Archivio mensile:ottobre 2012

TERNI NON SI ARRENDE

Acciaieria Terni 1912Torna al centro la protesta operaia. Dopo i fatti del 2005, quando la chiusura del reparto Magnetico aveva portato in piazza migliaia di cittadini ternani, una nuova crisi colpisce il polo siderurgico ternano.

Recentemente un accordo tra la società Thyssenkrupp e Outokumpu, ha portato quest’ultima a prelevare quote azionarie della Inoxum. L’iniziale entusiasmo portato dalle dichiarazione del CEO Mika Seitovirta, è stato smorzato dalla decisione della Outokumpu di soddisfare la richiesta della Commissione antitrust dell’ Unione Europea di vendere il sito siderurgico di Terni.
L’antitrust chiede che il monopolio del mercato dell’acciaio venga mitigato dall’ingresso di un quarto concorrente rispetto ai tre venuti a crearsi con la suddetta fusione. Dopo una prima proposta respinta dalla Commissione Europea si è giunti, il 9 Ottobre, a una seconda e vincolante soluzione che prevede proprio la vendita dell’acciaieria ternana ad eccezione del reparto della produzione dell’acciaio specchiato della torre Ba2, fiore all’occhiello dell’innovazione, il quale dovrà essere trasferito a un sito di produzione Outokumpu prima della cessione.
Proprio questo smembramento è ciò che più spaventa i lavoratori e la città. Infatti con la privazione di tale reparto la fabbrica perderebbe l’appetibilità di mercato che attualmente possiede, non consentendo inoltre un’ulteriore liberalizzazione dei mercati, visto che difficilmente potrebbe inserirsi un quarto acquirente che intenda prelevare la fabbrica privata del suo settore più importante.
Lo scenario che si prospetta in seguito a tale eventualità ha portato alla mobilitazione della città umbra in quanto l’acciaieria, oltre a costituire tre miliardi di euro dei ventitré di PIL umbro, rappresenta anche il fulcro della sorte futura di almeno 5000 famiglie ternane.

Si ripresenta così l’ormai noto problema in cui dispute economiche internazionali calpestano incuranti il singolo individuo. La società attuale in nome dell’importanza della mano libera del mercato dimentica che decisioni finanziarie di strategia industriale non riguardano solo semplici voci di bilancio e fredde mura di industrie, ma anche caldi cuori pulsanti di uomini reali e la possibilità di soddisfare i bisogni primari dei singoli nuclei famigliari.

Uscita operai Acciaierie TerniNon si deve inoltre dimenticare che la faccenda non interessa solo fattori economici, ma va colpire la storia di un’intera città che fonda le sue radici proprio sulla produzione dell’acciaio. Centotrenta anni di storia, travagliati anche da sacrifici umani e perdite di vite sia all’interno delle mura della fabbrica che fuori da essa, in occasione dei numerosi bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, che hanno dilaniato la città intera, non possono essere cancellati da freddi uomini che decidono strategie. E ciò non accadrà perché Terni non si piega.

La cittadinanza a fianco degli operai e dei lavoratori tutti si ribellerà a qualunque tentativo di smantellamento, nella speranza che la resistenza possa essere non necessaria e tutto si possa risolvere nelle sedi diplomatiche. E che non si ripeta la storia di ogni vendita industriale Italiana, senza che la politica fissi dei limiti a garanzia della produzione nel Nostro Paese.

a cura di Italian Spring Lab

CON GLI OPERAI E I LAVORATORI TUTTI
NOI LA VOSTRA CRISI NON LA PAGHIAMO

– Video musicale del gruppo Altoforno di Terni, canzone “La Ternitudine”, omaggio alla città stessa:

– Video della protesta degli operai a Roma:

* Immagini liberamente tratte da it.wikipedia.org e http://www.hevelius.it

Fonti:
– Corriere dell’Umbria
– Il Giornale dell’Umbria
– Umbria24.it
– Ternioggi.it
– Orvietonews.it
– Ilsole24ore.com
– Terninrete.it

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C’est Nous

Mi piacciono i cosiddetti “classici” per il gusto che provo nel riscoprirli. Sono libri di cui abbiamo già un’idea, generalmente, anche senza mai averli presi in mano, i cui titoli, autori, trame a grandi linee ci sono noti fin dalla più tenera infanzia. Il problema fondamentale relativo a questo tipo di letteratura “canonizzata” è, a mio parere, il fatto che il nostro approccio con essa è totalmente sbagliato. Spesso siamo convinti che la lettura di queste opere sia impossibile quando non è accompagnata dalla spiegazione del professore, dal saggio critico corrispondente o dalle note a piè di pagina. E’ ovvio che contestualizzare il testo ci aiuti a comprenderlo fino in fondo, ma secondo me questa concezione ci allontana moltissimo dal semplice fatto che, in fin dei conti, se sono diventati così famosi sono prima di tutto bei libri. La parola libro fa meno paura di grande capolavoro della letteratura francese dell’Ottocento, e suona molto meno noiosa. Perciò, ora mi appresto essenzialmente a parlare di un libro che racconta di una certa signora Bovary, che per diverse ragioni non riusciva ad essere felice. Ma prima di leggere il testo sappiate che ho saltato l’introduzione del traduttore, la nota bibliografica e trenta pagine dal titolo “Per leggere Madame Bovary”. Sappiate che non ho mai letto nient’altro di Flaubert e che non ho mai studiato la letteratura francese. Parlerò quindi esclusivamente da lettrice, riappropriandomi di un ruolo delegittimato, a volte persino deriso.

Riassumere la trama in poche righe è abbastanza semplice. Emma Rouault, da bambina, ha letto troppi libri. Finisce per sposare Charles Bovary, medico di campagna sempliciotto che va a dormire con un fazzoletto intorno alla testa. Il matrimonio delude Emma sotto ogni aspettativa, così come le relazioni extraconiugali e la nascita della figlia. Non arriva mai alla completa soddisfazione dell’immagine della vita e dell’amore che si era costruita. E’ piena di una noia incontenibile e irrisolvibile. “Aveva voglia di viaggiare, oppure di tornare in convento. Voleva morire e, nello stesso tempo, andare a stare a Parigi.” Il finale non lo svelo, magari qualcuno lo conosce già. Come vedete, i riassunti, come le antologie, appiattiscono e banalizzano. Una fiction di Canale 5 potrebbe benissimo avere la stessa trama. Perché, dunque, nel 2012 e a vent’anni vale la pena di leggere Madame Bovary?

Perché comprendere un personaggio del genere nell’era del consumismo dei sentimenti è una bella sfida. Molti con cui ho parlato e a cui il libro non è piaciuto chiamano Emma “stupida” nella sua infelicità, stupida perché non reagisce e fa ben poco per cambiare le cose. Per quanto mi riguarda trovo che un personaggio pigro e incapace di essere felice sia attualissimo.

Perché se riesci a non spaventarti della forma in cui è scritto puoi scoprire cose incredibili. E’ proprio quando cominci a stancarti della prosa ampollosa dell’Ottocento che ti rendi conto di colpo di essere anche tu immerso in quella Rouen così poco parigina, nel quartiere dei teatri e delle prostitute. E se guardi bene all’angolo di quella via potresti anche intravedere Emma che corre verso l’albergo per incontrare il suo amante.

Perché la noia di Emma è la noia dei nostri tempi, quella che ci spinge a uscire il sabato sera anche quando non ne abbiamo voglia. Quella che viene a chi è cresciuto tranquillo nel benessere costruito dai suoi genitori.

Potrei andare avanti a lungo elencando le mie ragioni, ma in realtà sono tutte riassumibili in una frase pronunciata da Flaubert stesso: “Madame Bovary c’est moi”. Madame Bovary sono io. Per contestualizzarla dovremmo parlare del processo di immoralità che subì l’autore e di molte altre cose, ma questa è un’altra storia. Qui voglio soffermarmi sul significato letterale, perché leggendo la trama in pillole sembra impossibile riuscire a immedesimarsi  in una borghese francese dell’Ottocento, ma vi assicuro che non è così, e che Flaubert, con il suo c’est moi, si rendeva perfettamente conto delle potenzialità di catarsi dell’opera che aveva scritto.

Io sono Madame Bovary quando sogno la bella vita delle attrici di Hollywood.

Io sono Madame Bovary quando cammino per Bologna, incontro un ragazzo sconosciuto e immagino che sia un poeta.

Sono Madame Bovary quando mi innamoro per passare il tempo e scambio le persone per ciò che non sono.

E voi, quando vi svegliate la mattina con quella sensazione indefinibile di attesa, quella voglia di novità senza nome, e che andate a letto sperando nel domani…beh, anche voi siete Madame Bovary, anche se ancora non lo avete letto. Anche se non lo leggerete mai.

a cura di Sara Brayon

*Immagine liberamente tratta da http://ddotb.wordpress.com
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ARMONIZZARE PARANOIA

“Donnie: Perché indossi quello stupido costume da coniglio?…”

Una speciale maschera decadentista di autocommiserazione può stravolgere ogni gioco delle parti. Persone affievoliscono dinnanzi al proprio fato-creato, convincendosi spesso che una celata alienazione sia un’intimità non concessa a tutti. Aspettarsi dagli altri il dono della grazia quotidiana, della felicità non apparente, dell’intima riuscita d’ogni obiettivo prefissato, aspettarsi un qualcosa, un Godot che finge di  arrivare, ma rinnega la propria esistenza. Uomini attendono, come se gli altri (gli esterni) fossero Re-Magi con vesti d’amicizia,  considerando sé stessi gli unici martiri in una realtà d’elitaria fortuna, ad essi stessi negata. Riflessi che impersonificano la tragedia, ma pretendono la parte d’assoluto protagonista. Non sempre l’attesa corrisponde a verità. Spesso la necessità di un sorriso non è un dono da elemosinare al ballo mascherato.

Anche i Clown piangono,
ma gli uomini ignorano le lacrime di chi nasce per far ridere.
Anche gli Uomini piangono,
ma i Clown ignorano le lacrime di chi pretende la loro risata.
Basta un pò di trucco ed un rosso naso
a mascherare il proprio sguardo?
Si fottano i partecipanti giunti al ballo, senza volto.

“…Frank: Perché indossi quello stupido costume da uomo?” [Donnie Darko]

sapevano cose che non avrebbero mai ammesso
in quella notte-circense scurrile paranoia,
mentre acrobati sclaciavano nei ventri materni
con la cecità dovuta ad un trucco troppo mesto,
Loro
parti-incidentate di un quotidiano asettico
in cui il Sinistro è l’ombra che grida
e la constatazione amichevole non fu:
sai: “nei bambini travestiti c’è lo sguardo del pagliaccio”
Gli diceva, mentre sistemava lo smalto,
“sono allatti dal sudore e privati di ogni gioco”
Gli diceva, mentre struccava lo specchio,
una coppia di Clown con troppe sensazioni
in possesso di lussuria, ma negati da opinioni:
“trema la terra, canta con lei,
mettiti in fila – vedrai ciò che vedrai”
Le rispondeva Lui, ad ogni accusa di menzogna:
una filmografia firmata nuda,
una voglia di tingersi le menti,
giocavano a nascondino per continuare a pretendere
perdendosi insieme per non ritrovarsi mai:
cose
che non avrebbero ammesso
se non per sdrammatizzare la realtà
cucita-a-filo-e-saliva
tra le labbra di un sorriso perbenista,
ma il gioco è sadico e pretende la vendetta,
la vendetta che pretende
ogni sadico gioco:
l’ennesima accusa di falsità,
l’ennesimo ostaggio dell’ipocrisia,
Lei gli lasciò un biglietto, nella fretta di andar via
lo scrisse col rossetto
(caldo-ancora-troppo-presto):
“quando la pornografia è vestita ogni comico è l’icona”,
solamente questa scritta,
questa cruda verità,
l’ennesima pretesa di poter truccare gli occhi
anche se una lacrima disincanta sette sguardi:
uno per vizio capitale:
nel ricordo delle unghie, tra lo smalto di quei denti…

Egli, un Clown,
più non seppe cosa dire
nella stanza – nuda e spoglia
solo gocce di rimpianto,
ma se il vero è cecità c’è nel furto un naso rosso,
sopra guance solo bianco,
il vestiario
gioca-al-resto:
“le parole nascondono meglio dei silenzi”
rispose Lui, mandando quella scritta nel ricordo:
lì, seduto ad un tavolo a mangiare pensieri
cucinati così poco da divenire troppo-al-sangue,
privato del sapere dov’è il dove
ed il luogo-disincanto:
andò, infine, in depressione
a curarsi da un qualunque,
sconosciuti-bravi-voti
che non seppero che dirgli,
forse – distratti da quel volto
che nel tempo fu…

Ella, un clown,
più non seppe chi tradire
nella stanza – nuda e spoglia
solo gocce in dejavù,
ma se mento a cecità mi terrò quel rosso al naso,
sopra guance ancora bianco,
e vestiario
più non c’è:
“figli ingrati quei silenzi che ad accuse non si muovono”
rispose Lei, senza mandare scritta alcuna:
lì, sdraiata su di un letto a muover la sua mano
tra risate così savie da esser giunte in manicomio,
degna – d’essere la donna
che nel sogno è ogni risveglio:
andò, infine, in processione
per seguire quella salma,
sconosciuti-vesti-nere
che non seppero che dirgli,
forse – attratti da quel volto
che nel tempo fu…

sapevano cose, attesero offerte,
elosine di quel fato primordiale
divenuto, troppo presto,
mero doppio-giochista,
ma nel triste quotidiano
la risata è da vigliacco
quando addio è l’arrivederci
con un ghigno da pagliaccio:
i bambini non pagarono
il biglietto per l’ingresso,
loro-madri mai azzardarono
a proporgli un altro sguardo:
ninnananna, buonanotte,
cosa c’è di più illusorio?
se quel pianto è di simbiosi
il rossetto è da tragedia?

finirono per licenziarsi a vicenda
acconsentendo a lavori da mera-comparsa,
Loro, che fecero ridere nel buio
più non seppere sorridere alla luce:
Loro, che mascherarono illusioni
tentarono invano di godere di quel dono:
manifesti li ritraevano felici
prima di lanciarsi nel vuoto,
volantini portati in giro
da un vento che soffia troppo presto…
“cosa nascondi sotto quella faccia
prima ancora d’andare in scena?”
Le domandava Lui
onde evitare di deludere speranze,
“quanto pretendi possa durare
un qualcosa di già visto?”
Gli rispondeva Lei
pur d’intrattenere l’altrui tentazione,
ma non possono esserci persone
che ridono a vicenda dei loro dolori
se il dolore
è ciò che da lavoro,
quando nel vestiario
valore ha la menzogna:
finirono per odiarsi a vicenda,
giungendo ad invaghirsi del nulla,
ora piange, mentre Lui sorride,
ora dorme, mentre Lei lo sveglia:
commovente fu la realtà dolente
che li pose nell’assurda condizione,
quella del giudizio
senza universale,
quella dell’indizio
senza caso-chiuso:
gli uomini nel loro domicilio
mai riusciranno a viversi a vicenda:
è disillusione, pagata a caro prezzo
quando c’è pienone, fuori-dentro al circo,
fini così,
in uno scroscio d’applausi,
la vita e la morte
di due – considerati strani…

Lei compose un inno ideale
al fidato custode della sua verginità:

“i pagliacci nella loro unicità
mai riusciranno a mettersi al plurale,
ma nessuno si cura del pianto di un pagliaccio
in quanto negli altri nascerebbe sconforto,
ora, sul viso
non c’è trucco né inganno,
ma il colore di quel naso
è rubato da quest’occhi:

Tu processato con Me in processione
trattieni sulla pelle l’odore del mio smalto
con cui scrissi un tempo il nostro manifesto
con cui saluterò questo nostro arrivederci:

la risata
si regala ai pretendenti,
ma il sorriso
è dono di sé stessi”

di Leonardo Selvetti

*Immagine liberamente tratta da http://sneakapeakblog.wordpress.com