Archivio mensile:febbraio 2014

Lingue e cervello

Maksuti-2014-02-12-Lingue_e_cervelloQuali sono i meccanismi che ci permettono di imparare una nuova lingua? Perché alcune persone riescono ad apprendere il nuovo idioma molto più velocemente di altre? Cosa succede nel cervello di un bilingue? Queste sono solo alcune delle domande che affascinano molti ricercatori nel mondo delle neuroscienze. Rispondere a questi quesiti, oltre a saziare la nostra curiosità, potrebbe servirci a capire qual è il modo più efficace per apprendere una lingua… o magari se è il caso di arrenderci ancora prima di cominciare. Studiare un sistema così complesso come il nostro cervello è sicuramente uno dei compiti più ardui che ci siamo assegnati ed è forse ingenuo credere di poter impacchettare nei nostri modelli semplificati il funzionamento di una rete costituita da circa 1011 neuroni [1], ognuno delle quali può connettersi agli altri attraverso 104 sinapsi. Ma questo non deve dissuaderci dal cercare di ampliare la nostra conoscenza e fare buon uso dei risultati che la ricerca produce. Ci possiamo armare di microscopio ed osservare la struttura del singolo neurone o magari sfruttare le creative scoperte dell’ingegneria come l’elettroencefalogramma (EEG) o la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e sbirciare il cervello direttamente in funzione. L’EEG consente di ottenere informazioni sull’attività elettrica del cervello, aiutandoci a capire ad esempio quando il cervello percepisce un certo stimolo, mentre la fMRI fornisce una misura indiretta del consumo di ossigeno nelle varie zone cerebrali, aiutandoci a capire dove avviene l’attivazione. Grazie a questi strumenti e alle notti in bianco di molti ricercatori siamo riusciti a capire, per esempio, che i bambini riescono ad apprendere le lingue con più facilità degli adulti poichè nei primi anni di vita il numero di sinapsi nel cervello aumenta significativamente, per poi stabilizzarsi superati gli 8 anni di età. Questo fa sì che, nel bambino, nuove sinapsi possono essere dedicate alla nuova lingua, senza creare sovrapposizioni con la lingua madre. Degli studiosi dell’università di Lund in Svezia hanno osservato addirittura una crescita fisica del cervello durante l’apprendimento di una lingua straniera [2].

Un adulto invece deve far uso delle sinapsi che sono già presenti nel suo cervello ed adattare la nuova lingua ad esse. Una diretta conseguenza è per esempio che un adulto ha bisogno di regole grammaticali e sintattiche per poter apprendere la nuova lingua mentre un bambino riesce ad imparare le nuove espressioni senza dover tradurre o ricorrere a paralleli con la lingua madre.

Un fenomeno curioso è quello che possiamo chiamare camaleontismo del poliglotta [3]. Questa teoria suggerisce che la personalità del poliglotta cambi a seconda della lingua in cui si esprime. Chi parla più lingue si sente solitamente più sicuro in un idioma che l’altro, pertanto quando torna a parlare la lingua madre acquista più sicurezza e scioltezza. Inoltre, la struttura stessa della lingua può modificare il modo in cui si pensa ed in cui ci si esprime. Chi conosce più lingue sa bene che non è sempre possibile tradurre direttamente da una lingua all’altra e che delle espressioni semplicemente non esistono in tutte le lingue.

Sono diventata bilingue a 5 anni. A quell’età mi ci sono voluti qualche disegno e un po’ di gesti buffi delle mie amichette dell’asilo per imparare ad esprimermi nella lingua di Dante in soli 6 mesi. Magari non proprio come lui. In poco tempo la nuova lingua è diventata la mia lingua, quella in cui riesco ad esprimermi al meglio e che mi fa sentire spavalda e sicura come il camaleonte che ha deciso di sfoggiare il suo colore preferito senza, per una volta, mimetizzarsi. Il fatto di avere entrambi i genitori interpreti, la biblioteca del salotto piena di dizionari e una mamma che potrebbe parlare dei vari ceppi linguistici europei per ore, non ha contribuito a farmi avvicinare alle lingue, anzi, io volevo fare tutt’altro. Prima la pediatra e poi l’ingegnere biomedico. Era divertente però vedere la faccia dei miei amici quando per la prima volta mi sentivano parlare quella lingua strana e sconosciuta al telefono. Dopo tutto ero contenta di conoscere due lingue, senza aver fatto particolare fatica.

In Italia il fatto di conoscere più lingue, oltre a non essere comune, non viene socialmente riconosciuto come un valore particolare. Ad oggi, 6 italiani su 10 hanno dichiarato di sapersi esprimere in una sola lingua [3]. Questo è dovuto principalmente al fatto che non siamo mai esposti ad altre lingue, in alcun modo. Internet sta lentamente cambiando la situazione. Qualche anno fa non avrei mai pensato che le lingue avrebbero potuto interessare anche me. La mia mente razionale mi diceva che dopotutto una nuova lingua non era altro che la stessa informazione detta in un altro modo. Pertanto preferivo sfruttare le mie sinapsi per poter apprendere altre nuove informazioni. Molte cose sono cambiate da allora. Ad un certo punto si è fatta sentire la necessità di imparare l’inglese, seriamente. È stato principalmente questo a spingermi ad andare in Erasmus, in Svezia (lo so che è una scelta curiosa). Detto fatto, in Svezia ci sono andata, tornata e rimasta. L’inglese l’ho imparato e, siccome ci ho preso gusto, ho imparato anche lo svedese. Giusto per aggiungere alla lista un’altra lingua particolarmente diffusa, dopo la mia prima lingua, l’albanese. Tutta la teoria sulle lingue come informazione ridondante è svanita lasciando spazio all’idea che l’unico modo per capire a fondo un’altra cultura è proprio quello di imparare come si comunica in quella cultura, quali parole bizzarre si sono inventanti per esprimere concetti che in italiano richiederebbero una frase intera. Ad esempio il solo verbo “hinna” in svedese significa “riuscire a fare in tempo a fare una certa attività”.

Che fatica però! A 24 anni le mie sinapsi erano belle che formate (viva la grammatica e la sintassi!), per non parlare del mio apparato fonatorio (provate a pronunciare le vocali svedesi ö,ä,å). Il risultato è che ora sono una camaleonte dai quattro colori e personalità. In particolare lo svedese mi ha aiutato a diventare più riflessiva, meno impulsiva e a filtrare via il superfluo (per carenza di vocaboli forse?!). Ma tutto torna, con un’aggiunta di sicurezza e spavalderia quando ho l’occasione di parlare di nuovo in italiano.

Morale della favola: viaggiate, imparate, osate fare errori e rendervi ridicoli! Non ci sono scuse, se non avete tempo o denaro, per il momento, scaricatevi le app “duolingo” e “babbel” e preparate il territorio.

a cura di Elira Maksuti

[1] Williams, R. W., & Herrup, K. (1988). The control of neuron number. Annual review of neuroscience, 11(1), 423–453. [full-text at nervenet.org]

[2] Johan Mårtensson, Johan Eriksson, Nils Christian Bodammer, Magnus Lindgren, Mikael Johansson, Lars Nyberg, Martin Lövdén. Growth of language-related brain areas after foreign language learning. NeuroImage, 2012; 63 (1): 240 DOI: 10.1016/j.neuroimage.2012.06.043

[3] http://www.repubblica.it/scienze/2013/11/07/news/se_parlo_un_altra_lingua_cambio_personalit-70345006/

[4] http://www.euractiv.it/it/news/sociale/5570-eurobarometro-lingue-straniere-6-italiani-su-10-non-le-parlano.html

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Valentine

“Tanto è inutile guardare l’orizzonte

quando la rosa dei venti è la risposta che non soffia,

meglio disertare l’appuntamento con il vago

e rubare una bussola dal portafogli del Fato”

Guardandosi intorno, quasi a tentar di scrutare utili informazioni per comprendere ciò che si cela dentro, ma non basta osservare gli eventi per riassumere la storia che scorre nel silenzio, come bobina infinita di una biografia ancora da scrivere.

A nulla serve divenire critici se poi ci si dedica al gossip che l’umano concede attraverso la sua superficiale velleità.

Occorre il coraggio di abiurare ogni aspettativa incatenata nel certo, ogni sicurezza che si trasforma in prigione, ogni luogo comune portatore sano di omologazione.

Andare alla ricerca di un altro sé

fino a perdersi tra le proprie impronte,

fino a perdersi nel proprio riflesso.

Ovunque, oltre uno specchio magico in cui Alice finge d’esser bianconiglio.

Ovunque, laddove c’è abbastanza coraggio per esser consci del rischio.

Ovunque, nonostante la rincorsa sia un mezzo mascherato da raggiungimento.

Errante è colui che vaga, senza percezione di un dove definito, fuggendo tra le perfezioni del cosmo e le strane consapevolezze di potersi baciar da solo.

L’azzardo consiglia di pretendere una scelta, la necessità implica quella scelta stessa, rendendo reale la più eterea speranza, quella del chiedersi: <<Chi sono?>>, sapendo già che ogni risposta sarebbe troppo tardiva nell’istante successivo al contatto tra pensiero e parola, tra certezza ed oralità, tra sincerità e sincerità, tra coerenza e trasformazione.

In un Nessuno possono celarsi più Iscariota,

ed allora perché

chi si considera un Qualcuno non azzarda

a tradirsi per rinascere?

A nulla serve la Bellezza se essa si sottrae al dovere di vendere la pelle a caro prezzo, acconsentendo a barattarla per qualche spicciolo di diritto poetico.

Allora tanto vale comprare l’ennesima realtà al mercatino dell’usato, pretendendo però che essa porti ancora addosso un’etichetta già firmata da qualcun altro.

[Garçon, vorrei ordinare un calice d’inchiostro

ed un cuore al sangue per sfamare questo fottutissimo ego].

portrait

Egli non giunge,

zoppicante divoratore di romantiche distese,

adagiando ogni impronta sul velo della cecità

fin dove l’occhio permea il lusso della realtà:

scarabocchiata, l’immagine

nell’idea di una qualsivoglia fuga,

incentivata, nel movente

la giustificazione d’ogni abbandono:

Egli prosegue,

nel durante dell’inibizione metropolitana,

confondendo bisogno con opera di misericordia

dimenticandosi che il bere è vizio antico di un clochard:

dedito alla volontà di sbiadire

per non incappare nel rischio di morire a breve,

vestito di stracci,

figlio strabico della madre menzogna,

erra, declamando versi, trascinando gli arti della luna

per poi cadere a terra senz’alcuna dignità:

ogni giorno l’ennesima lusinga,

la totale mancanza di sincera umiltà,

tanto il sole nasconde il diritto della malinconia

riscaldando il pasto, di quell’animale a sangue freddo:

giacca perfettamente lurida, scarpe logore,

un libro soffoca nella tasca dei jeans,

una storia respira in rimembranze di sedute,

le monete cadono dagli occhi, le chiavi aprono gli specchi,

mentre la devozione è concessa alla bellezza

distesa sull’altare dell’infinita attesa

e tra le fiamme l’orizzonte si intravede

solo se lo sguardo concede spazio alla propria firma:

in ogni istante il luogo si disperde

tralasciando gli indizi abbandonati dalle unghie,

come se il caldo ventre d’apparenza

fosse ristoro per l’eco del cinismo:

giungerà fin lì, nell’estetica ideale della decadenza

ove ci si maschera per divorare tutto

fino a vomitare vuoto e riempirsi di silenzi,

dimorerà lì dentro, nell’eleganza estrema della verginità

ove ci si traveste per fingersi pentiti

e l’isterico di turno è l’emblema del buon gusto:

quanto ancora dovrà evadere

prima di iscriversi all’albo dei Maestri?

da dove nascerà il sol dell’avvenire

se un occhio è di vetro e l’altro già dormiente?

ecco che appare, nel disincanto

l’Eremita che soffoca nei sogni:

le sue labbra sembrano d’avorio, le sue zanne sporche di saliva,

eppure, nel suo ventre, tutti s’intendono a vicenda:

Lui e l’Altro, Egli e Nessuno:

Padre, Figlio: trema: nella paura di sentirsi prigioniero

messo sotto scacco dalla casualità delle sue azioni,

quasi ogni sua mossa fosse l’intima speranza

d’essere ignorato dalle proprie impronte,

ma non sempre il servo comprenderà l’imposizione

d’esser schiavizzato dal padrone che c’è in lui:

per quanto ancora il tempo si maschererà da attesa

di un qualcosa che il passato trasformerà in pretesa?

Valentine, ballerà una polka col re dei miserabili

per poi gustare il pasto concesso ai perdenti,

acconsentendo a non chiedersi perdono

assecondando le richieste di aiuto:

per quanto ancora continuerà a perdersi

                ritrovandosi ogni volta sotto l’ombra di quel salice?

dove troverà gli abiti adatti

                per andare al party organizzato dagli angeli caduti?

lontano da occhi indiscreti, adagiandosi sul manto di un pittoresco pathos,

Egli sorseggia il suo the, dal palmo della mano che nasconde lo specchio:

c’è la linea che si spezza e l’altra che prosegue,

l’asso che scompare mentre il jolly lo insegue,

ma il futuro si nasconde nella storia tramandata

luogo etereo in cui ogni Tale può sentirsi Profeta:

Valentine si cela tra il progredire e l’arrestare:

al giorno l’elemosina, al buio il diritto del sognare:

cosicché potrà essere, senza divenire,

cosicché potrà succedere, di perdersi di nuovo:

Valentine osserva, su quel palmo

per scrutare

una qualche devozione da poter contrabbandare,

mentre la voce, assente, affoga in una pozza d’assenzio

mentre il silenzio zoppica, per venire incontro alla preghiera:

Egli sarà eco, nutrendo la colpevolezza,

e la pace il suo fardello, da dover tenere a bada:

Chi mi darà,

di nuovo,

un qualche cosa in cui sperare?

di Chi sarà quel,

nuovo,

cuore a cui mentire?

Valentine: in nome, il riflesso, in dejavù…

l’azzardo di ogni baro

nel ventre vergine della vigliaccheria

quando, nel proseguir di notte,

tutto si ferma,

ma niente scompare…

[ora sapete Chi sarà il donatore

                a cui elemosinare un pò d’avvenire:

ora saprà Chi liberare

                scambiando uno schiavo con un carceriere].

a cura di Leonardo Selvetti

* Foto di Lee Jeffries
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Per non dimenticare: «Meditate che questo è stato».

Mostra Chagall il mondo sottosopraQueste mie parole vogliono essere solo un monito, un appello a mantenere viva la memoria, a ricordare quella che è stata una delle maggiori ferite del Novecento: il genocidio di ebrei, zingari, oppositori politici, omosessuali, disabili da parte della macchina infernale nazifascista. Il mio proposito è solo quello di ricordare, di onorare la memoria di tutti quei sommersi e salvati che hanno subito le vessazioni dei nazisti, di ridare un volto a quelle vittime impotenti, sole, abbandonate dal mondo cieco, orbo così da non vanificare quello che è stato e da contrastare quella logica infernale dell’abbrutimento delle persone che mirava a ridurre gli uomini in cose (quasi che questo potesse giustificare le angherie, la morte, l’estrema barbarie). La mia è solo una piccola voce che vuole affermare in maniera perentoria che questo è stato e che non si può, non si deve dimenticare affinché l’ombra folle, brutale dell’antisemitismo, del razzismo non porti di nuovo all’obnubilamento delle nostre coscienze. Oggi non mi propongo, quindi, di scandagliare le motivazioni, le logiche che hanno portato all’orrore dei campi di concentramento o di fare una lista dei responsabili (che sarebbe sicuramente troppo lunga) perché tutti dovremmo sentirci un po’ colpevoli per quello che è stato, tutti dovremmo farci carico di una parte di quest’enorme fardello e combatterlo rompendo la barriera del silenzio, combatterlo con la consapevolezza e con la conoscenza.
Da vessillifera della cultura quale strumento per contrastare l’ignoranza, la chiusura mentale, l’atteggiamento solipsistico, il vaniloquio xenofobo, non posso non fare una piccola riflessione sul ruolo della cultura sia come strumento della memoria, sia come strumento contrastivo delle tecniche di disumanizzazione naziste.
Primo Levi, ad esempio, ne era ben cosciente. Il modello dantesco entra in maniera pervasiva in Se questo è un uomo. Nell’undicesimo capitolo il riferimento a Dante è esplicito, trasparente. Recitare Dante diviene una forma di sopravvivenza per non arrendersi alla perdita di dignità, obiettivo dei carnefici. La letteratura ha una funzione consolatoria, terapeutica, liberatoria. È rifugio e sollievo. Levi cerca di insegnare l’italiano a un suo compagno di sventura Jean, il Pikolo del Kommando Chimico, che lo ha scelto per andare a prendere la marmitta contenente il rancio quotidiano per tutti. Si cimenta nella spiegazione del significato e della funzione della Commedia e si trova a recitare il canto di Ulisse (canto XXVI), ma poi la memoria vacilla. Un verso però è chiaro nella sua mente: «Ma misi me per l’alto mare aperto». Avviene allora l’identificazione con il personaggio Ulisse (archetipo mitico molto usato nella letteratura dei Lager). La poesia fa da tramite tra presente e passato. Il narratore ha però urgenza di volgere alla fine del suo discorso. Capisce pienamente la terzina dantesca:

Considerate la vostra semenza
Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Levi sottolinea l’effetto che ha su di lui: «Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono» (p. 102).
I due segni distintivi dell’uomo, la virtù e la conoscenza, permettono la Mostra Chagall il mondo sottosoprariappropriazione della natura umana. Tramite la poesia il folle volo di Ulisse è compiuto . Si tratta di un messaggio condivisibile da tutti coloro che soffrono, che stanno vivendo un’esperienza liminare, tra l’umano e il disumano, tra la vita e la morte. Levi si fa novello Ulisse: come l’«orazion picciola» dell’eroe greco fu così motivante per i suoi compagni e li rese «aguti», così le parole di Levi ridonano dignità al suo compagno di viaggio. Levi vuole spiegare «qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…». Il non detto caratterizza il finale del capitolo che rimane ambiguo, ambivalente, senza risposta. Ma d’effetto è l’ultimo verso del canto che segna anche la fine del capitolo «Infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso».
L’inferno di Dante torna molto spesso nelle parole dei sopravvissuti. Proprio qualche giorno fa in un’intervista, un sopravvissuto, Alberto Sed, ha preso come punto di riferimento l’autore della Commedia. Ha detto che si può trovare d’accordo con la descrizione del Purgatorio e del Paradiso, ma non con quella dell’Inferno che è «tutta sbagliata»: l’Inferno è quello che ha vissuto lui a quindici anni.
E l’inferno non finisce nel non-luogo Lager: la devastazione vive per sempre nei sopravvissuti, destinati a essere marchiati per sempre, condannati a rivivere continuamente l’esperienza della Shoah e a raccontarla ripetutamente come il vecchio marinaio di Coleridge (The Rime of the Ancient Mariner). Pensiamo a Primo Levi che ne La Tregua racconta che dopo il ritorno continua a sognare di essere di nuovo nel Lager:

È un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. (p. 254)

E il fantasma della Shoah si impossessa degli uomini e infetta tutto, anche gli oggetti. Niente è più come prima. Una testimonianza ci viene dal fotografo di Auschwitz, Wilhelm Brasse, deportato ad Auschwitz dopo l’invasione nazista della Polonia per essersi rifiutato di giurare fedeltà a Hilter. A lui fu riservato un trattamento di riguardo (forse perché ariano) e fu incaricato di fare le foto segnaletiche agli internati. Cercò a suo modo di aiutare i prigionieri, magari dando un pezzo di pane o cercando di conservare un po’ di delicatezza e di umanità in quel mondo disumano. Dopo la fine del conflitto, durante la fuga dei nazisti rischiò la vita per cercare di conservare 40000 foto che testimoniassero la crudeltà, i crimini dei nazisti. Dopo la terribile esperienza, non riuscì più a usare la macchina fotografica perché dietro all’obiettivo non c’erano altro che le atroci immagini del Lager.

Mostra Chagall il mondo sottosopra

Voglio chiudere il mio breve discorso lanciando un’iniziativa: per il giorno della memoria leggete almeno un libro sulla Shoah per cercare di capire il nocumento arrecato a persone la cui unica “colpa” era la diversità. Oggi dovremmo invece comprendere la bellezza della diversità che è ricchezza e valore. Forse l’operazione che vi chiedo di fare è banale e non può esaurire la ricerca della piena percezione del dolore subito dalle vittime del nazismo, ma vuole essere un gesto simbolico, di rispetto verso ciò che è stato, un modo per riaccendere quelle vite soffocate dall’efferatezza umana. Sarà semplicemente un modo per affiancare le sentinelle della memoria, i militanti della memoria nel dire “mai più”.

a cura di Stefania Modano

 

Bibliografia

Primo Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 2005.

Id., La tregua, Torino, Einaudi, 1997.

Sitografia

Pacifici: quei riti macabri non ci spaventano siamo le sentinelle della memoria di Gabriele Isman.
http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/01/26/news/quei_riti_macabri_non_ci_spaventano_siamo_le_sentinelle_della_memoria-76938398/

Il fotografo di Auschwitz. Per ricordare Wilhelm Brasse.
http://www.youtube.com/user/fondazioneperlasca/videos
http://www.youtube.com/watch?v=mh3MdC4AOzg

*Immagini: Marc Chagall – Resistenza, Resurrezione, Liberazione (1937, 1948-52), Parigi, Musèe National d’Arte moderne, Centre Georges Pompidou.
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Trafitto

Con un sorriso abbozzato sulle labbra indosso lentamente la mia giacca rossa: manica destra, manica sinistra, spingo la zip verso l’alto. Infilo le mani in neri guanti di lana consumata, “In Patagonia” di Chatwin nello zaino, prendo il cellulare e faccio per uscire dalla stanza, dicendo a Francesco che rientrerò tra un’oretta al massimo. Anzi no, ci ripenso, mi giro e lascio il cellulare. Chiudo la porta senza far rumore e scendo quattro o cinque scalini di legno chiaro, un po’ logori. Pochi passi e sono su una strada di pietre e polvere che si snoda in salita fino alla sommità dell’isola. Sono a quattromila metri di quota e la mia carenza di forma fisica, unita alla stanchezza della giornata e alla scarsità di ossigeno, mi obbliga a fare ampi respiri mentre cammino a passo lento, gambe stanche e piedi sudati. Passo attraverso delle piccole abitazioni in cemento, dove si può mangiare una buona zuppa e un po’ di pollo per pochi spicci, qualche altra via devia dalla principale. Mentre salgo, una vecchia viene in direzione opposta trascinando un mulo carico di ortaggi e legna, il suo volto scuro è tornito dal sole e un’ampia gonna arcobaleno le scende lungo le gambe. Arrivo in cima, mi dirigo a sinistra oltrepassando un piccolo magazzino in costruzione. Attraverso lentamente una piccola boscaglia, dove fino a poche ora prima altre vecchie raccoglievano legna insieme a dei bambini, armati di accette, seghe e corde. Qualche minuto e sono sul punto più alto dell’Isla del Sol – lato sud, un pugno di terra emerso dalle profondità del Titicaca, il lago navigabile più alto del mondo le cui acque fanno la spola tra Perù e Bolivia. Ci sono delle pietre disposte a semicerchio, segni neri di un fuoco recente, cespugli verdastri sparsi su tutta questa brulla polverosa calotta terrosa.

Sono solo.

In piedi, rifornisco avidamente i polmoni di ossigeno, chino leggermente indietro la nuca e roteo il bacino prima e tutto il corpo poi, lentamente, su me stesso. Ovunque, questo blu che mi colpisce come una mazzata, violento e strabordante, potente, mi intrappola, il blu di questo splendido cielo di agosto riflesso in acque gelide e trasparenti. Riesco a vedere, a nord-est, le Ande boliviane, cime che superano i seimila metri coperte di ghiacchio e neve, distese immense di roccia increspata sul mantello terrestre. Un condor vola a bassa quota, lo vedo nitido, nero e imponente nella sua apertura alare, stagliarsi contro questo orizzonte primitivo; spettro di cattivi presagi credo, per un attimo, ma poi rinnego quel pensiero e mi dico ma cosa mai può succedere quassù dove tutto è blu, e bello e puro e non arrivano i pensieri ipocriti degli uomini – quassù nel regno inattacabile del silenzio più dolce che abbia mai ascoltato.

Silenzio.

Martini-2014-01-15-Trafitto

Silenzio ovunque, un pazzesco silenzio domina tutto ciò che il mio sguardo può abbracciare, uno spazio i cui limiti sono fuori dalla portata dei miei sensi, uno spazio in cui tutto respira e si muove senza far rumore.
Mi siedo a terra, masticando una manciata di foglie di coca che conservo in una tasca, mentre lesto come una volpe il sole scende ad ovest. Il rosso del tramonto è prepotente; il disco luminoso si immerge nel lago e lo fa suo in ogni sfumatura. Lo scalda, lo accudisce, prima lo violenta e poi lo culla, prima mi violenta e poi mi culla, sono stordito di fronte a quei pigmenti cosi vividi che mi proiettano in uno stato di coscienza nuovo, diverso. Sul lago si posa un manto di bianco, poi di blu scuro, non capisco più quali colori ci sono, non capisco più niente. Mi sento vivo, mi sento forte. Lancio un pensiero profondo e colmo d’amore alle persone a me care.
Fa buio in pochi minuti, e comincia a fare un freddo cane. Percorro la strada a ritroso mentre fa notte, un poco intimorito dall’oscurità. La stessa polvere, le stesse pietre, stavolta in discesa. Gli stessi scalini di legno logori. Rientrando in camera, sfilo i guanti, tolgo la mia giacca rossa: giù la zip, via la manica destra, via la manica sinistra. Francesco ha ancora la febbre alta e riposa ad occhi chiusi. Mi siedo ai piedi del letto, tolgo le scarpe e mi addormento con la testa appoggiata al muro, stanco. Mi risveglio per il torcicollo dopo un’oretta credo, mentre mi corico sbircio fuori. Le stelle e la luna danzano sulle acque del Titicaca, eleganti si scambiano sguardi d’amore, mi fanno sospirare e mi trafiggono, di nuovo, come ieri notte.

E’ bellissimo.

Che possano continuare a trafiggermi, che possano sempre trafiggerci tutti, che possano sempre trafiggervi tutti!

a cura di Michele Martini

* Fotografia scattata da Michele Martini, Isla del Sol, Agosto 2013.
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La fine della prima era

 

 

ScreenShot_CopertinaFinita

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La prima era di Italian Spring Lab è giunta a termine nel Giugno 2013, dopo quattordici mesi di attività.

Abbiamo voluto raccogliere dieci scritti in un eBook, dieci scritti che rappresentano i momenti più significativi della prima parte di vita del nostro blog indipendente. La Val Susa, il movimento Femen, le rivolte dei minatori asturiani sono solo alcuni dei temi che hanno attraversato questo spazio digitale, condite dalle riflessioni più personali e soggettive.

Vorremmo che questo spazio rimanesse ancora a disposizione di tutti. Di tutti quelli che si sentono inquieti, che hanno bisogno di confrontarsi, che hanno la necessità di capire e capirsi. Speriamo che potrete rileggere queste poche pagine con piacere, che avrete sempre la voglia di scrivere i vostri pensieri e, soprattutto, che non smetterete mai di lottare.

Oggi inizia la seconda era.

a cura di ItalianSpringLab

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