questo evitano le religioni dogmatiche alle quali si chiede di rendere ossequio. Ignorare questo pullulare di vita può significare che il Buddhismo, qui ed ora, non si ossigena, “non distribuisce ciò che ha ammassato”, non assume i colori ed i calori della gente in cammino.

Quando lessi per la prima volta il Kim di Kipling rimasi colpito dalla figura del lama tibetano, che andava alla ricerca del Fiume salvatore, e dalla strada, dal pellegrinaggio. Kipling illustrava la molteplicità umana che formicolava sulle grandi vie dell’India e ben esprimeva la sofferenza di cui ogni creatura era impastata. Il monaco camminava, le creature umane ed animali camminavano, il tempo camminava. Ognuno realizzava il suo pellegrinaggio, a piedi o su carri. Qualsiasi tratto di strada era occasione di benedizioni. Nel romanzo di Kipling si viene a sapere che fu il Fiume a porsi, scorrendo, ai piedi del monaco stanco. Giunto il tempo, l’opera fu compiuta: lontano dai monasteri del Tibet e dalle nevi himalajane, in mezzo al chiasso, al movimento ed al calore dell’India. Conosco giovani, cresciuti nella cultura occidentale, che frequentano l’università o lavorano, soli nella loro ansia, nell’aspettativa di pace. Frugano il mondo come cani da tartufi. Cercano la pista. Praticano pellegrinaggi. La loro ricerca è buona e povera. Ignorano le dottrine, seguono un dharma naturale. Credo che i messaggi siano nell’aria e si impregnino dei dolori quotidiani delle creature. Penso che i messaggi si rendano maggiormente visibili nel momento in cui avviene un coinvolgimento operativo e divengano annunci positivi, comprensibili e fruibili, fuori di schema e liturgia. Per questo motivo invito i buddhisti a seminare i percorsi con bandiere di preghiera, ad insegnare come far muovere la ruota, ad offrire strumenti per la convivenza, per l’interconnessione. Nella quotidianità degli atti e dei detti, nella compassione e nell’ascolto, nella condivisione attiva percorro il Grande Sentiero ed offro ospitalità, ricambiato in ricchezza spirituale e psichica, a coloro che vanno. Scrissi: “Quando ci si mette per sentieri, o prima o poi ci si incontra”.

La malattia dell’Io, chiuso nella sua torre, è rinfocolata dalla mancanza di dialogo, dall’assenza di incontri. Scendere per strada, con i più giovani, con gli imprevedibili e non conformisti (il divenire Buddha da parte di Siddharta non fu un atto di totale anticonformismo?), per spartire assieme voglia di cambiare e pane, compassione ed opere, sembra a me, aduso alla schiettezza della gente di montagna, un modo di spargere il seme, direttamente e nella misura in cui si è richiesti. Forse il nostro tempo ha bisogno di buddhismo più di quanto non si pensi, ma occorre che sia visibile, che sia sensibile, che sia praticabile. Cerco di comprendere come la somarella zoppicante in Val di Susa insegni a me la pratica della non sopraffazione, come desìderi che le accarezzi il muso e le dia un pezzo di pane secco. Al pari di quelli della somarella mi giungono messaggi, timidi, flebili, ma tenaci, dai giovani che credono nella vita. È lecito, dunque, rinnovare l’invito, a tutti noi, “Cammina Buddha, cammina!”. Sia pace a tutte le creature.

a cura di Gianni Milano

*Immagine liberamente tratta da http://ww.wellnessworld.it

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Dal 15 al 21 ottobre… una settimana per il reddito garantito!*

Nel giugno scorso un’ampia coalizione di associazioni, reti sociali, partiti, movimenti, comitati, collettivi ha lanciato la campagna per un reddito minimo garantito in Italia. Una campagna nata intorno ad una proposta di legge di iniziativa popolare che intende istituire anche nel nostro Paese una garanzia per il reddito per coloro che sono precari, disoccupati e inoccupati, oggi soprattutto giovani, donne e Working Poor.

 Una campagna che vuole rilanciare quelle fondamenta di un modello sociale europeo che le politiche neoliberiste hanno minato, per un Welfare universale che garantisca misure di sostegno alle persone, per rilanciare politiche di redistribuzione delle ricchezze e mettere al centro del dibattito politico le garanzie, i diritti, le libertà di scelta delle persone.

 La proposta di legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito in Italia lanciata a giugno (e che continua a raccogliere adesioni e sostegno) terminerà a dicembre: l’obiettivo minimo è raggiungere almeno 50 mila, ma si può fare di più! Raccogliere migliaia e migliaia di firme significa dare un segnale politico e sociale importantissimo, sia alla società che alla politica italiana. Ma non solo: questa campagna rende possibile l’opportunità di discutere di reddito e diritti, di parlare alla società, nelle strade, piazze, università, luoghi di lavoro, con i giovani, le donne, i precari, gli studenti. In poche parole, una grande opportunità di comunicazione e iniziativa sociale che dia maggior forza ad una nuova stagione di diritti a partire dal reddito garantito.

 Per questo, oltre le tante iniziative già realizzate durante questi mesi e promosse dai partecipanti alla campagna, riteniamo importante proporre la realizzazione di un evento comune: “LA SETTIMANA PER IL REDDITO GARANTITO” dal 15 al 21 ottobre. Una settimana comune, per tutti coloro che partecipano o vogliono partecipare alla campagna e alla raccolta firme, in cui realizzare:

concerti, dibattiti, spettacoli teatrali, volantinaggi, reading, presentazioni di libri, seminari, dance hall, cineforum, performance e quant’altro possa essere utile a comunicare, approfondire, rendere visibile il tema del reddito garantito nei mercati rionali, nelle sedi delle associazioni, nelle piazze delle città, librerie, centri sociali, fuori i supermercati, i posti di lavoro, le università, i luoghi di ritrovo.

 Una SETTIMANA PER IL REDDITO GARANTITO dove tutti insieme, a carattere locale ed in forma autonoma, si dia vita ad una grande comunicazione sociale, si raccolgano migliaia di firme, si dia corpo alla fantasia e alla creatività,  si costruisca un grande evento comunicativo in cui il tema del reddito garantito attraversi la penisola. Si possono realizzare iniziative per la settimana intera o anche solo un giorno, l’importante è che in quella settimana in ogni dove si parli di reddito, Welfare, diritti e si raccolgano firme.

 Proponiamo dunque di dare vita ad una settimana di iniziative nella vostra città, di comunicarne il programma a redditominimogarantito@sxmail.it  cosi che tutte le iniziative raccolte possano essere visibili attraverso il sito ufficiale della campagna http://www.redditogarantito.it. Inoltre, vi chiediamo di fare foto e video delle iniziative da pubblicare e far circolare in rete.

a cura di Italian Spring Lab

*Testo tratto dal sito http://www.redditogarantito.it in cui troverete tutte le  informazioni, compreso il materiale per raccogliere le firme.
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Intervista su Keplero-11

Il 1.2 Ottobre del 21.8,231, sulla superficie A, zona magnetica neutra, nei pressi della base spaziale B Keplero11-Terra, il nostro inviato Carl Mo ha incontrato ed intervistato il musicista terrestre S.D3.G. La sigla, da lui stesso suggerita, rispetta la sua volontà di mantenersi incognito, peraltro è un artista sconosciuto anche sul suo pianeta, ci è parsa superflua la sua richiesta ma la nostra professionalità c’impone di non svelare il suo appellativo, per quanto insignificante esso sia. La discussione si è incentrata sui Campi onirici (chiamati ‘sogni’ dai terrestri) e sull’unico linguaggio veramente evoluto che abbiamo riconosciuto al pianeta terra, quello della Musica. Per uniformarsi al linguaggio terrestre, Carl Mo ha posto domande simili a quelle dei giornalisti terrestri, anche se meno stupide.

M. Signor D3, prima di entrare nel merito della nostra discussione sulla musica e il sogno, desidero porle alcune domande di carattere informativo. Lei viene da un paese appartenente alla provincia estrema della galassia, come si trova ad esercitare la sua professione in quei luoghi? Non si sente isolato?

D3. Lei mi fa questa domanda, probabilmente avendo notato la mia aria intimorita di fronte alla sconfinata città magnetica in cui ci troviamo ora. E’ vero, io vengo da una provincia terrestre, più precisamente dall’Italia, da una provincia a nord di Milano. Mi creda, dalla provincia italiana nascono molte cose d’estremo interesse. Fino a qualche anno fa chi desiderava fare musica migrava  nelle città, Milano per esempio, pensando di trovarvi grandi occasioni. Molti si sono persi cercando invano affitti abbordabili, abitando faticosamente in porzioni di stanze condivise, dissipando soldi e idee negli happy hour milanesi o nell’affitto di buie, pessime e costose sale prove. Qualcuno, me compreso, comincia a difendere la vita in campagna, silenziosa ed economica: due qualità essenziali per fare musica.

Qui da noi ad ogni giovane Kepleriano viene riservata una stanza creativa, quello che credo lei chiami sala prove..strano che da voi vada affittato un bene di prima necessità!

Effettivamente una sala prove da noi viene catalogata come bene immobiliare su cui lucrare…poco interessa ai proprietari l’attività svolta nei locali.

Veniamo a delle domande più specifiche. Lei ha mai sognato musica? In caso confermativo è poi riuscito a riprodurla?

In anzi tutto vorrei farle notare che il sogno è un evento non pianificabile, proprio come definiva John Cage la musica sperimentale: un evento di cui non si conoscono gli sviluppi.

Conosce John Cage?

Senza offesa, signor D3, noi Cage lo conosciamo bene…è lei che ci risulta sconosciuto.

Ad ogni modo…Forse sognare musica è una sorta di sperimentazione che a volte il cervello umano compie all’interno dell’attività onirica. Si, mi capita di sognare musica, è sempre un’esperienza interessante. Essendo musicista, però, mi aspetterei di sognare musica più spesso, mentre gli elementi musicali che entrano più frequentemente nelle mie sequenze oniriche sono elementi non sonori ma di carattere tragico/organizzativo: strumenti rotti durante un concerto, navigatori fuori uso, parti non studiate a dovere…

Certo parlare di musica ascoltata in sogno, svela tutto un aspetto della percezione musicale piuttosto ignorato. Non si sente con l’orecchio né per mezzo di vibrazioni trasmesse da onde sonore.

In sogno la musica è nella sua più totale astrazione, nella sua materia prima pura e d’altro canto si spiega perché la musica ascoltata da svegli è il mezzo più potente per farci ricordare le sensazioni inconsce. A metà strada tra la musica sognata e la musica ascoltata c’è la musica pensata.

Cosa intende dire?

Per esempio, chi scrive musica è in grado di progettarla senza il reale ed immediato bisogno di ascoltarla. Ho sempre invidiato i compositori, in grado di scrivere ed ascoltare la musica senza sfruttare l’organo dell’udito!

Qui come in molte parti della galassia usiamo chiamare i sogni Campi onirici, per noi è scontato sfruttare quello spazio. Anzi le dirò che questo luogo lo usiamo solo di servizio.

Quale luogo…non capisco…

Questo luogo inteso come ‘il mondo da svegli’. Svegli come siamo io e lei ora, desti. Ad ogni modo, ci racconti di una musica sognata, lo può fare?

Tempo fa ho fatto questo sogno stranissimo: nel giardino di casa mia c’era un albero, tutto particolare, che prendeva il posto di un grande tiglio che c’è realmente. Era un albero simile ad un enorme cespuglio dalle cui foglie provenivano, tramite un alternativo ed improbabile processo di fotosintesi, miriadi di note che formavano un fitto intreccio di melodie il cui insieme pareva un’onda sonora con poteri incantatori. Ad un tratto realizzo che si tratta di una pianta pericolosa, che emette nella fioritura una radiazione acustica, un  suono/veleno che mi attrae come un fiore velenoso attrae l’insetto.

Vede, la musica sognata si mischia con elementi che non le appartengono nella realtà tracciando dei collegamenti davvero metafisici, simili a quelli che sembra facciano gli uccelli unendo punti immaginari con le traiettorie dei loro voli…come dice la canzone Gli uccelli di Franco Battiato. Conosce Franco Battiato?

Francamente no, In compenso qui la teoria delle corrispondenze fra traiettorie dei volatili e concetti di natura matematica e geometrica, è stata da tempo verificata.

Davvero?!

Si, proprio tramite studi effettuati nello spazionirico.

Proseguiamo. Dato che voi terrestri siete così proiettati nel mondo materiale, mi dica una cosa; nel suo modo di fare musica quanto conta il rapporto fisico con gli strumenti musicali e quanto invece il rapporto con gli elementi astratti di cui la musica è fatta.

La musica raggiunge la sua massima  incorporeità nel sogno, mentre la sua generazione nel mondo tangibile è frutto di eventi totalmente fisici…almeno sul mio pianeta. Per questo è interessante il mestiere del musicista. Il musicista è una specie di artigiano; i suoi manufatti si compongono di due metà, una materiale ed una intangibile e che evoca impressioni, emozioni comuni al mondo dei sogni. Questa è la metà che fa della musica un’arte profonda. In poche parole fare il  mestiere del musicista significa lavorare con metodo e con regola, tentando di non perdere l’incontrollabile magia che fa di un’esecuzione seppur imperfetta una bella esecuzione, o di un concerto seppur imperfetto un concerto emozionante.

Ritornando alla musica sognata, quale è l’autore la cui musica si avvicina maggiormente alla musica dei suoi sogni o più semplicemente alla musica che desidererebbe sognare? può indicare un’opera in particolare?

In assoluto John Cage. Ha scritto musica che appartiene decisamente più al mondo del sogno che al mondo ‘sveglio’. In un’intervista del 1988 (citare un’intervista in un’intervista mi fa sospettare di stare sognando) sostiene un’interessantissima questione: da molti Cage non veniva considerato un compositore ed in effetti lui stesso afferma di non sentire la musica nella sua testa, di non guardare verso una direzione come tutti i compositori fanno quando si accingono a scrivere; lui non sentiva nulla in testa perché quello che scriveva doveva essere qualche cosa di non ancora ascoltato, in primis da lui stesso. La musica di Cage, non era orientata all’estetica, alla forma, alla poetica. La musica di Cage era imprevista proprio come funzionano i meccanismi che governano il sogno. Consiglio di ascoltare Double Music, o Immaginary Landscape n°1. Tutti i suoi lavori per percussioni sono onirici.

Tra gli artisti Italiani che sappiamo aver raccolto suggestioni dal mondo dei sogni c’è per esempio il regista Federico Fellini (in questo periodo i suoi film vanno molto di moda sui pianeti di Keplero-11)…

Cavolo certo! Fellini impiegava parecchia musica per calare lo spettatore nel sogno. Satyricon è un film da ascoltare ancor più che da guardare! A tal proposito citerei anche qualche compositore di musica elettronica: provi ad ascoltare Agony di İlhan Mimaroğlu, un brano del 1965, un sogno elettrico…oppure Wave di Tod Dockstader o ancora il meraviglioso Adagio del Concerto per Viola di Andrew Rudin.

Raccolgo le sue indicazioni.

Concludendo vorrei porle una domanda probabilmente meno piacevole ma di estremo interesse: Sappiamo che sul vostro pianeta molta gente è infelice e sappiamo anche che per molti musicisti il processo creativo scaturisce proprio da fragilità, difficoltà, debolezza così come da esse in buona parte dipende la maturazione artistica: è così anche per lei?

Essendo fragile, debole, miope, con l’erre moscia e con un naso gigante (meglio della vostra proboscide però) posso dire, per queste ed altre ragioni più serie, che anche nel mio caso il modo di fare musica è altresì caratterizzato dai miei limiti e dalle mie sofferenze. Per restare in tema, come dimostrato, la musica è un linguaggio del sogno e per questo deduco sia soggetta e carica di tutti i nostri disordini psicologici. La mia maturazione artistica, che non so se mai si completerà, comincia dall’ammettere che il mio far musica per ora si limita a delle prove, dei  tentativi buffi,  raramente riusciti, includenti però attimi significativi. Ma attenzione, la musica non è solamente uno sfogo, una protesta, una reazione alle imperfezioni umane e del mondo, la musica è soprattutto un modo per vivere meglio e dare un significato all’esistenza.

So che la aspettano sulla nave spaziale per Terra, la ringrazio. Torni a trovarci.

Grazie a voi, ecco mi permetto di lasciarle il mio disco, in formato cd…avete lettori cd?

Fortunatamente ho ancora il lettore del mio trisavolo, lo ascolterò con piacere.

 Così lasciamo il signor S.D3.G, mentre si allontana a bordo della navetta che lo accompagna alla scalcagnata astronave per Terra. Poveri terrestri.

 a cura di Sebastiano De Gennaro

*Immagine di  Mœbius, alias Jean Henri Gaston Giraud.
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A

Spesso si sente la necessità di comprendere i propri sentimenti, le sensazioni, la volontà di eludere il sonno e, con garbo, mascherare incubo a sogno, ma non sempre ciò che il rumore nasconde è melodia, spesso un silenzio non vale mille parole. A volte è necessario non riuscire a comprendere.  A volte è necessario non riuscire più a comprendersi. Essere sempre in punti di certezza è come evitare d’immergersi in punti di rottura, eppure è proprio nel disincanto che la mente obbliga l’illusione a farsi da parte per lasciare il posto al desiderio.
Troppi manichini si cuciono addosso vesti di risposte, ma le domande pretendono la nudità.

Non esiste alcun regista e non esiste mai comparsa.
Questa è la commedia nel suo essere tragedia.

Ora, quel protagonista, cercherà di impersonificare il suo stesso enigma:
il suo godimento, il suo peccato, la sua benedizione:

“ESSERE O NON ESSERE QUESTO E’…”

il suo dilemma.

Come strana ridefinizione dell’Amleto,
un’orgia di personaggi
in uno sguardo da cherubino:
specchi in mogano ed ego vitreo,
capitali peccati capitati lì, per caso,
studioso d’orizzonti immaginari
seduto sopra precipizi con cuscini,
visse nel tempo l’inutile dispiacere
comprendendo
l’enigma del non sapere:
Egli, figura-al-figurante
sul punto massimo del proprio godimento
distrusse giocattoli, sommersi da memoria,
ora, ludico, coinvolto in paranoia:
non volle salvarsi, morì la sua menzogna,
privando sensi del proprio sentimento,
asceta-periferico, osservatore
di uomini-passanti:
sdraiato, lungo strade di sapone,
ballando il valzer su pavimenti verticali,
cadendo, oltre finestre a doppi-vetri:
derubà a clessidra granelli
soffiati
controvento
per celarsi nel presente:
il suo teschio mai rispose,
stancandosi, la mano, sigillata nella stretta:
“è finita l’ora delle visite,
è svampita la malattia del sogno”:
perse il rosso filo, perdette il labirinto,
lesse il suo Vangelo, si diede Matteo-in-nome:
poi, d’un tratto
comprese d’esser senza trama,
accantonò l’ipotesi da protagonista
smise di fingersi comparsa,
scomparendo, ovunque
dalle foto, dai ricordi, dal riflesso e dalle menti,
scomparendo, agli occhi dei suoi servi
ovunque, senza più cercarsi:
solamente un frigo pieno,
un armadio colmo per manichini vivi,
crocifissi in legno – senza corpo,
macchiate-sudicie-tovaglie ad abbellire il resto:
una voce nella notte
“chi è senza perdono scagli la prima pietra”:
così
uccise l’ombra colpendola alla testa,
questo
il punto di vero godimento,
l’enigma, l’inutilità del dispiacere:
godette nel peccato
e peccò godendo: derise i mille giochi
nelle stanze-manicomio,
d’altro canto
sotto l’albero di Giuda
mai potrà esserci una mela marcia,
dipende da colei che Maddalena fu,
dipende da colui che non risorgerà: Matteo-in-nome
processato dalla sacra-indignazione,
l’accusa: d’essere filosofo
troppo savio, per concedersi pazzia:
accettando tale sorte
finse d’esser cherubino, ma Molière lo ignorò
ed Amleto non seppe cosa dirgli:
scagliò un’altra pietra, in fondo al pozzo,
ma la voce che ne venne
venì – nel suo silenzio: questo fu vero godimento,
l’ombra-Lazzaro-mai-morto,
la volontà di presagir l’eterno:
ora, ludico, coinvolto in paranoia:
nessuna trama
in cui tramare nel buio,
resina al pensiero
prigione del suo tempo:
filantropo della decadenza
troppo romantico, per non prenderne parte:
giocatore, azzardo
narcolettico – incubato:
visse al presente il proprio passato
avidamente, poi
lanciò ancora, l’ennesima pietra,
ma tornò l’eco a benedirlo
emancipando la richiesta di soccorso,
ma tornò l’eco ad accusarlo
nella soave melodia del proprio canto:

“tale bruttezza
tessuta di seta:
tradisce al bacio
bachi da sera…

figli cadranno
coperti di piume:
gocce d’inferno
bagnano trame…

giungerà l’autunno
e tremeranno foglie:
arrossiranno rondini
per le proprie voglie…

dipingiti le occhiaie
celando sguardo da regista:
denudati del tutto
sporca marionetta…”

Egli, non sapendo cosa udire
incise l’avambraccio
con le note da celare:
sarò soltanto – l’ennesimo fantoccio?

(ora, sopra corde di vene
tatuato, risuona il suo Vangelo).

di Leonardo Selvetti

*Immagine liberamente tratta da http://www.awsm.it
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“Capitolo Primo: Adorava New York”

Non vi parlerò della New York caotica e trafficata, dello shopping della Fifth Avenue, delle mille luci di Times Square, del suono assordante delle sirene, delle belle ragazze che sorseggiano un brewed coffee in un bicchierone bianco e verde, degli uomini in giacca e cravatta del Financial District, delle limousine, dei taxi gialli e dei grattacieli di cento piani.
Voglio invece cercare di descrivere le insegne dei ristoranti etnici, i carretti degli hot dog da due dollari, i marciapiedi larghi, il buio della metropolitana, le taniche di latte da mezzo gallone, le mille facce di colore diverso, sconosciuti che sorridono gratuitamente per strada, le finestre americane con telaio in metallo che si aprono facendole scorrere faticosamente dal basso verso l’altro, i ragazzi con lo skateboard, i ciclisti con il casco, l’odore del mare che viene dai fiumi, il colore del cielo al tramonto, che ogni giorno ha una sfumatura diversa.
E ancora, la spirale del Guggenheim, il bianco accecante del Washington Square Arch, l’acciaio dei ponti sull’East River. Be’, in quest’ultimo caso dovreste togliere tutti i colori che li circondano, lasciando solo uno sfocato bianco e nero, che forse li rende più originali, più “industriali”, più romantici, come diceva qualcuno più di trent’anni fa: “In qualunque stagione questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero”. Di giorno puoi camminare sui larghi marciapiedi delle avenues, dove regna un senso di verticalità di cui ti dimentichi facilmente, perché è talmente non soffocante che devi ricordarti di alzare lo sguardo ogni tanto, per ammirare le punte dei grattacieli che sembrano seguirti.
La sera gli uffici e i negozi si chiudono, le luci si accendono, i newyorkesi, e tutti quelli che disperatamente aspirano ad esserlo, fanno la fila davanti ad anonime piccole porte di metallo dietro alle quali probabilmente c’è l’ultimo locale alla moda, altri si incontrano davanti ad uno di quei cinema con quella sorta di pensilina triangolare sopra alla porta di ingresso, su cui sono applicate lettere nere un po’ storte su righe bianche, che fa tanto anni Cinquanta.
Potrebbe sembrare una contraddizione, ma New York è la metropoli dura e spietata, in cui si preferisce l’aria condizionata alla fresca brezza di fine estate, in cui bisogna correre per attraversare la strada e pagare una tassa aggiuntiva su tutto ciò che è in vendita, ma è anche la città capace di cullarti, capace di donare un inaspettato senso di tranquillità e sicurezza, trasmesso dalle domeniche a Central Park, dai lussuosi condomini con il portiere col cappello dell’Upper East Side, dal mercato ortofrutticolo di Union Square, dagli scalini esterni delle case a Chelsea e nel Village, dai cortili in brownstone e dai tetti panoramici. Per come la vedo io, New York non è l’America, New York non è fatta di uomini di borsa, di ciccioni nei fast food e di ristoranti costosi. Mi piace pensare a New York come il punto di arrivo di eterni malinconici, romantici e sognatori, che pensano di poter cambiare qualche vita, e invece alla fine è New York che cambia loro. Mi piace pensare alla New York di quando sta per piovere, dei tramonti sull’Hudson River e delle notti insonni delle persone sole e innamorate.
Mi piace pensare a New York come il mondo intero su un’isola.
a cura di Francesca Agabiti
*Fotografie a cura di Francesca Agabiti, scattate a New York recentemente
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Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Parte sesta

(ovvero accadde negli anni ’60)

Paranoia:
Termine molto diffuso in tempi, e tra tribù, che paiono oggi sogni di nuvole. Indicava l’atteggiamento aggressivo o difensivo di molti inquilini della Terra. ‘Andare in paranoia’ era l’opposto dell’ ‘andare in samadhi’. La cravatta che premeva sul gozzo era l’opposto dei corpi nudi sui prati. La disciplina era il flagello che obbligava maschi e femmine a stare eretti: mi spezzo ma non mi piego. A volte una fumata gestita male poteva mandare qualcuno in paranoia: nemici dappertutto, terrore ed angoscia dilatavano le pupille. Ma c’era sempre una guida, uno che non fumava, a ricondurre il malcapitato da un volo sgangherato al calore del gruppo. Il bisogno di successo e di dominio erano cause di paranoia. Quelli così rigidi si aiutavano sovente con prodotti chimici, le famose ‘pasticche’ di cui parla Guccini in ‘Dio è morto’: amfetamine per accelerare e superare: cazzate!

 

Paria :
Casta di intoccabili in India. Nella Svizzera del cioccolato e delle banche fu invece il nome dell’ultima rivista capelluta in lingua italiana. La pensò, la amò e la produsse, assieme ad elfi cosmopoliti, Antonio Rodriguez Pariananda. Il ritorno della cultura del piombo avvelenò l’aria ed anche quei fogli coloratissimi, scritti a mano, gioco-libertà, non poterono più respirare e sparirono in attesa che nuovi Mago Merlino possano ridare voce alle Voci.

 

Pellegrino:
Così dice Tukaram: “Cammina verso Pandhari, cammina,/ fatti pellegrino, fatti”. Dice Deleury: “Tukaram fu un grande pellegrino tanto che il gruppo religioso che egli fondò fu chiamato dei ‘Pellegrini’. Uno dei termini più impiegati in India per indicare un gruppo religioso è Panth, che significa via, strada: fanno parte della medesima strada coloro che seguono il medesimo cammino verso la liberazione. L’uomo comune chiama i pellegrini col nome di ‘inghirlandati’: si riconosce, infatti, il Pellegrino dai grani di basilico con cui si adorna”. (Psaumes du pèlerin – ed. Gallimard, 1956)

 

Pianeta :
Quello che noi auspicavamo era un Pianeta organico, pacificato al modo del ‘Cantico delle Creature’ di Francesco d’Assisi. A Milano nacque nel 1968 un Pianeta tutto particolare, il ‘Pianeta fresco’, a cura di Fernanda Pivano ed Allen Ginsberg con il contributo di Ettore Sottsass e di tutti i viandanti che passarono dalla casa di Nanda. Ne uscirono due numeri, distribuiti a mano da dolci e bionde naiadi. Vi pubblicai un saggio sul Buddismo Mahayana. La rivista, psichedelica e difficile, rimase un prodotto ineguagliato nel panorama delle pubblicazioni non ufficiali e autorizzate. I fogli underground erano cavalli selvaggi: difficili da addomesticare ma con vita estremamente breve. Eccezione fu Stampa Alternativa che pur non provenendo dalle Tribù ospitò le voci le più disparate, disperate e profetiche.

 

Pistoletto:
Pittore e curatore di giardini psichedelici. A Torino aprì la sua arte, la sua casa e la sua amicizia, con la sua compagna Maria, alla nomade psichedelìa di strada. Nacque lo Zoo, gruppo fantastico, amorevole e creativo, che produsse per alcuni anni performances che segnarono il panorama artistico del tempo. Collaborai con Michelangelo e Maria per un certo periodo. In alcuni casi insufflai un po’ dello spirito tribale. Ricordo, in particolare, la performance ‘L’Uomo ammestrato’ a Vernazza nel 1968, mentre a Praga i carri armati sovietici, guidati da mongoli perché non vi fosse possibilità di dialogo, presidiavano piazza Venceslao. Nel lavoro si raccontava, appunto, il rifiuto di farsi ammaestrare e le amare conseguenze, quando questo avveniva. In piazza, con giro del cappello. Soggettivamente era il tentativo di portare avanti un’azione in contesti per me inconsueti. Pistoletto dirà e scriverà che quell’operare gli ricordava più la tribù che l’arte.

 

Pitecantropus:
Il ‘Pitecantropo eretto’: l’ultimo verso-urlo d’un mio poemetto del tempo della soffitta. Divenne il nome della prima casa editrice underground in Italia. Vi pubblicarono sette poeti con nove volumetti. Ebbe l’onore d’essere denunciata nell’autunno del 1967 e di essere processata. Furono assolti i quattro poeti in tribunale, incriminati per scritti contrari alla pubblica decenza.

 

Pivano:
Ovvero Nanda. Per me fu Ananda Nanda, grande gioia. Ci fece conoscere la scena beat americana. Ci accolse nella sua casa. Ci avvolse nelle sue premure. Molti dei protagonisti del tempo devono riconoscenza a Nanda. Con Allen Ginsberg produsse ‘Pianeta Fresco’. La casa a Milano di Nanda fu un ritaglio di pace nel grande kaos del tempo. Ma era ancora nulla. Attentati, anni di piombo, leggi speciali, confermarono quanto avessimo ragione, profeticamente, noi e Nanda nell’essere pacifisti e non-violenti, offrendo la nostra nudità come unica ricchezza.

 

Povertà:
Che è quella cosa per cui vai a comprarti vestiti di seconda mano al Balôn di Torino, in un negozio dove vendono abiti militari, robusti ed indistruttibili, compresi i sacchi-a-pelo in dotazione all’esercito americano: in culo all’Esercito! Ed anche quella cosa per cui non sai dove andare a dormire e di certo dormi d’estate sulle panchine quando sei fuori dalla tua città e mangi quando hai i soldi che magari, come succedeva in piazza Duomo a Milano, ottieni con la questua. Povertà come stato. Ma anche povertà come rifiuto del superfluo e della proprietà, come valore e come scelta. La denutrizione conseguente lavorò sulle gengive, sanguinanti come Dracula in trasferta. A Parigi, nel 1966, si mangiavano baguettes, svuotate della mollica per usarle come recipienti, e fagioli in scatola. Ad Amsterdam mangiai per poco in un ristorante cinese: montagne di riso. Fu facile, quindi, lo sciopero della fame nel giugno 1966 ed utile il non andare dal parrucchiere. Quando fui denunciato per la pubblicazione di ‘Guru’ con la Pitecantropus ebbi due avvocati (correva l’autunno 1967 e nell’agosto dello stesso anno Allen Ginsberg era stato denunciato, e poi assolto, per scritti osceni, a Spoleto, al Festival dei Due Mondi). Non avevo di che pagarli. Mi risulta che pittori amici intervennero con loro opere. Grazie.

 

Presidente:
Per antonomasia è il(i) Presidente(i) degli U.S.A. Nella storia recente ricordiamo Kennedy, Johnson, Nixon. Il primo lanciò la parola d’ordine della ‘nuova frontiera’, aprendo la prospettiva a grande speranze. Fu ammazzato. Il secondo è ricordato in rapporto al Viet-nam sul quale scaricò napalm e defoglianti. Il terzo, ex-attore hollywodiano, per un ritorno dell’Amerika a sistemi che si pensavano superati. Sparì dalla scena politica per una questione di fondi illeciti. Al nome di Nixon venne mutata la grafìa. Al posto della ‘x’ si sostituì la svastica.

 

Provos:
Ílare tribù di folletti bianchi olandesi. Nati in un contesto strettamente amsterdamiano contro la malevolenza e l’assurdità del sistema occidentale proposero e vissero la provocazione per smontare la presunta razionalità sociale, le biciclette bianche furono farfalline amorose lungo i canali di Amsterdam, per ridare fiato al Pianeta l’occupazione creativa di case vuote evitarono che la città assomigliasse sempre più a un teschio con orbite prive di vista. Incontrai attivamente i Provos nel 1966 a Parigi e poi nell’inverno a Milano ad un congresso anarchico.

 

Psiconauta:
Viaggiatore dell’anima: Ve ne furono tanti e di tanti indirizzi. Alcuni andarono in oriente a cercare un luogo dove l’anima respirasse più liberamente, altri andarono in alto sulle montagne, altri penetrarono in mandala di comunicazione, altri ancora cercarono nel cerchio magico delle tribù il filo dell’anima perduta.

 

Pubblicazioni :
Tante, precarie, clandestine, fatte a mano, ciclostilate, eliografate (come Tampax, foglio kilometrico eliografato pensato e composto da Giulio Tedeschi nei primi anni ’70). Una legge assurda ed obsoleta pretendeva che una pubblicazione dovesse avere obbligatoriamente un direttore responsabile iscritto all’albo dei giornalisti!!! Alla faccia della libertà di stampa e di espressione! Persino i volantini dovevano portare in calce l’indicazione dello stampatore. Nonostante la censura ed i sequestri, anche in Italia vi fu un grande pullulare di fogli, la cui vita, di solito, non superava i tre numeri. Siccome per un ‘numero unico’ non v’era l’obbligo della registrazione, si superava l’ostacolo cambiando per ogni numero l’intitolazione. Il boss di ‘Stampa Alternativa’, Marcello Baraghini, giornalista, prestò il suo nome a molte pubblicazioni underground. Grazie. Per il resto bella democrazia!, in nome della quale si castrava il canto e l’espressione.

 

Santo:
Ovvero l’Holy holy holy di Ginsberg. Il termine ‘santo’ si applica a tutto ciò che è, creato, creatura, creatore perché riposano tutti nel dolore e la consapevolezza li purifica. Santa è la vita e santa è la morte. Raccontava Fernanda Pivano che Allen Ginsberg alla fine di una sua lettura di ‘Kaddish’ in una chiesa battista in America scese dal pulpito e toccando tutto ciò che trovava, cose, uomini e donne, continuò a salmodiare Santo Santo Santo. Con questo significato ‘I Nuovi Santi’: mio poemetto, causa di un processo.

 

Sesso:
Nell’immaginario cattolico-borghese una realtà che ‘purtroppo’ c’è e porta verso l’inferno. Lo si può esorcizzare, il sesso, facendo dei figli. Certo bisogna fare all’amore, certo c’è piacere ed orgasmo, certo ci sono liquidi seminali…
Maria, madre di Gesù, non ebbe bisogno di tutto ciò per fare un figlio. Verginità della donna come supremo valore. Gli uomini, invece, al casino. Il sesso enfatizzato e ingigantito. Tutti i falli erano enormi e li si misurava a spanne. Le vagine, invece, almeno a leggere i graffiti sui cessi maschili, erano orizzontali come bocche. Nessuno aveva letto ‘I gioielli indiscreti’ di Diderot. Nessuno rideva. Ci si prendeva enormemente sul serio. La masturbazione faceva diventare ciechi ed era meglio al buio completo fare all’amore, quando lo si faceva! Le cabine in spiaggia avevano il foro del voyeur e solo Brigitte Bardot sembrava allegramente dichiarare che essere sessuati è bello (ma i suoi film erano vietati ai minori). La censura tagliava, tagliava. I sessi cadevano, cadevano. Ciò che fece scattare la denuncia ed il processo per ‘Guru’ fu l’uso di parole indicanti parti sessuali o affini. Eppure i bambini continuarono a venire al mondo, non sotto al cavolo, non portati dalla cicogna. Misteri della cultura italiana negli anni sessanta!

 

 
Tribù:
Agglomerazione umana che si proponeva come alternativa allo stato anonimo ed oppressivo. La tribù era formata da persone che liberamente si sceglievano avendo passati e speranze in comune. Molto influì la storia dei Nativi Americani. Nelle tribù, agli inizi c’era un leader ( a Torino, nel 1965, ve n’era uno che chiamavano Gesù e portava una lunga, fluente, parrucca rossa). In seguito il leader sparì e rimase soltanto il bardo, il poeta-sciamano. Da noi scattavano ricordi indigeni, quelli dei Celti, popolo malinconico che amava la natura, amava raccontare, amava la poesia.

 

Visione: 
Intuizione colorata, dono, adesione alla non-divisione, superamento dell’Io parcellizzato e parcellizzatore. Le grandi visioni non ci indicano una meta ma che siamo da sempre giunti. Ci dicono che il nostro destino è ‘essere’. Quando ‘sentiamo’ fortemente la visione, allora, come dicono i maestri zen, “il vecchio uomo torna a casa”. Stimoli a percepire visioni furono immagini, erbe, pratiche, letture, incontri, devozioni, che misero in crisi la struttura rigida e difensiva del nostro Io, armato di civiltà e di pregiudizi.
a cura di Gianni Milano

La historia es nuestra y la hacen los pueblos

L’11 settembre è un giorno che verrà ricordato per sempre, nella storia dell’umanità, per l’attacco al World Trade Center. Non molti sanno che nella memoria del popolo cileno è un giorno maledetto da quasi quarant’anni: l’11 settembre 1973, infatti, il golpe militare guidato da Augusto Pinochet mise la parola fine alla democrazia cilena. Eppure solo pochi anni prima si era respirata aria di cambiamento, facendo sognare un intero continente. Le elezioni del 1970, infatti, avevano portato al potere il socialista Salvador Allende e per la prima volta nell’emisfero occidentale un marxista diventava capo di un governo grazie a elezioni democratiche, senza un’insurrezione armata.

Nel suo discorso di insediamento alla presidenza della repubblica, dinanzi al congresso, Allende disse: “vogliamo sostituire il regime capitalista. Sappiamo che ciò non è stato possibile fino ad ora democraticamente. Ma adesso ci proveremo”[1]. Il suo programma prevedeva grandi interventi statali e la ridistribuzione della ricchezza, fino a quel momento concentrata nelle mani di alcune famiglie cilene ricche e potenti per attenuare, in tal modo, gli squilibri tra ricchi e poveri. Subito dopo la sua vittoria, però, si manifestarono le prime reazioni interne e internazionali, di natura economica e politica. A Santiago i ceti abbienti iniziarono a ritirare i depositi bancari e a Washington il presidente Nixon[2] incaricò il direttore della CIA Helms[3] di agire, perché si evitasse a ogni costo l’assunzione dei poteri da parte del nuovo governo. Allende si difese come poté. Cercò di tranquillizzare le piccole e medie imprese e aumentò gli stipendi dei militari; non riuscì però a far trovare un’intesa tra Unidad Popular e la Democrazia Cristiana che avrebbe rafforzato il governo. Un anno dopo l’elezione, Nixon attaccò Allende sul suo fianco più debole: l’economia. Banche private americane e organismi internazionali bloccarono i finanziamenti al Cile e gli Stati Uniti misero in atto  anche un boicottaggio commerciale. Questi attacchi furono la risposta alla politica di nazionalizzazione delle miniere che portò nelle casse dello stato cileno le entrate di cui godevano le compagnie degli Stati Uniti. Allende giustificò così la nazionalizzazione: “non è possibile parlare propriamente di libertà e dignità nelle relazioni fra i popoli, quando i loro mezzi di produzione fondamentali, le risorse vitali per la loro sopravvivenza, sono stati carpiti o assoggettati da un piccolo gruppo di grandi imprese che perseguono il proprio lucro a spese del sottosviluppo e dell’arretratezza delle masse dei Paesi in cui sono stabilite. Con un atto di piena sovranità nazionale, il Cile ha deciso di recuperare per sé la proprietà delle fonti di produzione più decisive per il suo presente e il suo futuro, da cui dipende la sorte della battaglia che esso sostiene per sottrarre la grande maggioranza del suo popolo alla miseria materiale, allo sfruttamento umano interno e alla subordinazione allo straniero”[4].

Per un paradosso della storia, anche la dittatura militare beneficiò di questa nazionalizzazione, perché lo sfruttamento del rame divenne la colonna portante dell’economia cilena.

Verso la fine del 1972, Allende “aprì” alle forze armate, sperando che un ingresso dei militari nel governo potesse restituire la normalità all’ordine pubblico e tranquillizzare i settori più inquieti della società cilena. Il generale Carlos Prats, comandante in capo dell’esercito, assunse così la carica di ministro dell’interno. La politica di Allende intanto si sbilanciava sempre più a sinistra, stringendo progressivamente le relazioni con Cuba. Scrisse Prats: “All’interno delle forze armate appare ogni giorno più evidente un processo di polarizzazione. Per la prima volta, da quando Unidad Popular è al potere, esponenti dei corpi militari espongono con franchezza, e talvolta con durezza, il loro disaccordo con la politica del governo”[5]. Dal dissenso si passò, nel 1973, alle prime rivolte militari, che però non ebbero alcun esito perché sedate dalle truppe fedeli a Prats. L’estate del 1973 fu caratterizzata da una serie di scioperi antigovernativi da parte di camionisti, proprietari di autobus e taxi ecc. L’inchiesta della commissione del senato degli Stati Uniti sulle attività della CIA in Cile (conosciuta come rapporto Church, dal nome del senatore che la presiedeva) accertò che “gli scioperi antigovernativi erano appoggiati in forma attiva dai vari gruppi del settore privato che ricevevano finanziamenti dalla CIA”[6]. A fine agosto Carlos Prats, contestato per la sua fedeltà ad Allende, si dimise dalle cariche di comandante in capo dell’esercito e ministro dell’interno: il generale sperava che il suo ritiro servisse a fermare la marcia dei golpisti. Propose che a succedergli fosse Augusto Pinochet Ugarte, il numero due dell’esercito, di cui Prats garantiva una totale fedeltà alle istituzioni. Intanto in parlamento, Democrazia Cristiana e destra respingevano per illegittimità tutti i provvedimenti presentati dal governo e il 28 agosto Salvador Allende formò il suo decimo governo; nominò cinque militari alla carica di ministro che rappresentavano esercito, marina e aeronautica. Il 9 settembre 1973, il presidente informò i dirigenti di Unidad Popular che stava per proporre un referendum. Max Marambio il responsabile della guardia personale di Allende, racconta: “mi risulta che [Allende] avesse pensato di diffondere la notizia [del plebiscito] giorni prima, ma Pinochet in persona gli aveva chiesto di rimandare l’annunci, e Allende credeva nella lealtà del generale”[7]. Scoprì quanto si sbagliava l’11 settembre, giorno del golpe militare che cambiò per sempre la storia del Cile.

Il colpo di stato fu organizzato e guidato da quattro generali: il generale dell’esercito Augusto Pinochet, il comandante dell’aeronautica Gustavo Leigh, l’ammiraglio della marina Jose Toribio Merino e il capo dei carabinieri Cesar Mendoza; Allende rifiutò la proposta di salvacondotto offertagli dai militari e si rifugiò con i suoi fedelissimi alla Moneda[8]. I golpisti prima presidiarono le strade di Santiago con i carri armati e circondarono il palazzo presidenziale, poi passarono all’attacco vero e proprio bombardando la Moneda. Il presidente si trasformò lui stesso in un soldato, imbracciò un fucile AK-47 regalatogli  dall’amico Fidel Castro e si accinse a resistere all’attacco combinato delle forze armate che cominciava a dispiegarsi[9]. Dall’interno del palazzo, Allende fece una serie di discorsi alla nazione, trasmessi da Radio Magallanes[10]; i golpisti però conquistarono il palazzo e il presidente cileno, anziché arrendersi, optò per il suicidio sparandosi con il suo fucile. Ecco un estratto del suo ultimo discorso alla radio: “lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento”.

a cura di Francesco Lattanzi

*Testo tratto dalla tesi di laurea “La dittatura cilena nelle pagine di Luis Sepúlveda” di Francesco Lattanzi
*Immagine liberamente tratta da http://www.wikipedia.it

Italian Spring Lab vi propone la canzone “Salvador” dei Nomadi, e il documentario (bellissimo) “Salvador Allende” di Patricio Guzman.

[1] Commemorazione del Presidente della Repubblica Cilena Salvador Allende, in Atti parlamentari, VI legislatura, Camera dei Deputati, vol. 10. Discussioni, seduta del 26 settembre 1973, pp. 9145-9147.

[2] Richard Nixon (1913-1994), 37° presidente degli Stati Uniti d’America, in carica dal 1969 al 1974,

[3] Richard Helms (1913-2002) fu direttore della CIA dal 1966 al 1973.

[4] Estratto del decreto con cui Allende ribassò gli indennizzi per la nazionalizzazione del rame, http://www.salvador-allende.cl/Unidad_Popular/Decreto%20sobre%20indemnizacion.pdf.

[5] I. MORETTI, In Sudamerica, 2000, Milano, Sperling & Kupfer Editori pp. 25-26.

[6] Ivi p. 27.

[7] M. MARAMBIO, Le armi di ieri, 2010, Milano, Mondadori Editore, p.107.

[8] Palazzo presidenziale, deve il suo nome al fatto che fu costruito per ospitare la Zecca dello Stato.

[9] M. MARAMBIO, Le armi di ieri, cit. p. 138.

[10] Radio del partito comunista cileno.

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Route without number

Un viaggio verso l’ignoto, una notte alcoolemica, dannazione redenta, redenzione dannata, paradisi arsi, fiamme e lussuria, ma anche malinconia ed una battaglia all’ultimo colpo con il proprio destino, poiché laddove non basta l’istinto non sempre la fortuna può venirci incontro, eppure occorre ricordare che anche se le strade non portano un nome non per forza devono essere battute dagli sconfitti, perché anche i miserabili sono involucri umani che contengono bellezza.

Come disse Marcuse: «è solo per merito dei disperati che ci è data una speranza» e poi…ogni mano può avere un due di picche.

Un registratore preso da un rigattiere
lungo sentieri di prospettive sconosciute,
una macchina a carbone
per attraversare deserti forestieri:
pantaloni logori, anelli alla mano destra,
un cappello per il sole del Demonio,
una voce ripetuta all’unisono:
“corri avanti e guarda indietro,
corri avanti e guarda indietro,
guarda e passa – come disse
quel Colui a me sconosciuto”
bottiglie vuote in vetro-resina
ad ammorbidire il viaggio
nei meandri della malinconia più bieca:
strade senza nome,
cartelli che nascondono sillabe,
semafori ubriachi
lampeggiano e danzano con i lampioni,
Egli in compagnia dell’ira funesta
l’unica diva da sopportare,
le mani si stringono, si sfiorano i gemiti,
oltre il burrone c’è solo deserto:
membri della “dinastia-vendetta”
danno fuoco a case contenenti corpi,
questi gli incubi del buio,
nero e codardo
quando maschera la nebbia: sfreccia
carreggiata sotto culi in cartapesta,
spaventapesseri sul ciglio della strada
agitano pollici elemosinando sedili,
Egli è in compagnia della velocità,
un vizio amico per chi a fede
nell’immortalità dell’attimo che giunge,
troppo beato tra marciapiedi battuti,
Venere raddoppia con smalto presuntuoso,
due, tre, quattro e poi cinque,
per chiunque
sagome a lietare chi di lussuria vive,
alla prima stazione il treno è partito
ora la benzina è necessità,
continua il coro, cambiando parole,
i corvi sussurrano
con voci bianche:
“crolla il cielo quando sfiora l’orizzonte,
trema il mondo quando l’alcool finisce:
i demoni si apprestano a tornare
farneticando mantra, digrignando denti”:
consapevole della debolezza
che ogni uomo cura come fosse figlia,
consapevole della dannazione
a cui ogni uomo giunge se finge poesia:
mentre gli alberi tramandano leggende
strangolati da radici troppo secche
la strada ignora il sorgere del sole,
soltanto un altro giorno
annacquato e sobrio, ormai:
Egli tenta di nascondersi al rumore,
ma ogni grido torna,
la sigaretta è spenta: città invisibili,
luoghi mai appartenuti a nessuno,
la fuga stagionale,
l’inesperienza brevettata: tra le bravate
quella di far sesso con il cuore,
un presagio mortale
nello sguardo del predatore:
un cappio al collo per non mordersi la lingua,
scompare tra le ombre
quando l’ombra è già pretesto,
non dimenticare di sporgerti troppo
senza accettare di non prendere il volo,
frenetica giunge la consacrazione:
un comune mortale
immune al futuro: Egli biascica parole,
tenendo stretto un mozzicone,
divulgandosi tra i pensieri più beceri
e sorridendo
col suo fare da Re: un ghigno
di randagia bellezza, un volto dipinto
da scorie e catrame: Egli nega
di essere vissuto, pretendendo un aldilà
che non lo faccia mai annoiare,
tra demoni privati
e danze della pioggia, tra calici riempiti
e cornicioni vuoti:
precipitando – in continuo divenire,
adorando – la vergine-clessidra,
quando la voce roca diviene melodia,
quando il benzinaio
si traveste da indovino:
“prosegua senza mai fermarsi
vedrà che prima o poi avrà bisogno d’altro,
avanzi a piedi nudi nel deserto di cemento
usi le vecchie ustioni per non sentire freddo”,
Egli non risponde, forse ascolta,
già pretende,
pretende di viaggiare senza sosta alcuna,
desiderando cene a lume di candela
con una vergine luna:
un’insegna al neon colpisce la sua schiera,
gli angeli ribelli, i diavoli fraterni,
in quel bar si fermano un pò tutti:
ratti umani, serpi miele,
forestieri e sconosciuti: tutti dentro
tra sgabelli ed ornamenti muti:
un brindisi all’avvenire,
un altro per poterlo scordare,
un calice ancora da riempire
nel fegato ancora da scolare: Egli osserva,
ma non bada,
crede ancora a quella storia,
non si ferma sulla strada
non necessita di baci: Egli osserva,
poi registra – ciò che ascolta
pronunciare:
“il destino baratterà il suo ruolo
per far sesso con la fatalità:
solamente il due di picche
sarà in grado
di fecondare la realtà”…

pantaloni logori,
anelli alla mano destra,
un cappello per il sole del Demonio,
una voce ripetuta all’unisono,
senza sosta – in cerca d’altro:
forse il rischio
di rallentare il suo risveglio…

fischiettando ninnananne
mentre il cielo è in fiamme,
salmodiando a squarciagola
per un arso paradiso.

di Leonardo Selvetti

*Immagine liberamente tratta dalla pagina Facebook di Tom Waits
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