Archivio mensile:marzo 2014

“If you give me time, I will give you experience”

Immagine

 

La prima volta che ho sentito parlare del MAI (Marina Abramović Instiut) è stata leggendo una rivista patinata in cui si celebrava la partecipazione di Lady Gaga al nuovo progetto dell’artista. L’unico collegamento che al momento mi venne in mente tra le due donne furono le performance al limite del sadomasochismo dell’artista serba,  violazioni del corpo che Umberto Eco annovera negli esempi di “brutto”nella sua “Storia della bruttezza”. Non riuscivo a trovare altro aggancio che potesse avvicinarle, se non quelle pratiche shoccanti alle quali ammicca la cantante Lady Gaga per porre le proprie esibizioni il più possibile al centro della morbosa attenzione del pubblico odierno.

E invece mi sbagliavo.

Alla pagina internet del MAI, mi accoglie un video in cui il volto di Marina Abramović emerge dall’oscurità, dipinto d’oro.

Con la sua voce calda e profonda, il suo inglese dall’accento balcanico, racconta di come le sue origini risalgano alla cultura ortodossa e di come le icone,  presenti nelle chiese ortodosse, l’abbiano sempre colpita per la loro fissità.  Quelle immagini fuori dal tempo, con i loro volti imperscrutabili su sfondi d’oro, hanno fatto emergere il contrasto con l’idea del tempo contemporanea: un  elemento a cui si cerca di sfuggire deformandone in ogni modo  confini e   limiti.

Per questo motivo l’artista ha cercato di creare nel suo istituto un luogo fuori dal tempo, dove per contratto ci si impegni ad affrontare un viaggio interiore. Fa quasi tenerezza la necessità di un contratto per affrontare il silenzio e la solitudine con il proprio io. Penso tuttavia che sia segno dei tempi la necessità di un pur simbolico patto vincolante, per evitare di disattendere la più piccola promessa fatta a se stessi. In un mondo in cui non si fanno più progetti a lungo termine, anche un impegno di sei ore richiede un contratto scritto.

Abramović chiede tempo e  promette esperienza: “If you give me your time, I will give you experience”, dichiara nel filmato promozionale del MAI. Le ore trascorse nel MAI rappresentano infatti un’esperienza edificante che porterà in futuro vivere più intensamente la performance art, indubbiamente forma d’arte difficile da apprezzare senza una formazione dello spettatore.

L’istituto si trova ad Hudson, sul fiume omonimo. Nella visita virtuale ci accompagna l’artista all’interno di quella che sembra essere una fabbrica abbandonata: non uno di quegli ex opifici ristrutturati e pieni di oggetti di design, ma un vero e proprio edificio spoglio e disadorno. Si tratta di un teatro poi diventato cinema, poi campo da tennis comunale coperto e che ora ospita l’ unico luogo al mondo in cui vengono effettuate  e si musealizzano long durational performance.

Dopo aver firmato il contratto si abbandona ogni contatto con la realtà esterna e virtuale: non è possibile portare con sé telefoni o computer di sorta e si indossano delle cuffie, in modo da potersi calare il più possibile in questa esperienza eremitica. Essendo contemporaneamente oggetto di un esperimento e ricercatori, si indossa un camice da laboratorio.

Tra le varie attività che il metodo prevede, le prime sono la camminata lenta e silenziosa, seguita dalla permanenza nella stanza in cui si deve stabilire un contatto visivo con un altro sconosciuto. Credo che in questo l’artista si sia ispirata alla performance del 2010 “The Artist is Present”: nello spoglio salone del Moma Marina Abramovic sedeva a un capo del tavolo in attesa dello sguardo di chiunque avesse deciso di sedersi di fronte a lei, sostenendolo per alcuni minuti. Se all’inizio potrebbe sembrare un’attività banale, non va affatto sottovalutata la difficoltà che lo sguardo dello sconosciuto comporta: guardando l’altro da noi intravediamo le paure insite nel non noto e l’altra persona diventa specchio delle nostre debolezze. Inoltre non va dimenticato che in questa era di superficiali contatti on- line lo sguardo dell’altro si evita il più possibile, trincerandosi dietro a schermi di ogni tipo.

Il percorso continua nella stanza in cui ci si adagia su letti sospesi in aria, ricreando la sensazione della levitazione prodotta dall’assenza di gravità. Sono previste poi diverse ore di performance di ogni genere artistico: danza, musica, visual art, ecc.

Se un ospite si dovesse addormentare, le esigenze del corpo verrebbero rispettate al massimo, al contrario di quanto avviene nella quotidianità, per cui si permetterebbe all’addormentato di esaurire il sonno per poi riprendere il percorso.

Il prezzo è democratico, 75 dollari per l’intera permanenza, in modo da dare la possibilità di partecipare al maggior numero possibile di persone. E in questo intento ho finalmente compreso quale potrebbe essere stata la valutazione di Marina Abramovi nello scegliere un personaggio pop come testimonial del suo progetto. Attraverso il coinvolgimento della cantante e di riflesso dei suoi milioni di ammiratori, Abramovic manifesta il desiderio di aprire il più possibile al pubblico un mondo attualmente chiuso in se stesso e autoreferenziale come quello dell’arte. Se riuscisse in questa ambiziosa iniziativa potrebbe dare la spinta che serve al rinnovamento sia dell’arte sia delle menti dei suoi fruitori e indirettamente del mondo odierno.

a cura di Martina Lattanzi

Sitografia:

http://www.marinaabramovicinstitute.org/mai

http://en.wikipedia.org/wiki/Marina_Abramovic

http://en.wikipedia.org/wiki/Performance_art

Bibliografia:

Storia della Bruttezza, a cura di Umberto Eco, Bompiani, 2007

Filmografia:

The Artisti s Present, regia di Matthew Akers (2012)

Fotografia:

Marina Abramović, Portrait with Flowers, 2009 Photography by Marco Anelli. © 2010 Marina Abramović.

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Manifestazione collaboratori ed esperti linguistici

la-mia-classe

Abbiamo una storia da raccontarvi. Avete voglia di ascoltarla?

Avete presente Mastandrea, insegnante di italiano a stranieri nel film “La mia classe”..?   Beh, quegli insegnanti siamo noi! Solo che noi, a differenza di Mastandrea, siamo i più invisibili tra l’esercito di tutti gli invisibili italiani.

Siamo C.E.L.: Collaboratori ed Esperti linguistici, ma forse dovremmo dire Componenti Estremamente Logorati… siamo superspecializzati, appassionati, flessibili, multifunzionali, ma precari, sottopagati, ricattati nei contratti e nelle selezioni, un po’ impiegati, non riconosciuti professionalmente e senza futuro…   Eppure il nostro lavoro serve! Chiedetelo agli stranieri che hanno bisogno di un permesso di soggiorno, agli studenti Erasmus che vengono a dare gli esami nelle università italiane, ai dottorandi arabi, ai cinesi del progetto Marco Polo (un progetto di studio, finalmente, e non di lavoro nero!), a tutti quegli stranieri appassionati dell’Italia, della nostra cultura e della nostra lingua meravigliosa!

APPELLO

venerdì 7 marzo, dalle 11 alle 13, ci vediamo a Perugia, davanti a Palazzo Gallenga con striscioni e volantini per manifestare, come CEL, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico presieduta dalla Presidente della Camera Onorevole Laura Boldrini. Tutti i CEL, stabilizzati e precari, per una volta uniti, chiederanno:

1. il riconoscimento della funzione docente non amministrativa;
2. l’uscita dal precariato;
3. pari dignità professionale per una categoria che all’80% è rosa.

Sono gradite le mimose fra i partecipanti.
Abbiamo già informato gli organi di polizia dell’occupazione del suolo pubblico.

Aspettiamo copiose adesioni.

CEL Università per stranieri PG

Mamma, da grande voglio fare il fotografo

Lezione numero 1: cominciare come i grandi

 

Se avete sempre sognato di diventare famosi con la fotografia, potrebbe interessarvi sapere come hanno iniziato a fotografare quelli che famosi lo sono diventati per davvero.

Charles Clyde Ebbets (1905 – 1978, Americano) comprò la sua prima macchina fotografica a soli 8 anni, addebitandola al conto della madre alla farmacia locale (Gadsden, Alabama).

 

Lunch atop a skyscraper (1932) – RCA Building, New York City
© Charles C.  Ebbets

New York Construction Workers Lunching on a Crossbeam

 

Yousuf Karsh (1908 – 2002, Armeno-Canadese), originario dell’Impero Ottomano, all’età di 16 anni venne spedito dai genitori a vivere in Canada da uno zio che di professione faceva il fotografo. Lo zio, tale George Nakash, dopo aver visto il potenziale del nipote, lo mandò a lavorare come apprendista da un fotografo ritrattista di Boston per 4 anni. 13 anni dopo Yousuf Karsh scattò quello che sarebbe diventato il più famoso ritratto di Winston Churchill.

 

Portrait of Winston Churchill (1941) – Cover of Life magazine
© Yousuf Karsh

2. Yousuf Karsh -Winston Churchill

 

Ansel Adams (1902 – 1984, Americano) a 14 anni ricevette in regalo dal padre una delle prime macchina fotografiche low-cost, una Kodak “Brownie”, durante la visita del parco Yosemite. Adams scrisse di quella prima vista della valle del Yosemite: “C’era luce ovunque… Una nuova era iniziò per me”.

Canyon de Chelly (1941) – Arizona
© Ansel Adams

3. Ansel Adams - Canyon de Chelly

Nick Brandt (nato nel 1966, Inglese) dopo il suo viaggio in Tanzania del 1995 per girare il video musicale della canzone “Earth Song” di Michael Jackson, decise di esprimersi con la fotografia, ritenendola più adatta per trasmettere le emozioni dei grandi mammiferi del Serengeti.

 

Elephant Skull (2010) – Amboseli
© Nick Brandt

4. Nick Brandt - Elephant Skull

 

Henri-Cartier Bresson (1908 – 2004, Francese), già pittore surrealista, guardando uno scatto dell’ungherese Martin Munkacsi, prese la decisione di dedicarsi completamente alla fotografia. “Improvvisamente compresi come una fotografia può fissare l’eternità in un istante”.

 

© Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

5. Henri Cartier-Bresson - Squares

Robert Doisneau (1912-1994, Francese) in gioventù studiò litografia (ovvero una tecnica di riproduzione meccanica delle immagini). Iniziò a fotografare a 16 anni. La timidezza inizialmente lo portò a preferire soggetti statici (sassi e ciottoli) alle persone.

 

Bacio davanti all’hotel De Ville (1950)
© Robert Doisneau

34doisneau.tif

Cecil Beaton (1904 – 1980, Inglese) ricevette le prime lezioni di fotografia e di sviluppo delle pellicole dalla sua balia. Era molto abile poi a convincere la madre e le sorelle a posare per lui, e abitualmente mandava sotto pseudonimo queste foto alle più famose riviste di Londra, raccomandando di fatto il proprio lavoro.

Audrey Hepburn – Breakfast at Tiffany’s
© Cecil Beaton

7. Cecil Beaton - Audrey Hepburn

Bert Stern (1929 – 2013, Americano) imparò a sviluppare fotografie ed iniziò a scattarne lavorando per una rivista di New York. Nel 1951 si arruolò nell’esercito Americano, dove venne assegnato al dipartimento di fotografia.

 

Marilyn Monroe: The Complete Last Sitting
© Bert Stern

8. Bert Stern - Marylin Monroe

Mathew Brady (1822 – 1896, Americano) ebbe come maestro di pittura Samuel F. B. Morse (sì, proprio quello del famoso codice Morse), il quale nel 1839 conobbe in Francia Louis Jacques Daguerre. Entusiasta dell’invenzione del dagherrotipo, iniziò a studiare fotografia ed aprì uno studio a New York nel 1844.

 

U.S. President Abraham Lincoln (1862)
© Mathew Brady

9. Mathew Brady - US President Abraham Lincoln

 

Ferdinando Scianna (nato nel 1943, Italiano) sognava di diventare fotografo fin da bambino e lo confessò a padre Baldassarre che gli chiese “E che mestiere è?”

 

Pineddu (1962) – Bagheria
© Ferdinando Scianna

10. Ferdinando Scianna - Pineddu

 

Elliot Erwitt (nato nel 1928, Francese) da ragazzino visse, oltre che a Milano e Parigi, anche ad Hollywood, dove sviluppò il suo interesse per la fotografia. A 20 anni si trasferì a New York dove frequentò lezioni di cinema all’università New School in cambio di lavori di pulizia.

USA. East Hampton, New York. (1983)
© Elliot Erwitt

11. Elliott Erwitt - USA. East Hampton, New York

Quale sarà la vostra prossima mossa? Vi farete regalare una Kodak Brownie? Partirete per un viaggio alla ricerca della rivelazione sul progetto fotografico da intraprendere?

Oppure siete tra quelli con la passione innata, che già in tenera età si dilettavano girando le ghiere degli obiettivi di macchine fotografiche prese in prestito dalle maestre d’asilo? (E ora vi state chiedendo perchè non siete ancora nella hall of fame dell’istantanea :D)

Va bene, lo ammetto, questo è stato più che altro un pretesto per mettere in fila alcuni tra i più grandi fotografi. Iniziando a studiare un po’ di storia della fotografia sono rimasto colpito fin da subito da alcuni di questi celebri inizi.

A volte alla base c’è una volontà ben definita di comunicare un messaggio chiaro, e l’aver individuato nella fotografia il mezzo perfetto per farlo. Che sia la bellezza di un paesaggio o la lenta scomparsa dei grandi mammiferi in libertà, o anche soltanto il desiderio di raccontare l’ambiente in cui si vive nella propria quotidianità.

Altre volte sembra essere la curiosità per lo strumento stesso. Si pensi a quando la macchina fotografica, una scatoletta in grado di filtrare la realtà tramite la lente, l’inquadratura e la scelta dell’istante dello scatto, rappresentava qualcosa di incredibilmente innovativo e di per sè interessante.

Voi come avete iniziato?

a cura di Paolo Fornaseri

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