Archivio mensile:dicembre 2012

Buona visione (fino alla fine)

endPerché accendere subito le luci? Per tutti quelli per cui andare al cinema è un culto, vi prego, aspettate la fine del film per accendere le luci.

Ma qual’è la vera fine del film? Quando sentiamo un personaggio recitare l’ultima battuta, o quando l’occhio della telecamera ci regala l’ultima panoramica, o forse il taglio dell’ultima scena? A questo punto, incoraggiati dalle luci accese, tutti si alzano e se ne vanno, ma c’è ancora qualcosa: i titoli di coda. Per alcuni di noi, infatti, i titoli di coda sono parte integrante di un film, quindi perché non rimanere, se non a leggerli, almeno a guardarli? Dopo l’ultima scena c’è il lato oscuro del film da rivelare, il dietro le quinte da mostrare, dove tutto è scritto, bianco su nero. La fine del film è la fine della pellicola, quando non c’è più niente da proiettare, quando lo schermo torna ad essere bianco. A quel punto possiamo alzarci.

È facile accorgersi dei titoli di testa, le luci sono spente, ormai sei seduto e sei pronto a rimanere così per la successiva ora e mezzo, è facile leggere i nomi degli attori principali, del regista, del direttore della fotografia e del produttore esecutivo quando compaiono sovrapposti alle prime inquadrature. Gli stessi nomi poi li ritrovi nei titoli di coda, ma trovi anche tutti i poveri primo assistente del regista, secondo assistente del regista, supervisore alla produzione, direttore artistico, scenografo, cameraman, assistenti del cameraman, addetto ai cavi, carrellista, attrezzista, microfonista, elettricisti eccetera eccetera che hanno lavorato alla realizzazione del film. É giusto rendere merito anche al loro lavoro, invisibile a noi spettatori, ma così indispensabile.

E poi c’è la colonna sonora e le locations, siamo curiosi di conoscere i titoli delle canzoni che abbiamo sentito e i luoghi dove sono state girate le scene. O forse siamo un po’ pigri, perché spesso quelle poltrone sono così comode e avvolgenti e c’è un non so che di rilassante nel veder scorrere dal basso verso l’alto quelle parole una dietro l’altra sullo sfondo nero, abbandonarsi alla musica che le accompagna. Rannicchiati su quella poltrona pensiamo velocemente a tutta la storia, tiriamo le somme per capire se il film ci è piaciuto o no, i più sentimentali si chiedono perché la loro vita non è come quella del protagonista del film.

Che sia una forma di curiosità, di pigrizia o di devozione all’arte, rimaniamo seduti un altro po’. É come se il regista nel finale dicesse: questo era il mio film, mi auguro che vi sia piaciuto. Titoli di coda.

a cura di Francesca Agabiti

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Nel traffico

Come mancasse contatto con una realtà conosciuta. Svegliarsi circondato da occhi che non riconosci nel tuo sguardo e domandarsi se lo zombie abbia un neo sul volto (o sia solamente inutile dettaglio). Domandarsi Chi sia riflesso nello specchio (o Chi circondi tutto il resto).  Un dubbio, una Sindone-Umana, un’impronta che cela la comprensione di un caotico proseguire. Senza poter tirar somme che non siano vili-freddure. Come assurdo conteggio alla rovescia. Semafori con ciglia che sembrano spenti, incroci con borse a tracolla, marciapiedi che parlano (troppo, per il risveglio), boutique che sfoggiano l’estetica fine a sé stessa cercando nell’imbarazzo un tono di presunzione. Un’assurdo Resident-Evil in cui lo scopo è non farsi contagiare, spesso errando nel tentare d’infettare gli altri. Come giochi di specchi che si scrutano vicendevolmente. Un invito al massacro da offrire al miglior offerente: ai postumi l’ardua sentenza, ai posteri il cinismo spietato. In fondo, però, è semplicemente traffico. E Tu ne fai parte. Anche se il giorno nasce stanco e la fuga ha  sempre il sapore dello sporco notturno, quello che si attacca alle vesti che smetti di indossare. Almeno per qualche ora. Stanco del copione, della scena, della scenografia. Stanco di ogni stronza comparsa che pretende di capire chi cazzo Sei. Sconosciuti creano realtà distanti. Sconosciuti elemosinano sguardi. Sconosciuti addobbano silenzi stantii.  Forse, basterebbe poco per creare contatto: nel visibile c’è sempre un quotidiano, anche se di norma è solo accettazione.

[nel dettaglio si nasconde un po’ tutto].

“Ti pensavo in un’isola greca

a dipingere marine assolate prive di figure umane

invece sei ancora lì,

fuori da una cabina telefonica

in attesa che qualcuno declami un tuo verso a squarciagola

mentre il mondo va in fiamme”

[MassimoVolume]

Carnival

Occhi retrovisori riflettono nuche
di vari Ugolino appena usciti da saloni di bellezza,
l’alba è nata presto, il giorno morto – ancora,
riempiti i bar da individui che andranno
a guadagnar da vivere con ciò che non sanno fare
finendo per desiderare un pò di pane
e due gocce d’aceto
per sciogliere la rabbia incollata sotto-lingua:
nel traffico schiamazzi generano rimorsi
includendo nei dialoghi bestemmie
e qualcos’altro: dieci comandamenti, sette peccati,
quattro Ave Maria ed una boccetta nel taschino,
ma il Chimico è fuggito, così come la Guida,
De Andrè contro Alighieri
finisce in Storia con pareggio:
tutti a cercare parcheggio per bozzoli
così da poter fingere d’essere farfalle,
[farfalle parcheggiate
nell’attesa di un volo]:
“Un miraggio corretto e l’unicorno alla crema,
grazie!”: preso l’ordine
verrà disperso il caos, tra tavoli vuoti
e banconi in fila umana,
ma ciò non toglie bellezza alla mattina,
dopo l’incubo il risveglio
può sugellare una speranza: anche se la musica è spenta
ci saranno idioti che balleranno in strada
ignorando poeti russi,
ma ricordando la lussuria che quieta a fine-notte:
nel traffico c’è sempre Chi si ferma a sorpassare
evadendo la Rincorsa
per non tradire meschinamente
la promessa fatta al Raggiungimento: è presto,
nel lasso che intercorre tra risveglio e pasto,
eppure ogni zona pedonale è già piena d’impronte
e lungo marciapiedi
scomparsi i segni di ciò che si nasconde
dietro abiti che non lasciano spazio alla menzogna,
neri, come Venere in pelliccia,
scuri,
come Chi venera lo sporco che si nutre di sé:
giunge lo storpio ad invadere il campo di battaglia
e la schiera di dannati che si porta dietro
è composta dai bambini che zoppicano
imparando dallo Zoppo a camminare meglio:
“Nella borsa porto sempre un libro ed un ombrello,
del primo ne necessito quando il cielo è triste,
il secondo lo utilizzo
quando il silenzio è troppo forte”, così parve indignato,
ma nell’accusa non c’è menzione a follia,
tutto continua il suo percorso,
nel traffico in cui restare imbottigliati: fondo di bottiglia,
residuo di caffè:
il Profeta parcheggia le sue vesti di cera
lontane dal buio, per ritrovarle la sera, quando esce di prigione
sempre, alla stessa ora
gridando oltre il muro del suono: “Icaro fu un idiota,
continuò a voler toccare il sole,
ma non si possono parcheggiare illusioni,
il posto concesso agli handicappati
è solamente per Chi ha residenza a Desiderio,
avrebbe dovuto fare come Me, che sciocco,
non capì che è meglio entrare ed uscire dalle sbarre
della consolazione
piuttosto che cercare ristoro
in un angolo di luce in cui nemmeno Roc
(uccello leggendario mangiatore d’elefanti)
avrebbe mai potuto elemosinare una speranza”: il rintocco,
quasi Mezzogiorno:
tutti pronti a continuare l’opera ben cominciata,
mentre agli incroci
Lavavetri si stupiscono
di quanti sguardi
ignorano miserabilmente la propria sporcizia
preferendo risparmiare in pulizia
piuttosto che restare senza una moneta, indispensabile
quando, nel traffico,
c’è un Mefistofele che vende orologi low-cost:
“Non dimenticatevi dell’unica cosa che può farvi volare,
non ascoltate chi al buio preferisce il sole,
le lancette continuano inesorabilmente a muoversi,
restate immobili: il Tempo
basta fissarlo per un attimo appena…”

[un attimo appena per rimanerne accecati,
mentre sosta, l’Inerzia, in divieto di Vita:
la Zingara-Beat, i Poeti di strada,
agli angoli
a chiedersi:
“Cos’è che è iniziato?”].

di Leonardo Selvetti