Archivio mensile:novembre 2012

Venezia 2012: carnevale a settembre…vestiamoci da umani…

“Uno dei mali della nostra epoca consiste nel fatto che l’evoluzione del pensiero non riesce a stare al passo con la tecnica, con la conseguenza che le capacità aumentano, ma la saggezza svanisce.”  B.Russell

Venezia 2012

Una laggera brezza mi sfiora, i miei pantaloni si muovono accarezzati da una fresca aria salmastra, sento un po’ di freddo. Una campana rintocca insistente a qualche centinaia di metri di distanza. Non sta segnalando l’ora, no, due diversi toni si alternano ostinatamente. Non è un’agonia, nemmeno un’Ave Maria, nessuno è morto. Neppure una melodia da grande festività. Un rumore di tacchi, una madre che a sguarciagola chiama i suoi bambini, una carezza umida sulla mia guancia… Ok, a questo punto decido di aprire gli occhi. Un Akita mi osserva curioso, la padrona lo chiama, occhiali da sole, gonna, camicetta bianca, tutto firmato, il figlio sta “scrollando” il suo iPhone. Il sole mattutino si mescola con il vino che ho bevuto e le canne che ho fumato la sera precedente, facendomi girare la testa; mi volto dall’altra parte sperando di rincuorarmi con la vista della laguna. No, una nave da crociera mi si para davanti agli occhi. Volgo allora lo sguardo al di qua della banchina, trovo il “nostro” tendone, la conferenza su decrescita, sostenibilità ed equità sociale, e mi accorgo della contraddizione che è appena passata davanti ai miei occhi. Ora mi rendo conto, è domenica, la gente sta andando alla messa, ho dormito un’oretta su una panchina, le nostre speranze di raccattare un letto all’ultimo si sono rivelate vane. Con la mente scorro velocemente la sera precedente: del vino in Campo Santa Margherita, il dolore nel veder svanire ogni genuino rapporto che avevo con la mia ex-ragazza (lei vive a Venezia), il mio debole per la gente greca, le chiacchiere con i tre amici del Sud (scherzando li chiamo terroni), la musica pseudo-africana sulle fondamenta delle zattere, la folla che pian piano si dirada, la gente va a letto… Restiamo in pochi, due chitarre, qualcuno che sa suonare, gli altri cantano. Le bottiglie di vino, le canne, gli sguardi delle ragazze, i sorrisi che si susseguono mentre ci cimentiamo in De André, Gaber, Capossela, Consoli, Conte, chi più ne ha più ne metta. Mi alzo e vado a vedere come sta il mio amico Koldo. Sta ancora dormendo, lo osservo. La barba e il capello ritto mi ricordano suo padre, l’espressione del viso però sembra quella di suo madre; torno con la memoria a Vitoria tredici mesi fa, sorrido. Non mi sembra umano svegliarlo, mi dirigo verso il tendone, caffè e brioche, do un’occhiata all’email. Stiamo cominciando l’ultima giornata della conferenza [1], quella in cui dovremmo fare un sunto di ciò che abbiamo discusso e gettare le basi per dare continuità ad un’utopia, quella di costruire un mondo dove la felicità sia disaccoppiata dal possesso di denaro, dove la semplicità diventi il modus vivendi, dove l’uomo non sia in primo piano, ma condivida piuttosto la scena con l’ambiente che ci circonda. Venezia 2012, oltre alle discussioni su come (tentare di) costruire un mondo migliore è stata anche questo. Il piacere di passare una serata cantando in riva al mare con gente che non conoscevo e di cui non ho manco chiesto i contatti, la sfida di interloquire e farmi capire da persone che “non parlano la mia stessa lingua”, filosofi, sociologi, economisti, il notare come il concetto di decrescita sia ancora ad uno stato embrionale, pronto a fiorire, ma bisognoso di tempo, tranquillità, calma: insomma, cose che nel mondo di oggigiorno sembrano non esistere. Alle tredici tutto è finito, ci resta il tempo per un altro buon piatto di pasta e un caffè. Che c’entra se gli spaghetti alle vongole me li servono due indiani? Ci aspetta un ultimo assaggio di Europa meridionale, il regionale veloce per Milano. Trenta gradi, gente in piedi, dieci minuti di ritardo, poi venti, trenta, la seconda è esaurita; vaffanculo, ci sediamo in prima classe. Arrivati in aerporto il sonno ci assale, il volume indecentemente alto dei messaggi aeroportuali non ci tiene svegli, la luce insistentemente forte nemmeno, la gente che comincia ad arrivare alle quattro non è abbastanza per destarci. Il sonno è interrotto solo dalla sveglia appiccicata al mio orecchio destro. L’ultimo – per ora – caffè italiano è come sempre un piacere e l’abbraccio ad Alexandros pare essere un arrivederci (ci vediamo in Grecia!). L’aereo per la Danimarca parte puntuale; è lunedì mattina, lascio la valigia in camera e vado al lavoro. Il giorno dopo ho un incontro con il mio direttore: assieme ad altri seicento vengo licenziato; questione di profitto, numeri, banche… E veramente mi viene da pensare che l’utopia di cui abbiam parlato a Venezia vale la pena di esser inseguita fino alla fine.

a cura di Lorenzo Zeni

[1] http://www.venezia2012.it/?lang=en

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FILANTROPO NEL LIMBO, NUDO

Delle volte si va avanti per inerzia, anche se l’inerzia è Essa stessa un alibi di redenzione da un qualche istinto, o vizio. Paura, forse. Sciacalli ammaestrati comandano il da farsi, impongono regole, Imperatori senza regno decidono che è giusto il giusto e sbagliato lo sbagliato. La quotidianità come coito, la pretesa di farne parte, l’illusoria speranza di fuggire via nell’ovunque delle vicissitudini.

Carpe-Diem come Indie, altre ancora, troppe. Parole.

Non basta decidere il cosa fare per realizzare l’obiettivo (senza poi prefissarsi alcun raggiungimento-viaggio a mo’ di spartiacque nel continuo-ininterrotto del “giorno-dopo-l’altro”). De Gregori scrisse in un testo: “I matti non hanno il cuore, o se ce l’hanno è sprecato”, forse aveva ragione. Forse solamente i savi hanno un luogo razionale in cui immagazzinare attimi. I matti fuggono dagli attimi ed è proprio questo loro fuggire che li rende Egli stessi Attimi, pressoché l’elitaria enfasi dell’emozione (nell’emozione) più intima.

“fuggì ancor prima di direzionare piedi o gambe”

Abbandonarsi nell’incertezza del “mentre” invece di privarsi dell’ebbrezza dell’errore. La clessidra finge di imprigionare il tempo. Le sveglie mentono quando fanno aprire gli occhi. Fottutissima voglia di conoscere la fine ancor prima della conclusione.

Uno stronzo un giorno disse: “Il raggiungimento è l’utilità minima”.
Bah.
Uno stronzo, forse.

[fanculoalresto,tantoc’èun’altrabirrainfrigo].

Vestiti sempre adatti per feste da assente
ingorate
pur d’avere ansia d’infinito
da tramutare in compagnia di un quadernino bianco:
pagine su pagine di scritti incomprensibili
considerati un valico
per l’evasione dal reale:
nudo a girovagare per la circonvallazione,
raccolto più volte
sul ciglio della strada,
come si dimenticasse di sé
nessuno comprendeva, una specie di cancellazione
prima di una narcolettica nottata
in cui strade erano deserte
e deserto finiva per essere cemento, armato,
penna calibro anima
nel taschino del doppio-petto lucidato:
fermando passanti troppo veloci,
rendendo al tempo la dovuta lentezza:
attimo per attimo ad escogitare giusto modo
di rallentare nel delirio
un ricordo già sfumato:
dopo il giorno, il giorno dopo,
incomprensibili effusioni-dislessiche
in cui nomi-propri prendevano parte all’orgia,
insieme a scarabocchi
e schizzi-gocce di bevute-asciutte:

“Titus Andronicus, letto in riva al mare,
ma il sole sciolse copertina
e dentro maschera di cera
c’era il volto scuro della Donna di Caligola…”

sempre pronto a saziare l’invisibile condanna
dentro-composta, fuori-esposta,
travasando in immagini orribili pensieri
e divulgando teorie
sulla vendetta tardiva dei figli di Golia,
tutto questo pur di restare in tema
con quella visionaria capacità
di stringere legami nel quotidian-dilemma:
distratto perdeva monete,
chinato a raccogliere briciole di azzimo pane,
canticchiando filastrocche
e fantasticando sulla cruenta morte
del Ciglio Nero mentre intonava pezzo-blues:

“Davide fratello di Sade, conobbi Lui
quando era ancora fragile ragazzo,
ora in clandestinità ammaestrato
divenuto eroe senza mai volerlo…”

sembra assurdo pensare di fallire
quando la sfida è vittoria certa,
ma firmare patti col Demonio
non rende l’anima un valore,
Egli lo sapeva bene,
continuando ad esclamare nel silenzio
come tifoseria
da stadio-pieno di vizi al neon:
strade raggiunte nel dimenticarle,
orme calpestate senza riconoscerle,
ovunque, come Bello-e-Dannato
devoto protagonista
di una mente trasandata:
distratto per finzione,
ma sguardi pieni in occhi vuoti
possono accecare
anche colui che mani-in-volto
preferisce non guardare,
distratto per fingere attenzione,
mentre passanti scorrono
sui marciapiedi-sorpasso
privi di corsia d’emergenza:

“ricordo che il suo nome era Esmeralda,
ma un curvo-individuo le stava sempre dietro,
ecco il motivo per cui nella pietra
resta ancora impressa qualche foto di turista…”

fan di un Tale pazzo-esteta,
t-shirt nera sempre addosso, nella firma – solo Syd,
la camicia mai di forza:
l’autobiografia di un Filantropo nudo
fu scritta nel primo giorno dell’avvenire,
nella trama da profeta
c’era voglia d’immortale:
mentì, quando disse di essere l’autore
di una canzone in cui luce era fuoco,
ma rimase un testo nella testa,
forse quella luce finì per bruciare le gesta
di un soggetto privilegiato
venuto al mondo in veste d’estasi:

“perse un giorno la ragione
nel coito-interrotto della quotidianità:
cavandosi entrambi gli occhi
(credendo di avere due diamanti),
ma il sangue non rassicurò l’azione
espandendo la violenza
di quell’assurda predisposizione alla vanità:
in quanto suddito e non Re,
in quanto uomo e non tragedia:

[il non vedere gli diede tempo per capire
che anche senza gli arti
avrebbe potuto farsi del male]

si amputò le braccia,
si recise i polsi, dopo i piedi anche le gambe,
dopo il busto anche la testa:
si presentò così, in mezzo alla piazza
tra il farfugliare degli altri
ed il redimersi dei giorni:
condannato ad un ergastolo all’inferno:
dichiarato pazzo-osceno,
figlio ingrato
di un Pan sciolto nel calice e nel sangue

[mai fu degno d’essere perfetto
e la sua mutilazione non fu più dimenticata:
il senza-nome-senza-corpo, il disincanto dell’atrocità]

si tenne solo le ali,
ma gli fu imposto di spogliarsi d’ogni illusione,
cercò invano ogni ricordo,
ogni indizio sul perchè,
sul perché – di quell’atto così osceno
da boia-masochista

[oggi ancora attende l’ombra
che gli spieghi chi sarà
quando gli angeli ribelli inganneranno sua maestà:
France lo scrisse, Lui lo lesse,
ma confuse la realtà]

nell’avida lussuria d’ogni gelida nottata
si infilò le cuffie e si sfilò il cervello,
ma non trovò la luna indiana,
né la prima faccia, né la parte oscura:
non bastarono i Pink Floid a farlo ragionare
al risveglio-solo-freddo
in quel letto d’ospedale:
c’era vile suggestione nel soffitto con le stelle,
senza oziosa gravità o perversi desideri:
immobili, appariscenti,
punti luminosi in fondo al buio del dilemma

[un letto di petali
ed un trono di spine,
un’emicrania in fondo al battito
e dolore in ogni dove]

fuggì senza mettere mai a fuoco
quel suo stato di disintegrazione:
come in battesimo di pioggia,
fuggì ancor prima di direzionare piedi o gambe,
fuggì per bagnarsi,
per macchiarsi nel pulire altrui coscienze

[trovò una Regina degna della dignità,
ma fu ingannato da un rossetto
che sparì, all’albeggiare]

resta la lingua incompresibile,
ma non le gesta eroiche,
resta un nulla nella totalità
di un pensiero ricorrente
in bilico tra realtà e realtà…”

prima o poi al risveglio-narcolettico
troverà forse Qualcuno
che smetterà di crederlo, ormai,
un illuso in attesa di virtù:
come malato immaginario
con l’imprecazione facile
ed una bocca non degna
della purezza che c’è nell’errore…

“riuscirà, nel forse,
a leggere
una pagina mai scritta?”

[del taccuino-cenere
solo viaggio nell’ignoto limbo,
perpetua nudità
giunta nel Suo ovunque].

di Leonardo Selvetti

*Immagine liberamente tratta da http://i.ytimg.com
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Samsø: l’isola che non c’è

Nel 1904, James Matthew Barry fornì le indicazioni per raggiungere un posto bellissimo, dove vivevano soltanto bambini, e che soltanto bambini potevano raggiungere, servendosi della loro immaginazione. Un posto in cui le brutte cose dei grandi non avrebbero mai potuto mettere piede. “Seconda stella a destra e poi diritto fino al mattino”. Quel posto si chiamava “Isola che non c’è”, Never Never Land, e James Matthew Barry raccontava allora la storia di Peter Pan. Anche oggi c’è un’isola molto speciale. Un’isola in cui le brutte cose dei grandi (s’intende colossi economici ed energetici) non esistono quasi più. Raggiungerla implica un viaggio molto più semplice e breve. Basta volare a Copenhagen, Danimarca. Andare in treno fino a Kalundborg. Prendere un traghetto per l’isola di Samsø. Scendere. Eccovi arrivati. Nel 1997, l’isola di Samsø vince una competizione indetta dal Ministero dell’Ambiente ed Energia. La sfida era tra diverse isole della Danimarca, e consisteva nel presentare un piano convincente per convertire il proprio sistema energetico verso le fonti rinnovabili entro dieci anni. Undici turbine eoliche da 1 MW vengono erette tra il 1999 e il 2000, e da allora producono ben più elettricità di quanta ne occorra all’isola. Il resto viene venduta. Il riscaldamento distrettuale prende piede e raggiunge il 60% delle abitazioni. Per tutti gli altri, pompe di calore, collettori solari e caldaie a biomasse vengono installati anche grazie a degli incentivi statali [1].

Nel 2006 venne fondata la Samsø Energy Academy. Jan Jantzen, ingegnere e manager dell’accademia, già professore alla Technical University of Denmark, ha risposto in maniera cortese e precisa, via e-mail, ad alcune nostre domande.

(M.M.) Sindrome NYMBY (Not In My Backyard, non nel mio cortile – ndt): quanto è stato difficile convincere gli abitanti di Samsø a convertire il loro sistema energetico attraverso l’utilizzo di fonti rinnovabili? In Italia, spesso, le piccole comunità sono fortemente contrarie al cambiare le proprie abitudini energetiche…

(J.J.) La sindrome NYMBY è una barriera molto difficile da sfondare. Basti pensare che, al momento, Samsø vive un periodo di grande resistenza alla costruzione di un nuovo parco eolico offshore (ovvero in mare – ndt). La giusta e unica ricetta per l’accettazione popolare è consultare i cittadini prima, e non dopo, la pianificazione del progetto. La popolazione locale dovrebbe prendere parte al progetto, ed avere l’opportunità di investire in esso. In poche parole: un approccio dal basso verso l’alto è di gran lunga preferibile ad un approccio dall’alto verso il basso.

(M.M.) Quale è stato il ruolo del governo danese in questo processo? C’è stato un effettivo incentivo morale ed economico?

(J.J.) Il governo nazionale, allora, riconobbe il potenziale della green economy. Samsø venne scelta come laboratorio di prova dal governo, e questo diede una certa notorietà, nonostante nessun tipo di aiuto economico per il progetto stesso. E’ stato più facile, tuttavia, trovare investitori una volta avuto il titolo di “isola ad energie rinnovabili della Danimarca”. L’amministrazione locale supportò il progetto dall’inizio, e questo fu la cosa migliore (incontri a porte aperte, velocizzazione della burocrazia, facilitazione dell’accoglienza di visitatori).

(M.M.) Quale è stato invece il ruolo dei cittadini? Come hanno preso parte al cambiamento? Hanno avuto qualche ruolo nelle decisioni di tipo tecnico? Si sono fidati degli ingegneri? Erano consapevoli dei vantaggi ambientali, a livello globale, portati dalle energie rinnovabili? Parlando ancora di piccole comunità italiane, spesso si pensa che gli ingegneri o gli specialisti siano corrotti o che lavorino unicamente a scopo di lucro, o che le rinnovabili abbiamo un impatto ambientale troppo elevato sul paesaggio, la flora e la fauna locali.

(J.J.) La maggior parte dei cittadini è d’accordo sul fatto che le energie rinnovabili presentino molti vantaggi, che però a volte non è facile o fattibile sfruttare. Ogni volta che organizziamo un’assemblea pubblica, circa cento cittadini partecipano, che non è male se si pensa che su Samsø abitano circa quattromila persone. I cittadini lavorano in piccoli gruppi per promuovere le proprie idee relative a, per esempio, pannelli fotovoltaici, impianti a biogas o biomasse, riscaldamento distrettuale e trasporti, traghetti inclusi. Ma il collocamento geografico degli impianti è sempre difficoltoso, e si deve raggiungere un compromesso. Le forme di proprietà condivise, come le cooperative, aiutano a trovare un punto di accordo, ma a volte le aspettative economiche devono essere ridotte allo scopo di soddisfare equamente tutte le esigenze. E’ una battaglia in cui da una parte c’è l’economia, e dall’altra l’ecologia.

(M.M.) Quale è stato il costo totale del piano di conversione energetica? Quale il costo medio pro capite? Quale l’incasso medio pro capite (il surplus di energia elettrica prodotta viene venduto – ndt)?

(J.J.) L’investimento totale nel progetto Samsø è stato di 55 milioni di euro, di cui il 15% è stato ottenuto tramite fondi statali e dell’Unione Europea. Il resto è arrivato da investitori privati, aziende, governo locale. Alcuni dei sotto-progetti hanno un ottimo tasso di ritorno economico. Per l’intero progetto, l’investimento totale è stato di 14000 euro/persona, e l’incasso medio per ogni cittadino è di 23000 euro/anno. Se si considera che Samsø è tra le municipalità più povere della Danimarca…

(M.M.) Trasporti: quali sono i piani, se ce ne sono, per la conversione del sistema dei trasporti? Cosa può dirmi a riguardo dell’utilizzo della bicicletta, che nelle città del paese è il mezzo più utilizzato?

(J.J.) Il grande piano per il futuro è di sbarazzarsi dei combustibili fossili entro il 2030. Il settore dei trasporti è il più difficoltoso, e i traghetti consumano metà di tutta l’energia del settore. La migliore soluzione sarà probabilmente quella di costruire un impianto a biogas, che possa produrre combustibile per i traghetti e gli autobus, e stiamo lavorando in questa direzione. L’amministrazione locale sta già investendo in auto elettriche, e si spera che entro il 2030 metà delle auto dell’isola lo siano. Le bici sono molto popolari, ma il vento è forte, la popolazione tendenzialmente vecchia, e non è facile pedalare in inverno. Si vedono però sempre più bici elettriche in strada.

(M.M.) Quali sono i vostri piani futuri, sia per Samsø che per la vostra organizzazione?

(J.J.) Come già detto, abbiamo un progetto da realizzare entro il 2030. Questo obiettivo non può essere perseguito soltanto pensando alla produzione di energia tramite fonti rinnovabili, ma anche al risparmio energetico. Al momento, stiamo collaborando con l’Islanda, Tenerife e Rodi per fare ricerca su metodi di risparmio energetico all’interno delle abitazioni. Letteralmente, entriamo nelle case delle persone e, se loro vogliono, cerchiamo il modo di fargli consumare meno energia. Tra qualche tempo, abbiamo intenzione di creare un’ampia campagna europea per il risparmio energetico basata sulle nostre esperienze (vedi il progetto PROMISE, www.ieepromise.eu).

(M.M.) Ultima domanda: quale è la sua personale opionione sull’utilizzo dell’energia nucleare?

(J.J.) Questa è un’altra battaglia tra l’economia e l’ecologia. Durante l’esercizio, gli impianti nucleare inquinano ben di meno degli impianti a carbone, ma i loro scarti possono essere inquinanti e pericolosi. Anche se il rischio è piccolo, le conseguenze possono essere devastanti, come abbiamo visto recentemente in Giappone. La mia opinione personale è che la sicurezza deve essere la più alta priorità. Preferirei se maggiori investimenti venissero effettuati nella ricerca per la fusione nucleare, come diversivo ai combustibili fossili e alla fissione nucleare.

La mia personale e modesta opinione, a riguardo di tutto ciò, è che le tecnologie per un efficiente utilizzo delle energie rinnovabili ci sono e possono essere già economicamente vantaggiose. Si deve però lavorare con pazienza ed onestà a politiche energetiche serie, attente, lungimiranti. Valutare incentivi equilibrati e minimizzare gli impatti ambientali. Soprattutto, coinvolgere e ascoltare le opinioni delle persone e delle comunità. Non dobbiamo dimenticare quale è il fine ultimo della tecnologia e della scienza: il benessere di tutti gli esseri umani, indistintamente. Dietro ad ogni progetto d’ingegneria, c’è sempre un uomo, una donna o un bambino che fruisce dei servizi che noi mettiamo a disposizione. Non credo che questo sia facile, tutt’altro. Richiede sicuramente sforzi, sacrifici, passione e sudore. A Samsø, almeno, ci stanno provando.

Che sia questa “l’isola che non c’è?”

a cura di Michele Martini

[1] http://energiakademiet.dk/en/

Nota: qualcosa di simile sta accadendo nell’isola di El Hierro, Isole Canarie [http://www.endesa.com/en/aboutEndesa/businessLines/principalesproyectos/El_Hierro_ENG ]

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Ed il tramonto

Ed il tramonto

era un’insegna che cigolava al vento

e il vento

era un indiano con penne scivolate sui capelli

che s’offriva ai miei occhi

come una nuvola intensa d’uragano

e l’uragano

gridava in fondo al ventre la tragica e smarrita dipartita

d’un sogno, d’una età che aveva il gusto

dell’erba acerba in capo a primavera

e quella primavera

avrebbe unito l’uomo del piano al fumo che saliva

grigio, ad anelli, al pari d’una volpe o d’una lepre

e tutti avvolti dal selvatico afrore

che la pioggia moltiplica ed il naso

del bufalo o del cane e l’intenso cantare del silenzio

planante sulla fronte e tra le rughe

e le rughe

a segnare in successione le nitide e le oscure intuizioni

che col bàttito d’ali esteso e lento

portarono al bambino di quei tempi

il nome vero, la cifra d’amicizia,

la filiazione ermetica al mistero

del mondo creaturale e della morte.

Con le braccia protese agli spiriti d’aria

e il corpo aquilone che tende nella fune,

a fronte di se stesso, dell’altro e della vita,

nòmade figlio d’un perduto amore

con nelle orecchie il canto di battaglia

del corvo di montagna appresso al lupo,

sanguinante nell’anima e nel tempo delle case squadrate

e del potere, nelle fibre nascoste della carne

era un pegno d’incontro – Oh miei compagni!

E stendeva il silenzio la sua mano sulla brughiera

e la benediceva – per questo salmodiava, sotto il cielo di malva,

la pelle offerta al canto e il cuore assieme

sepolto a Wounded Knee.

GIANNI      MILANO

NOTE:

era un indiano  con penne scivolate sui capelli

Ci si riferisce a Black Elk, sciamano dei Sioux Oglala, il quale raccontò la sua grande visione nel libro Alce Nero parla (Adelphi, 1968)

il nome vero, la cifra d’amicizia

Ci si riferisce all’usanza degli Indigeni americani di dare due nomi ai figli. Uno alla nascita, provvisorio, e l’altro in seguito ad avvenimenti significativi per la vita del ragazzo, definitivo.

era un pegno d’incontro – Oh miei compagni!

Parafrasi d’un verso di Walt Whitman (1819 – 1892) in Foglie d’erba (Einaudi, 1965)

e il cuore assieme / sepolto a Wounded Knee

Si racconta che Cavallo Pazzo, cugino di Alce Nero, sia sepolto lungo le sponde del Wounded Knee. “Cavallo Pazzo era morto (1877). Era coraggioso e buono e saggio. Non volle mai nulla, soltanto salvare il suo popolo…” (Alce Nero parla, Adelphi 1968)

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