Archivio mensile:maggio 2013

Don Gallo vive!

dongalloTutti i mezzi di comunicazione hanno parlato e scritto di Don Andrea Gallo. Per evitare di ripetere quanto già detto intendiamo rendergli omaggio  pubblicando un estratto del suo libro  “Non uccidete il futuro dei giovani” e i video della superba e commovente omelia che fece al funerale di Fernanda Pivano nel 2009.
Negli anni Sessanta fece furore il film Gioventù bruciata, quando invece la
gioventù di quel decennio è stata forse la migliore del disgraziato Ventesimo secolo. Con tutti i suoi difetti, la gioventù di oggi è comunque sempre migliore di quel che si vuol credere, se non altro perché è comunque meglio essere anche solo un writer “imbrattamuri”, o sballarsi in discoteca e navigare ore in Internet, anziché sfilare in camicia nera e correre entusiasti a invadere altri Paesi scatenando guerre, facendo da carne da cannone e seminando tragedie.
Non c’è una “gioventù bruciata”, c’è solo un potere economico e politico che ama i roghi, a partire dal dare fuoco a boschi e riserve per renderne i terreni edificabili, e che imbottisce le teste dei genitori con la segatura del consumismo. Già Cicerone rompeva l’anima con il suo “O tempora! O mores!” come se i tempi di quando era giovane lui o quelli ancora prima fossero stati chissà quali delizie. Evitiamo quindi di imitare Cicerone.

Queste generazioni di giovani d’oggi sono migliori di quelle precedenti, ma più osteggiate. Il sistema di potere ha costruito una società dove non si vuole ci sia posto per tutti, non per i figli degli “altri”. Si tratta pur sempre di classismo. I figli dei ricchi e dei privilegiati potranno comunque sistemarsi piuttosto bene, un posto al sole lo trovano o glielo trovano anche se perdono anni a far poco o niente, ma la gran massa di giovani figli degli “altri”  pagherà per tutti. Questa è la realtà che è stata costruita. Ma i giovani non sono stupidi e la faranno saltare, la cambieranno in meglio.“[1]

a cura di Italian Spring Lab

[1]Non uccidete il futuro dei giovani, p.173, Dalai editore, 2011

*Immagine liberamente tratta da http://zam-milano.org
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L’autostrada è già abbastanza

Val Susa Capitolo I – Sui boschi, la bellezza ed eventualmente Dio

Salbertrand, alta Val Susa. Il treno regionale si ferma dolcemente, e il mio corpo, ancora intorpidito dal sonno, scende lento sulla banchina. Sono le nove del mattino, e sulle mie spalle ho un piccolo zaino: una bottiglia di plastica, un panino, delle barrette di cioccolata e una maglietta nera lo riempiono per tre quarti. Attraverso, camminando, il piccolo centro abitato. E’ domenica, tutto è molto silenzioso. Poche persone si muovono svogliate per le vie del paese, e altrettante poche automobili viaggiano sulla vicina statale. Mi guardo un po’ intorno e cerco di orientarmi. Ai miei lati, orgogliose e alte, si ergono le montagne della Val Susa. Il Genevris, il Blegier e il Sommeiller mi circondano. Mi sento avvolto, coperto da quegli imponenti ammassi di terra e roccia. Siamo a circa mille metri di quota, e la vegetazione è quella tipica di queste altitudini: abeti, frassini, salici e betulle.

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Dopo aver attraversato la Dora, che scorre su un letto grigio e ciottoloso, arrivo in pochi minuti ai piedi del Parco del Gran Bosco (*). Da lì partono diversi sentieri, di tutti i tipi; alcuni di essi costeggiano la montagna, altri la scavalcano, raggiungendo le sue cime più alte. Scelgo di avviarmi in salita lungo il “GTA”, ovvero la “Gran Traversata delle Alpi”, un lungo percorso che si snoda per chilometri arrivando dalle parti di Balbouttet, oltre le cime che mi sovrastano a Sud-Est.L’ascesa è per me un’esperienza di rara bellezza. Il bosco vibra e si muove di vita, macchiato da decine di Campanulae Alpestris in fiore. Sento gli aghi degli abeti scricchiolare sotto il mio peso, gli spigoli delle rocce che tentano di penetrare i miei scarponcini. Respiro avidamente un’aria dalla purezza pungente. La montagna, di nuovo, mi fa sentire coperto, riparato, al sicuro. Guardo con curiosità le rocce, la terra, gli alberi, e sento che in qualche modo il mio sguardo viene ricambiato. Mi appoggio ad un bastone in legno di abete e lentamente salgo sul ripido percorso. Mentre salgo, cresce anche il mio sentimento di rispetto e umile timore nei confronti dell’immensa natura che mi circonda: mi rendo conto che sono un ospite lì in mezzo, e come tale devo comportarmi.

La mia preparazione atletica è scadente e per questo mi fermo ad intervalli piuttosto regolari per riprendere fiato, mangiare un po’ di cioccolata e dissetarmi. Una Via Crucis tutt’altro che dolorosa, le cui tappe corrispondono con le piccole radure che ogni tanto incontro, e che mi permettono un’ampia panoramica sulla natura circostante. Ogni sosta è una goduria per il mio sguardo (**). Scorgo la Dora che serpeggia a fondo valle, alcune baite sulle montagne di fronte, il paese di Oulx in lontananza. Intorno a me, una distesa di verde che si perde a vista d’occhio.

Proseguo lungo il sentiero. Scorgo una coppia di caprioli che si muove agile tra gli alberi. Poco dopo, uno scoiattolo rosso saetta nella boscaglia. Siamo in Aprile e a quota milleseicento metri c’è neve, troppa per proseguire lungo il sentiero. La voglia di continuare è tale che devio e scelgo di salire ancora, scalando col corpo basso una ripida pendenza tra gli alberi. Per circa duecento metri di dislivello proseguo così, prima di raggiungere la cima locale. Affondando le mani nella terra umida, sudando, aggrappandomi ai tronchi e alle radici. C’è molta neve e il sole picchia forte su di essa, costringendomi a stringere gli occhi per via della luce riflessa. Mi siedo e guardo sotto di me, sono a quota milleottocento metri.

Mi commuovo per la vista che si offre ai miei occhi.

Mi sento felice, sereno, mi sento uomo. Scorgo molte cime innevate delle Alpi Occidentali. Osservo tutto da una nuova angolazione ed estasiato muovo  una mano ad indicare i versanti più scoscesi delle montagne, i boschi sotto di esse, la gola ai loro piedi (***). Le gambe di un corpo troppo sedentario sono stanche e tremano ancora per la fatica della salita.

Ma lo spirito esulta!

IMG_0554Mi sento coinvolto nella danza gioiosa di Madre Natura, riesco a respirare in fase con tutti gli esseri che popolano la valle. Penso agli scritti di Cassin, di Krakauer, di Messner. Solo minimamente capisco, in maniera razionale, cosa volessero dire con le loro parole quando hanno vissuto o affrontato le montagne da . scalato le montagne più estreme. Emotivamente, intuisco nel mio piccolo che si viene travolti da emozioni straordinarie, immense. Ho provato sensazioni simili ogni altra volta che sono andato in Val Susa. Quando, per l’appunto, ho scalato il Parco del Gran Bosco, con il mio amico più caro a Torino. Quando ho camminato per una decina di chilometri da Salbertrand ad Exilles (****) con la donna che amo. Quando ho affondato le gambe nella neve lungo la Dora di Bardonecchia, con degli amici che venivano da molto, molto lontano. Quando, da solo, sono salito da Oulx a Auberge, o da Sant’Ambrogio alla Sacra di San Michele, o ho visitato la Grotta di Baume. Ho scelto di andare più e più volte in Val Susa per una serie infinita di motivi. Tra di essi c’è la volontà di conoscerla, di osservarla, di metterla sotto la lente di ingrandimento. Non mi aspettavo che le cose andassere in modo inverso, che quella lente di ingrandimento finisse su di me e che fossi poi io ad essere osservato. Dalle montagne, dai boschi, dai miei stessi occhi in un profondo e continuo processo introspettivo. Soprattutto, non mi aspettavo di avvicinarmi così tanto a un qualcosa di più grande. Non so se lo si può chiamare Dio; non so nemmeno se dargli un nome ha, in fondo, importanza. Senza accorgermene, mi sono trovato, timoroso e ammaliato, a contemplare i boschi e la vallata, a muovermi con umiltà e rispetto per il più piccolo insetto che ho incontrato, a sentirmi ondeggiare dentro alle viscere del pianeta.

Quasi senza accorgermene, mi sono sentito stringere lo stomaco. Quasi senza accorgermene.

Val Susa Capitolo II – Sull’uomo, il cemento ed eventualmente il TAV

Paragrafo II-a, ovvero note a “Val Susa Capitolo I”

(*) Non attraverso solo la Dora. Fiancheggiando un piccolo cantiere, inorridito, passo sotto enormi piloni di cemento armato, che lungo la valle sono alti anche fino a dieci metri. Sorreggono l’autostrada A32 Torino – Bardonecchia che attraversa tutta la Val Susa.

(**) Le soste nelle radure sono meno piacevoli per i miei timpani. Quando non sono riparato dagli arbusti, un ronzio quasi incessante, sottile, riempie le mie orecchie. Motociclette, camion, automobili che sfrecciano a tutta velocità sulla  A32 sonorizzano in modo angoscioso le pendici delle montagne a ridosso della Valle.

(***) Quassù non si sente più alcun rumore proveniente dalla vallata. Siamo ottocento metri più in alto di Salbertrand. La mia irritazione per quel suono così fastidioso è ormai scemata, e il lato più sensibile di me si placa infine, rendendomi sereno.

(****) Inizialmente il percorso si sovrapponeva a al Sentiero dei Franchi, passando per Sapè (poche abitazioni in quota, carinissime) per poi deviare lungo una tortuosa strada in discesa verso il paese di Exilles. Scendendo, i suoni dell’autostrada si facevano sempre più forti. Arrivati in fondo alla gola, tra le montagne, di nuovo  i piloni di cemento davanti ai nostri occhi. Quei colossi grigi ci sovrastavano e attiravano inevitabilmente il nostro sguardo. In quel momento, di nuovo, una parte di me è stata travolta da un terribile senso di inquietitudine, di colpa, quasi come se io stesso avessi plasmato con mano quel cemento.

panoramica

Paragrafo II-b, ovvero piccola riflessione di carattere estetico

L’autostrada attraversa l’intera valle. Collega Torino a Bardonecchia. E’ indispensabile per sostenere il tipo di società che popola la Val Susa di oggi. Da un lato permette in tempi rapidissimi di rifornire i paesi della valle di cibo, farmaci e quant’altro (e aiuta, grazie al cielo, le ambulanze a viaggiare veloci); dall’altro permette a indomabili schiere di turisti (come me) e sciatori (non come me) di raggiungere le mete sciistiche lì intorno (il Sestriere è a due passi da qui).

Già, le mete sciistiche. Ho dimenticato di parlare delle piste da sci. Le ho viste da Auberge (quelle del Sestriere) e da Bardonecchia. Ho visto anche gli impianti di risalita. Ai miei occhi le piste da sci sono orribili, violenze inutili alle dorsali delle montagne prive di qualsiasi scopo umanamente utile se non quello ludico di chi va in settimana bianca. Portano probabilmente molto denaro nelle tasche degli albergatori e dei ristoratori della valle, il chè giustifica per me la loro presenza solo a metà (possibile che tutto ruoti sempre intorno ai soldi?).

Sono andato, recentemente, molto spesso nella Valle. Continuerò ad andarci, finchè potrò. Per cercare me stesso, per sentirmi ancora di nuovo vicino a Dio o chi per lui, per respirare quell’odore di libertà che vi ho trovato. Cercherò di salire sempre più in alto, lontano dall’autostrada e dalla vista degli impianti sciistici, lassù dove il segno dell’uomo si fa via via meno marcato, fin dove il mio corpo potrà arrivare. Continuerò ad amarla come ho fatto fino ad ora, con le sue bellezze, i suoi orrori, le sue contraddizioni.

E penso solo per un’infinitesima, insignificante, frazione di secondo ai cantieri del treno ad altà velocità che la attraverserà. Mi viene il vomito, e preferisco, per ora, pensare ad altro.

Il ricordo dell’autostrada è già abbastanza.

a cura di Michele Martini

* Fotografie scattate da Massimo Amorosi e Michele Martini
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La coscienza elettronica di Zeno

Electronic-Cigarette (1)Campagnano di Roma dista una trentina di chilometri dalla capitale, e ha un centro storico abbastanza carino. Carino se lo visiti quando si svolge la fiera dell’antiquariato, o se ci torni una volta ogni tanto dopo che sei andato a studiare a Bologna. Dubito che i miei amici che abitano ancora qui lo definirebbero “carino”, e li capisco. La triste verità sui paesi è che mentre cresci hai due scelte: passare le giornate seduto sul muretto accanto alle poste a prendere di mira i “punk-dark-alternative che ascoltano musica di Satana” o, appunto, essere un punk-dark-alternative eccetera eccetera che cerca di superare l’adolescenza col tuo sparuto gruppetto di amici evitando la Gente-Del-Muretto. Morale della favola, a Campagnano c’è ben poco da fare, la gente è sempre la stessa, i negozi sempre gli stessi. O quasi.

Passeggio con i miei vecchi amici sulla via principale, il “Corso” come lo chiamiamo qui, e mi fermo di botto. I miei occhi sono fissi sul primo negozio di sigarette elettroniche a Campagnano di Roma. Sono arrivate anche qui. Siamo più o meno undicimila abitanti e nessuno ha mai sentito la necessità di aprire una libreria, ma di un negozio di sigarette elettroniche sì. Avete presente come sono fatti questi negozi, tutti neon e colori discotecaro-ospedalieri?  Le vetrine, che in realtà non espongono un bel niente, mi hanno sempre curiosamente ricordato quelle dei sexy shop. Forse i vizi non hanno bisogno di presentazione. Anche perché si è parlato e discusso su di loro talmente tanto che è molto difficile dire cose nuove. Sul fumo (per non parlare del sesso) ormai si è detto e scritto di tutto. I simbolismi che evoca, il fascino oscuro che dura da generazioni, l’indiscutibile masochismo del fumatore medio: tutti questi fattori sono stati a sufficienza esplorati dagli studi scientifici, dal cinema, dalla letteratura. Impossibile non menzionare in primo luogo La coscienza di Zeno, probabilmente ancora il capolavoro sull’argomento, se invece vi va di leggere qualcosa di più “particolare” vi consiglio vivamente due racconti di Stephen King, Quitters, Inc. (contenuto in A volte ritornano, 1978) e La gente delle dieci (in Incubi e Deliri, 1993). Volendo spaziare di più, c’è davvero l’imbarazzo della scelta: i detective e le bionde fatali dell’hard-boiled, le prostitute e gli artisti bohemien di Parigi, tutti fumano. Persino gli hobbit della Contea. Le sigarette sono parte integrante dell’immaginario collettivo del nostro mondo, e quindi dei mondi inventati dagli scrittori. Una specie di autoflagellazione socialmente accettata. Perché, diciamolo, fumare fa male. Malissimo. Causa milioni di morti ogni anno. In un Linus degli anni ottanta ereditato dai miei una campagna antifumo sintetizzava il concetto in maniera puntuale: “COMINCIA CON LA PRIMA SIGARETTA IL LENTO SUICIDIO DEGLI IDIOTI”. Breve, terribile, sincera. Non sono qui a difendere il fumo, ma è interessante pensare come la storia dell’uomo sia storia di vizi. Il fumo nella cultura occidentale (e non solo) è simbolo di aggregazione, ribellione, emancipazione, autolesionismo. Gli Indiani e gli hippies fumavano insieme. Gli adolescenti indisciplinati e le donne rimaste a casa durante la guerra fumavano. Ogni fumatore che sta leggendo pensi al primo istinto che ha quando riceve una brutta notizia. E così, quando avevo diciassette anni e le sigarette elettroniche ancora non c’erano, io comprai il mio primo pacchetto. Sapete come vanno queste cose. I miei amici fumavano tutti, un ragazzo che mi piaceva molto si era fidanzato con un’altra, ero nella fase Rimbaud dell’esistenza…insomma iniziai. E non ho ancora smesso, un giorno lo farò. Comunque, tutta questa premessa era per esporre il concetto che le sigarette (quelle vintage, col catrame e tutto il resto) un ruolo sociale e culturale ben definito ce l’hanno. E le sigarette elettroniche? La loro diffusione alla Gremlins?

Le prime volte che le ho viste in giro pensavo fossero soltanto un modo per smettere di fumare, ma a quanto mi dicono mi sbaglio: sono diffuse anche tra coloro che continuano a fumare, e conosco persino gente che prima nemmeno fumava sigarette vere, e adesso fuma quella elettronica. La LIAF (Lega Italiana Anti Fumo) svolge addirittura ricerche per capire se la diffusione delle e-cigarette invogli i giovani a cominciare a fumare (in Italia solo l’acquisto di quelle contenenti nicotina è vietato ai minorenni). I telegiornali e il web si contraddicono tra di loro…fa bene? Fa male?  Lo sapremo mai veramente, vista la facilità con cui possono essere manipolate le informazioni che ci arrivano? L’unico dato certo è, appunto, la loro incredibile diffusione. Che poi, a guardarla bene, non è nemmeno così incredibile. La storia umana (e quindi la storia dei vizi) forse è arrivata alla Grande Epoca della Disintossicazione, in cui non sono più i viziosi ad andare di moda ma quelli che cercano di smettere di esserlo. E poi, diciamocelo, la tecnologia…ce piace. Ipotizzo che per almeno una percentuale degli e-smokers parte del fascino sia in quello, nella Sigaretta 2.0, la nuova frontiera dell’aspirare.  Non me ne sorprendo affatto, dopo aver visto Roma bloccata un paio di anni fa per la grande apertura del Trony di Ponte MIlvio. Ma un nome continua a risuonare nella mia testa: e Zeno?  Che fine ha fatto la tragicomica lotta per liberarsi dal vizio, coronata dall’insuccesso ma comunque velata di un’epicità alla Davide e Golia?  Dipendenza VS Volontà Umana, 1-0, Cosini dribbla in avanti e….traversa! “Ma questa è l’ultima che sbaglio!”. Davvero ormai a noi esseri umani (occidentali) serve un aiuto per fare tutto? Lo scorso marzo la ventiduenne inglese Josie Cunningham si fa rifare il seno. Fin qui, nulla di strano. Non sono contraria a prescindere alla chirurgia plastica. I guai arrivano quando scopri che l’intervento della signorina è stato pagato dai contribuenti inglesi, visto che lei lo ha richiesto per guarire dallo stress emotivo di essere piatta che le stava rovinando la vita (pensa te, pure io ero stressata emotivamente e l’ho saputo solo adesso!). E’ molto facile, oggi, ottenere tutto con il minimo sforzo. Ancor più facile è distrarsi dalle cose che richiederebbero uno sforzo maggiore, perché siamo pigri. Pigrissimi. O pigrerrimi? Guarderei sul dizionario, ma mi fa fatica.

(Un’ultima cosa: a parte gli scherzi, Zeno avrebbe adorato la sigaretta elettronica, ne avrebbe comprate di ogni gusto. E’l’umano di carta più umano che c’è.)

 a cura di Sara Brayon

* Immagine liberamente tratta da http://www.milanopost.info/2013/04/30/linchiesta-costi-economici-benefici-e-danni-ecco-il-fenomeno-della-sigaretta-elettronica/

Fonti:

http://www.liaf-onlus.org/page.php?id=98-adolescenti-le-sigarette-elettroniche-non-li-invogliano-a-fumare

http://it.wikipedia.org/wiki/Sigaretta_elettronica

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2299233/Model-Josie-Cunninghams-4-800-breast-op–foot-Outrage-NHS-provides-36DD-implants.html

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La mia “Isola Maledetta”

mafiaE’ di poche ore fa la nuova esegesi sociopolitica dell’esimio e reverendo politologo Giuliano Ferrara, noto al grande pubblico per la lucidità delle sue analisi: La Sicilia “Isola Maledetta” avrebbe la sua essenza nella Mafia [1].
Ebbene sì, ora è chiaro , i siciliani sono mafiosi. Tutti.
Anch’io. Anche mio padre, che da anni si spacca la schiena nelle aziende del Ricco Nord. Anche Paolo Borsellino, Luigi Falcone, Giuseppe Puglisi, Pio La Torre, Peppino Impastato, Giuseppe Fava.
Tutti schifosi con la coppola e la lupara.
No, signor Ferrara, non ci sto. Non accetto questo marchio in fronte, quest’etichetta.
Non accetto il sorrisetto che involontariamente mi si stampa in viso quando sugli autobus di Bologna la mia inflessione terrona fa girare le vecchine.
Non accetto che quando cerco casa, trovo annunci che si chiudono con “No fumatori, no tossici, no meridionali.”
Sono parte anch’io di quella schiera di giovani siciliani che dalla Sicilia sono scappati, per cui non intendo qui indossare le vesti dell’eroe, del salvatore coraggioso, anzi, mi prostro umilmente davanti chi quella nostra Sicilia non l’ha abbandonata, non si è arreso.
Perchè vede, signor Ferrara, l’essenza della Sicilia sono loro, sono loro a farci dire “Sono siciliano” a testa alta. Loro sono la speranza di una terra, la sua Essenza,  come la chiama lei,  sono la pulizia dei volti madidi di sudore di chi non ci sta, sono il sorriso di chi a fine mese ha poco più di un tozzo di pane e delle arance, ma saranno pane ed arance pulite, oneste, sono gli studenti che non scappano, gli imprenditori che non pagano, gli insegnanti che portano avanti la Cultura, i politici (sì, anche loro, anche oggi) che non si prestano.
Sì, signor Ferrara, esistono anche loro, siciliani e siciliane puliti, onesti, sani, integerrimi.
E a loro, a noi, dovrebbe porgere le sue scuse, lei come chi da anni si permette di infangare 5 milioni di persone dall’alto di una superiorità che spesso non va oltre il geografico.
Noi resteremo sempre fieri di ciò che siamo, lei forse oggi dovrebbe vergognarsi un po’.
Mi scusi se non le porgo cordiali saluti.
Un siciliano.

a cura di Matteo Cavagnacchi

[1] http://www.siciliainformazioni.com/sicilia-informazioni/42521/ferrara-shock-in-tv-la-mafia-e-lessenza-della-sicilia-isola-maledetta

*immagine liberamente tratta da http://4.bp.blogspot.com

 

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