Archivi categoria: Il saio del ciarlatano

Valentine

“Tanto è inutile guardare l’orizzonte

quando la rosa dei venti è la risposta che non soffia,

meglio disertare l’appuntamento con il vago

e rubare una bussola dal portafogli del Fato”

Guardandosi intorno, quasi a tentar di scrutare utili informazioni per comprendere ciò che si cela dentro, ma non basta osservare gli eventi per riassumere la storia che scorre nel silenzio, come bobina infinita di una biografia ancora da scrivere.

A nulla serve divenire critici se poi ci si dedica al gossip che l’umano concede attraverso la sua superficiale velleità.

Occorre il coraggio di abiurare ogni aspettativa incatenata nel certo, ogni sicurezza che si trasforma in prigione, ogni luogo comune portatore sano di omologazione.

Andare alla ricerca di un altro sé

fino a perdersi tra le proprie impronte,

fino a perdersi nel proprio riflesso.

Ovunque, oltre uno specchio magico in cui Alice finge d’esser bianconiglio.

Ovunque, laddove c’è abbastanza coraggio per esser consci del rischio.

Ovunque, nonostante la rincorsa sia un mezzo mascherato da raggiungimento.

Errante è colui che vaga, senza percezione di un dove definito, fuggendo tra le perfezioni del cosmo e le strane consapevolezze di potersi baciar da solo.

L’azzardo consiglia di pretendere una scelta, la necessità implica quella scelta stessa, rendendo reale la più eterea speranza, quella del chiedersi: <<Chi sono?>>, sapendo già che ogni risposta sarebbe troppo tardiva nell’istante successivo al contatto tra pensiero e parola, tra certezza ed oralità, tra sincerità e sincerità, tra coerenza e trasformazione.

In un Nessuno possono celarsi più Iscariota,

ed allora perché

chi si considera un Qualcuno non azzarda

a tradirsi per rinascere?

A nulla serve la Bellezza se essa si sottrae al dovere di vendere la pelle a caro prezzo, acconsentendo a barattarla per qualche spicciolo di diritto poetico.

Allora tanto vale comprare l’ennesima realtà al mercatino dell’usato, pretendendo però che essa porti ancora addosso un’etichetta già firmata da qualcun altro.

[Garçon, vorrei ordinare un calice d’inchiostro

ed un cuore al sangue per sfamare questo fottutissimo ego].

portrait

Egli non giunge,

zoppicante divoratore di romantiche distese,

adagiando ogni impronta sul velo della cecità

fin dove l’occhio permea il lusso della realtà:

scarabocchiata, l’immagine

nell’idea di una qualsivoglia fuga,

incentivata, nel movente

la giustificazione d’ogni abbandono:

Egli prosegue,

nel durante dell’inibizione metropolitana,

confondendo bisogno con opera di misericordia

dimenticandosi che il bere è vizio antico di un clochard:

dedito alla volontà di sbiadire

per non incappare nel rischio di morire a breve,

vestito di stracci,

figlio strabico della madre menzogna,

erra, declamando versi, trascinando gli arti della luna

per poi cadere a terra senz’alcuna dignità:

ogni giorno l’ennesima lusinga,

la totale mancanza di sincera umiltà,

tanto il sole nasconde il diritto della malinconia

riscaldando il pasto, di quell’animale a sangue freddo:

giacca perfettamente lurida, scarpe logore,

un libro soffoca nella tasca dei jeans,

una storia respira in rimembranze di sedute,

le monete cadono dagli occhi, le chiavi aprono gli specchi,

mentre la devozione è concessa alla bellezza

distesa sull’altare dell’infinita attesa

e tra le fiamme l’orizzonte si intravede

solo se lo sguardo concede spazio alla propria firma:

in ogni istante il luogo si disperde

tralasciando gli indizi abbandonati dalle unghie,

come se il caldo ventre d’apparenza

fosse ristoro per l’eco del cinismo:

giungerà fin lì, nell’estetica ideale della decadenza

ove ci si maschera per divorare tutto

fino a vomitare vuoto e riempirsi di silenzi,

dimorerà lì dentro, nell’eleganza estrema della verginità

ove ci si traveste per fingersi pentiti

e l’isterico di turno è l’emblema del buon gusto:

quanto ancora dovrà evadere

prima di iscriversi all’albo dei Maestri?

da dove nascerà il sol dell’avvenire

se un occhio è di vetro e l’altro già dormiente?

ecco che appare, nel disincanto

l’Eremita che soffoca nei sogni:

le sue labbra sembrano d’avorio, le sue zanne sporche di saliva,

eppure, nel suo ventre, tutti s’intendono a vicenda:

Lui e l’Altro, Egli e Nessuno:

Padre, Figlio: trema: nella paura di sentirsi prigioniero

messo sotto scacco dalla casualità delle sue azioni,

quasi ogni sua mossa fosse l’intima speranza

d’essere ignorato dalle proprie impronte,

ma non sempre il servo comprenderà l’imposizione

d’esser schiavizzato dal padrone che c’è in lui:

per quanto ancora il tempo si maschererà da attesa

di un qualcosa che il passato trasformerà in pretesa?

Valentine, ballerà una polka col re dei miserabili

per poi gustare il pasto concesso ai perdenti,

acconsentendo a non chiedersi perdono

assecondando le richieste di aiuto:

per quanto ancora continuerà a perdersi

                ritrovandosi ogni volta sotto l’ombra di quel salice?

dove troverà gli abiti adatti

                per andare al party organizzato dagli angeli caduti?

lontano da occhi indiscreti, adagiandosi sul manto di un pittoresco pathos,

Egli sorseggia il suo the, dal palmo della mano che nasconde lo specchio:

c’è la linea che si spezza e l’altra che prosegue,

l’asso che scompare mentre il jolly lo insegue,

ma il futuro si nasconde nella storia tramandata

luogo etereo in cui ogni Tale può sentirsi Profeta:

Valentine si cela tra il progredire e l’arrestare:

al giorno l’elemosina, al buio il diritto del sognare:

cosicché potrà essere, senza divenire,

cosicché potrà succedere, di perdersi di nuovo:

Valentine osserva, su quel palmo

per scrutare

una qualche devozione da poter contrabbandare,

mentre la voce, assente, affoga in una pozza d’assenzio

mentre il silenzio zoppica, per venire incontro alla preghiera:

Egli sarà eco, nutrendo la colpevolezza,

e la pace il suo fardello, da dover tenere a bada:

Chi mi darà,

di nuovo,

un qualche cosa in cui sperare?

di Chi sarà quel,

nuovo,

cuore a cui mentire?

Valentine: in nome, il riflesso, in dejavù…

l’azzardo di ogni baro

nel ventre vergine della vigliaccheria

quando, nel proseguir di notte,

tutto si ferma,

ma niente scompare…

[ora sapete Chi sarà il donatore

                a cui elemosinare un pò d’avvenire:

ora saprà Chi liberare

                scambiando uno schiavo con un carceriere].

a cura di Leonardo Selvetti

* Foto di Lee Jeffries
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AL BORDELLO

Accade, a volte, che Montmartre sia soltanto un luogo, inaspettato e mai concesso al reale. Un luogo come mille altri, un luogo che non concede direzioni nella geografia. Montmatre, come Christiania, come un suono che disperde impronte lungo il tragitto da percorrere. Città che disorientano insegne, strade sporche di vernice in cui bambini si puliscono nei tombini, metropolitane direzionate nel nulla più assoluto.
Accade, a volte, che un luogo sia soltanto un sogno, una fugace fantasia che utilizza la paura per pretendere realtà, mentre i risvegli vanno a dormire quando l’altra faccia della luna è soltanto una luminosa insegna al neon con suscritto: “Who killed Bambi?”. Non sempre le porte posseggono serrature, ma le chiavi tentano comunque di girare, spesso a vuoto, nell’aria, portate al collo come cappi, infilate nelle tasche, abbandonate nell’ovunque di una qualsivoglia prospettiva notturna.
La nudità è blasfema, nel momento in cui il peccato domina sulla bellezza.
La nudità è preghiera, nel momento in cui Dio possiede la lussuria.

“Ricordo ancora il solido profumo dell’inchiostro,
quell’odore di polvere da sparo che mi usciva dal naso”

La nudità è quel luogo circondato dalla bruma dell’enigma, quel volto celato dietro la maschera dell’eventualità, l’unica maschera indossabile da Chi accetta il rischio dell’intimità.
Desolation Row come la Parigi della Bella Epoque, come la Venezia passatista col suo Ponte degli Scalzi, come la Zurigo del Cabaret Voltaire.
Desolation Row come ogni stronzissimo istante in cui essere in un luogo equivale a fuggire, come ogni stronzissimo istante in cui la fuga non concede raggiungimento alcuno, come stronzissimo istante in cui non esiste nessuna geografia adatta per tracciare la linea immaginaria che collega sguardo al proprio riflesso o forma al proprio corpo.
Accade, a volte, di ritrovarsi spettatori in un Bordello pieno di figure e figuranti, in cui l’applauso non serve per placare gli animi, ma per liberare animali dalla propria educazione di raziocinanti umani.
Accade, a volte, che perdersi nella propria vertigine sia il sintomo di una rara malattia denominata: Libertà.
Accade, a volte, che una parola resti solo una parola, magari incollata al luogo del tempo.
Accade, a volte, che una parola resti solo una parola, magari incollata al tempo del luogo.
Accade, a volte, che non esistano divieti, che non sussista prigionia in moralità.
Nell’Eventualità che la bellezza sia il rimedio a sé stessa, la pelle d’oca diverrà nuova muta: la Nudità, musa, pretenderà posto in platea.

[sarà stato forse il pudore del reale ad aver ucciso Bambi?
a mio parere non è stato di certo il potere del sognare ad uccidere quel cazzo di capriolo]

“TEATRI VUOTI E INUTILI POTREBBERO AFFOLLARSI SE TU TI PROPONESSI DI RECITARE TE” [CCCP]

pazienza

C’è posto per i diavoli perfino in paradiso:
impudico bordello
in cui chi presenzia è colui
che
nell’assenza cela rifugio:
luogo geometrico su pianta instabile,
notte allegorica di candele al neon,
pavimento che abbraccia soffitto,
pareti che ballano scalze,
profumo di meraviglia, di maleodorante sudore:
una festa a tema, intima,
nella quale ad ogni invito
corrisponde sguardo perso,
altrove:
una descrizione analitica, ingannevole
se il barare è pretendere emozione:
Non-luogo sfida Non-tempo,
organizzando l’arena
tra voci distorte,
suoni di vetro
e pubblico in sbronza: triumvirato
da spiriti in silenzio,
threesome
di corpi deliranti:
angeliche figure dalla pelle scura
fatte di materia apparentemente organica
si dimenano sul palco
con moti ondulatori:
se cadranno finiranno nel limbo,
altrimenti un dizionario li cullerà per l’eterno:
nessuna filosofia nella foresta incantata,
oltre di quella c’è il teatro-quotidiano:
Chi attraverserà andrà incontro al risveglio,
Chi rimarrà rischierà l’illusione:
eppure, Chiunque, avrà cuore da curare
cosicché la mente non potrà mentire nell’osare:
Chiunque,
eppure,
avrà giusto ruolo,
senza mendicare attesa
pur di dar vita alla prova generale,
senza elemosinare tempo
pur di udire l’applauso finale:
ogni comparsa scompare
quando pretende protagonismo,
come nel reale fotografato-a-pennello:
dentro al bordello si continua a danzare,
nudi corpi di Vergini-scure,
duri corpi su cui il colore vorrebbe scivolare,
calici alzati al di sopra degli sguardi
quasi a condividere la sbornia con un Dio-bevitore,
ma astemio è il suono nella melodia
quando al nudo corrisponde la pornografia,
ubriaco è il lamento nell’armonia
quando al sarto è commissionato erotismo:
un’immensa figura dalle minime proporzioni
osserva, nel limbo,
gli inesistenti-istanti di animali-musicanti
mai dimenticando che non c’è tempo per il tempo,
né luogo in quel luogo,
è soltanto un punto di ritrovo
per insozzate anime
residenti
ove l’attimo è più fuggente del fiato trattenuto:
ironiche, smodate,
irriverenti nella loro stessa provocazione,
un tripudio di genio
in un’orgia di personaggi contenuti in un corpo solo:
Toulouse-Lautrec, fuggito da Montmartre,
tace, in quel piacere, di voluttà:
corpi massacrano corpi,
odori prendono parte alla mostruosità,
legno diviene sangue-saliva,
venature al posto delle vene,
pagliacci articolati con liquide movenze,
Donnacce con pene e squallidi Evirati,
ormoni calpestano colori verticali
tra pennellate di ciglia in plastilina
e bulbi accecati dal riflesso dell’eyeliner:
prosegue senza sosta il carteggio-umano:
esce un due di picche al barbiere di Siviglia,
l’ubriaco in fondo-stanza sputa fuori Jolly-manica,
un bambino di nome Alice ha un cappello troppo grande
perde la testa ancora prima di tagliarla,
boia fanno il giro-tondo
sulle note sgualcite di domande rimandate,
un Baro, finto Principe-ghirlanda,
accusato di non avere sangue rosso,
mentre specchi infranti diventano perfetti
dopo aver testato di non saper precipitare:
Iscariota bacia tutti
come Monello alla ricerca di un donatore-d’organi,
flagellando labbra con labbra
tranne a Colui che dona al bacio vile-lucro,
calunniandolo per non aver peccato,
imputandolo di non aver puntato:
“Sei solo trenta denari che camminano,
soltanto questo,
ma la storia non vorrà accettarlo”:
retrattili rumori incitano violenza,
arti umani deformati in strumenti,
continua la festa fino all’avvenire
quel giorno che nessuno conoscerà da mortale:
sulla tavolozza scompaiono figure,
le ombre si apprestano a pretendere il comando,
finestre chiuse dal fuori,
porte sigillate dal dentro:
il cielo appare prospettico
come affresco del Michelangelo sadomaso,
non basterebbero Eremiti giunti da Sodoma
a spiegare che è la solitudine a crear Mefistofele,
tutti si bagnano nel fiume Giordano
tranne l’Amleto con il teschio in mano:
perdigiorno trasformati in randagi
gustano alibi come privilegi,
perdinotte trasformati in miraggi
scolano enigmi come dono di Magi:
in fondo al calice l’asso di Fiori,
sotto al salice l’asso di Quadri,
ma, nel quadro, l’unico fiore è l’oleandro
e corpi si strusceranno ad esso
per privarlo del veleno,
eppure lingue cominceranno a dialogare
finendo a letto, nel manicomio-generale:
ora, nudi, saranno anche i vestiti,
mentre il Sarto comporrà la melodia del Barbiere
e quest’ultimo finirà di prender le misure:
Baro nella bara fingerà d’esser morto,
come il Mare più profondo
in una terra di pii-peccatori:
perfino agli spettatori spetterà posto in platea,
ma gli allori non basteranno
a dare ruolo al disincanto:
piogge cadranno, venti nasceranno,
l’atmosfera sarà delirio di pura Onnipotenza:
tutti saranno presenti nell’assenza,
tutti saranno assenti quando si condannerà la presenza:
l’omertà avrà il compito del risveglio
accusando gli elemosinanti per un posto in paradiso,
ma i disperati giunti nel limbo
continueranno a dar speranza a Miserabili-Hugo:
finché nel mazzo resteranno carte,
fin quando marzo non avrà mese:
al tempo l’enigma della geografia,
al luogo l’arcano della geometria:
ci sarà posto per Diavoli derubati del divino,
spazio stretto a commedianti
che sorseggiano buon vino:
al bordello non c’è ingresso né inganno,
tutto accade,
come accade il silenzio:
attimo di fuga senza carceriere,
infinito concluso prima d’iniziare:
casuale sarà destino,
destinata a fingere la casualità:
al bordello non c’è uscita né inganno,
tutto accade,
quando echeggia nel silenzio…

[ispido iconoclasta
fingerà, nella forma, di possedere evidenza]

[avida ambizione
condannerà, all’ombra, la negligenza]

vorace giungerà,
salmodiando,
il figlio, perseguitato,
dal disinganno…

tutto resterà, incollato al vizio,
come trasgressione
che non produce scandalo.

di Leonardo Selvetti

*immagine di Andrea Pazienza
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Nel traffico

Come mancasse contatto con una realtà conosciuta. Svegliarsi circondato da occhi che non riconosci nel tuo sguardo e domandarsi se lo zombie abbia un neo sul volto (o sia solamente inutile dettaglio). Domandarsi Chi sia riflesso nello specchio (o Chi circondi tutto il resto).  Un dubbio, una Sindone-Umana, un’impronta che cela la comprensione di un caotico proseguire. Senza poter tirar somme che non siano vili-freddure. Come assurdo conteggio alla rovescia. Semafori con ciglia che sembrano spenti, incroci con borse a tracolla, marciapiedi che parlano (troppo, per il risveglio), boutique che sfoggiano l’estetica fine a sé stessa cercando nell’imbarazzo un tono di presunzione. Un’assurdo Resident-Evil in cui lo scopo è non farsi contagiare, spesso errando nel tentare d’infettare gli altri. Come giochi di specchi che si scrutano vicendevolmente. Un invito al massacro da offrire al miglior offerente: ai postumi l’ardua sentenza, ai posteri il cinismo spietato. In fondo, però, è semplicemente traffico. E Tu ne fai parte. Anche se il giorno nasce stanco e la fuga ha  sempre il sapore dello sporco notturno, quello che si attacca alle vesti che smetti di indossare. Almeno per qualche ora. Stanco del copione, della scena, della scenografia. Stanco di ogni stronza comparsa che pretende di capire chi cazzo Sei. Sconosciuti creano realtà distanti. Sconosciuti elemosinano sguardi. Sconosciuti addobbano silenzi stantii.  Forse, basterebbe poco per creare contatto: nel visibile c’è sempre un quotidiano, anche se di norma è solo accettazione.

[nel dettaglio si nasconde un po’ tutto].

“Ti pensavo in un’isola greca

a dipingere marine assolate prive di figure umane

invece sei ancora lì,

fuori da una cabina telefonica

in attesa che qualcuno declami un tuo verso a squarciagola

mentre il mondo va in fiamme”

[MassimoVolume]

Carnival

Occhi retrovisori riflettono nuche
di vari Ugolino appena usciti da saloni di bellezza,
l’alba è nata presto, il giorno morto – ancora,
riempiti i bar da individui che andranno
a guadagnar da vivere con ciò che non sanno fare
finendo per desiderare un pò di pane
e due gocce d’aceto
per sciogliere la rabbia incollata sotto-lingua:
nel traffico schiamazzi generano rimorsi
includendo nei dialoghi bestemmie
e qualcos’altro: dieci comandamenti, sette peccati,
quattro Ave Maria ed una boccetta nel taschino,
ma il Chimico è fuggito, così come la Guida,
De Andrè contro Alighieri
finisce in Storia con pareggio:
tutti a cercare parcheggio per bozzoli
così da poter fingere d’essere farfalle,
[farfalle parcheggiate
nell’attesa di un volo]:
“Un miraggio corretto e l’unicorno alla crema,
grazie!”: preso l’ordine
verrà disperso il caos, tra tavoli vuoti
e banconi in fila umana,
ma ciò non toglie bellezza alla mattina,
dopo l’incubo il risveglio
può sugellare una speranza: anche se la musica è spenta
ci saranno idioti che balleranno in strada
ignorando poeti russi,
ma ricordando la lussuria che quieta a fine-notte:
nel traffico c’è sempre Chi si ferma a sorpassare
evadendo la Rincorsa
per non tradire meschinamente
la promessa fatta al Raggiungimento: è presto,
nel lasso che intercorre tra risveglio e pasto,
eppure ogni zona pedonale è già piena d’impronte
e lungo marciapiedi
scomparsi i segni di ciò che si nasconde
dietro abiti che non lasciano spazio alla menzogna,
neri, come Venere in pelliccia,
scuri,
come Chi venera lo sporco che si nutre di sé:
giunge lo storpio ad invadere il campo di battaglia
e la schiera di dannati che si porta dietro
è composta dai bambini che zoppicano
imparando dallo Zoppo a camminare meglio:
“Nella borsa porto sempre un libro ed un ombrello,
del primo ne necessito quando il cielo è triste,
il secondo lo utilizzo
quando il silenzio è troppo forte”, così parve indignato,
ma nell’accusa non c’è menzione a follia,
tutto continua il suo percorso,
nel traffico in cui restare imbottigliati: fondo di bottiglia,
residuo di caffè:
il Profeta parcheggia le sue vesti di cera
lontane dal buio, per ritrovarle la sera, quando esce di prigione
sempre, alla stessa ora
gridando oltre il muro del suono: “Icaro fu un idiota,
continuò a voler toccare il sole,
ma non si possono parcheggiare illusioni,
il posto concesso agli handicappati
è solamente per Chi ha residenza a Desiderio,
avrebbe dovuto fare come Me, che sciocco,
non capì che è meglio entrare ed uscire dalle sbarre
della consolazione
piuttosto che cercare ristoro
in un angolo di luce in cui nemmeno Roc
(uccello leggendario mangiatore d’elefanti)
avrebbe mai potuto elemosinare una speranza”: il rintocco,
quasi Mezzogiorno:
tutti pronti a continuare l’opera ben cominciata,
mentre agli incroci
Lavavetri si stupiscono
di quanti sguardi
ignorano miserabilmente la propria sporcizia
preferendo risparmiare in pulizia
piuttosto che restare senza una moneta, indispensabile
quando, nel traffico,
c’è un Mefistofele che vende orologi low-cost:
“Non dimenticatevi dell’unica cosa che può farvi volare,
non ascoltate chi al buio preferisce il sole,
le lancette continuano inesorabilmente a muoversi,
restate immobili: il Tempo
basta fissarlo per un attimo appena…”

[un attimo appena per rimanerne accecati,
mentre sosta, l’Inerzia, in divieto di Vita:
la Zingara-Beat, i Poeti di strada,
agli angoli
a chiedersi:
“Cos’è che è iniziato?”].

di Leonardo Selvetti

FILANTROPO NEL LIMBO, NUDO

Delle volte si va avanti per inerzia, anche se l’inerzia è Essa stessa un alibi di redenzione da un qualche istinto, o vizio. Paura, forse. Sciacalli ammaestrati comandano il da farsi, impongono regole, Imperatori senza regno decidono che è giusto il giusto e sbagliato lo sbagliato. La quotidianità come coito, la pretesa di farne parte, l’illusoria speranza di fuggire via nell’ovunque delle vicissitudini.

Carpe-Diem come Indie, altre ancora, troppe. Parole.

Non basta decidere il cosa fare per realizzare l’obiettivo (senza poi prefissarsi alcun raggiungimento-viaggio a mo’ di spartiacque nel continuo-ininterrotto del “giorno-dopo-l’altro”). De Gregori scrisse in un testo: “I matti non hanno il cuore, o se ce l’hanno è sprecato”, forse aveva ragione. Forse solamente i savi hanno un luogo razionale in cui immagazzinare attimi. I matti fuggono dagli attimi ed è proprio questo loro fuggire che li rende Egli stessi Attimi, pressoché l’elitaria enfasi dell’emozione (nell’emozione) più intima.

“fuggì ancor prima di direzionare piedi o gambe”

Abbandonarsi nell’incertezza del “mentre” invece di privarsi dell’ebbrezza dell’errore. La clessidra finge di imprigionare il tempo. Le sveglie mentono quando fanno aprire gli occhi. Fottutissima voglia di conoscere la fine ancor prima della conclusione.

Uno stronzo un giorno disse: “Il raggiungimento è l’utilità minima”.
Bah.
Uno stronzo, forse.

[fanculoalresto,tantoc’èun’altrabirrainfrigo].

Vestiti sempre adatti per feste da assente
ingorate
pur d’avere ansia d’infinito
da tramutare in compagnia di un quadernino bianco:
pagine su pagine di scritti incomprensibili
considerati un valico
per l’evasione dal reale:
nudo a girovagare per la circonvallazione,
raccolto più volte
sul ciglio della strada,
come si dimenticasse di sé
nessuno comprendeva, una specie di cancellazione
prima di una narcolettica nottata
in cui strade erano deserte
e deserto finiva per essere cemento, armato,
penna calibro anima
nel taschino del doppio-petto lucidato:
fermando passanti troppo veloci,
rendendo al tempo la dovuta lentezza:
attimo per attimo ad escogitare giusto modo
di rallentare nel delirio
un ricordo già sfumato:
dopo il giorno, il giorno dopo,
incomprensibili effusioni-dislessiche
in cui nomi-propri prendevano parte all’orgia,
insieme a scarabocchi
e schizzi-gocce di bevute-asciutte:

“Titus Andronicus, letto in riva al mare,
ma il sole sciolse copertina
e dentro maschera di cera
c’era il volto scuro della Donna di Caligola…”

sempre pronto a saziare l’invisibile condanna
dentro-composta, fuori-esposta,
travasando in immagini orribili pensieri
e divulgando teorie
sulla vendetta tardiva dei figli di Golia,
tutto questo pur di restare in tema
con quella visionaria capacità
di stringere legami nel quotidian-dilemma:
distratto perdeva monete,
chinato a raccogliere briciole di azzimo pane,
canticchiando filastrocche
e fantasticando sulla cruenta morte
del Ciglio Nero mentre intonava pezzo-blues:

“Davide fratello di Sade, conobbi Lui
quando era ancora fragile ragazzo,
ora in clandestinità ammaestrato
divenuto eroe senza mai volerlo…”

sembra assurdo pensare di fallire
quando la sfida è vittoria certa,
ma firmare patti col Demonio
non rende l’anima un valore,
Egli lo sapeva bene,
continuando ad esclamare nel silenzio
come tifoseria
da stadio-pieno di vizi al neon:
strade raggiunte nel dimenticarle,
orme calpestate senza riconoscerle,
ovunque, come Bello-e-Dannato
devoto protagonista
di una mente trasandata:
distratto per finzione,
ma sguardi pieni in occhi vuoti
possono accecare
anche colui che mani-in-volto
preferisce non guardare,
distratto per fingere attenzione,
mentre passanti scorrono
sui marciapiedi-sorpasso
privi di corsia d’emergenza:

“ricordo che il suo nome era Esmeralda,
ma un curvo-individuo le stava sempre dietro,
ecco il motivo per cui nella pietra
resta ancora impressa qualche foto di turista…”

fan di un Tale pazzo-esteta,
t-shirt nera sempre addosso, nella firma – solo Syd,
la camicia mai di forza:
l’autobiografia di un Filantropo nudo
fu scritta nel primo giorno dell’avvenire,
nella trama da profeta
c’era voglia d’immortale:
mentì, quando disse di essere l’autore
di una canzone in cui luce era fuoco,
ma rimase un testo nella testa,
forse quella luce finì per bruciare le gesta
di un soggetto privilegiato
venuto al mondo in veste d’estasi:

“perse un giorno la ragione
nel coito-interrotto della quotidianità:
cavandosi entrambi gli occhi
(credendo di avere due diamanti),
ma il sangue non rassicurò l’azione
espandendo la violenza
di quell’assurda predisposizione alla vanità:
in quanto suddito e non Re,
in quanto uomo e non tragedia:

[il non vedere gli diede tempo per capire
che anche senza gli arti
avrebbe potuto farsi del male]

si amputò le braccia,
si recise i polsi, dopo i piedi anche le gambe,
dopo il busto anche la testa:
si presentò così, in mezzo alla piazza
tra il farfugliare degli altri
ed il redimersi dei giorni:
condannato ad un ergastolo all’inferno:
dichiarato pazzo-osceno,
figlio ingrato
di un Pan sciolto nel calice e nel sangue

[mai fu degno d’essere perfetto
e la sua mutilazione non fu più dimenticata:
il senza-nome-senza-corpo, il disincanto dell’atrocità]

si tenne solo le ali,
ma gli fu imposto di spogliarsi d’ogni illusione,
cercò invano ogni ricordo,
ogni indizio sul perchè,
sul perché – di quell’atto così osceno
da boia-masochista

[oggi ancora attende l’ombra
che gli spieghi chi sarà
quando gli angeli ribelli inganneranno sua maestà:
France lo scrisse, Lui lo lesse,
ma confuse la realtà]

nell’avida lussuria d’ogni gelida nottata
si infilò le cuffie e si sfilò il cervello,
ma non trovò la luna indiana,
né la prima faccia, né la parte oscura:
non bastarono i Pink Floid a farlo ragionare
al risveglio-solo-freddo
in quel letto d’ospedale:
c’era vile suggestione nel soffitto con le stelle,
senza oziosa gravità o perversi desideri:
immobili, appariscenti,
punti luminosi in fondo al buio del dilemma

[un letto di petali
ed un trono di spine,
un’emicrania in fondo al battito
e dolore in ogni dove]

fuggì senza mettere mai a fuoco
quel suo stato di disintegrazione:
come in battesimo di pioggia,
fuggì ancor prima di direzionare piedi o gambe,
fuggì per bagnarsi,
per macchiarsi nel pulire altrui coscienze

[trovò una Regina degna della dignità,
ma fu ingannato da un rossetto
che sparì, all’albeggiare]

resta la lingua incompresibile,
ma non le gesta eroiche,
resta un nulla nella totalità
di un pensiero ricorrente
in bilico tra realtà e realtà…”

prima o poi al risveglio-narcolettico
troverà forse Qualcuno
che smetterà di crederlo, ormai,
un illuso in attesa di virtù:
come malato immaginario
con l’imprecazione facile
ed una bocca non degna
della purezza che c’è nell’errore…

“riuscirà, nel forse,
a leggere
una pagina mai scritta?”

[del taccuino-cenere
solo viaggio nell’ignoto limbo,
perpetua nudità
giunta nel Suo ovunque].

di Leonardo Selvetti

*Immagine liberamente tratta da http://i.ytimg.com
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ARMONIZZARE PARANOIA

“Donnie: Perché indossi quello stupido costume da coniglio?…”

Una speciale maschera decadentista di autocommiserazione può stravolgere ogni gioco delle parti. Persone affievoliscono dinnanzi al proprio fato-creato, convincendosi spesso che una celata alienazione sia un’intimità non concessa a tutti. Aspettarsi dagli altri il dono della grazia quotidiana, della felicità non apparente, dell’intima riuscita d’ogni obiettivo prefissato, aspettarsi un qualcosa, un Godot che finge di  arrivare, ma rinnega la propria esistenza. Uomini attendono, come se gli altri (gli esterni) fossero Re-Magi con vesti d’amicizia,  considerando sé stessi gli unici martiri in una realtà d’elitaria fortuna, ad essi stessi negata. Riflessi che impersonificano la tragedia, ma pretendono la parte d’assoluto protagonista. Non sempre l’attesa corrisponde a verità. Spesso la necessità di un sorriso non è un dono da elemosinare al ballo mascherato.

Anche i Clown piangono,
ma gli uomini ignorano le lacrime di chi nasce per far ridere.
Anche gli Uomini piangono,
ma i Clown ignorano le lacrime di chi pretende la loro risata.
Basta un pò di trucco ed un rosso naso
a mascherare il proprio sguardo?
Si fottano i partecipanti giunti al ballo, senza volto.

“…Frank: Perché indossi quello stupido costume da uomo?” [Donnie Darko]

sapevano cose che non avrebbero mai ammesso
in quella notte-circense scurrile paranoia,
mentre acrobati sclaciavano nei ventri materni
con la cecità dovuta ad un trucco troppo mesto,
Loro
parti-incidentate di un quotidiano asettico
in cui il Sinistro è l’ombra che grida
e la constatazione amichevole non fu:
sai: “nei bambini travestiti c’è lo sguardo del pagliaccio”
Gli diceva, mentre sistemava lo smalto,
“sono allatti dal sudore e privati di ogni gioco”
Gli diceva, mentre struccava lo specchio,
una coppia di Clown con troppe sensazioni
in possesso di lussuria, ma negati da opinioni:
“trema la terra, canta con lei,
mettiti in fila – vedrai ciò che vedrai”
Le rispondeva Lui, ad ogni accusa di menzogna:
una filmografia firmata nuda,
una voglia di tingersi le menti,
giocavano a nascondino per continuare a pretendere
perdendosi insieme per non ritrovarsi mai:
cose
che non avrebbero ammesso
se non per sdrammatizzare la realtà
cucita-a-filo-e-saliva
tra le labbra di un sorriso perbenista,
ma il gioco è sadico e pretende la vendetta,
la vendetta che pretende
ogni sadico gioco:
l’ennesima accusa di falsità,
l’ennesimo ostaggio dell’ipocrisia,
Lei gli lasciò un biglietto, nella fretta di andar via
lo scrisse col rossetto
(caldo-ancora-troppo-presto):
“quando la pornografia è vestita ogni comico è l’icona”,
solamente questa scritta,
questa cruda verità,
l’ennesima pretesa di poter truccare gli occhi
anche se una lacrima disincanta sette sguardi:
uno per vizio capitale:
nel ricordo delle unghie, tra lo smalto di quei denti…

Egli, un Clown,
più non seppe cosa dire
nella stanza – nuda e spoglia
solo gocce di rimpianto,
ma se il vero è cecità c’è nel furto un naso rosso,
sopra guance solo bianco,
il vestiario
gioca-al-resto:
“le parole nascondono meglio dei silenzi”
rispose Lui, mandando quella scritta nel ricordo:
lì, seduto ad un tavolo a mangiare pensieri
cucinati così poco da divenire troppo-al-sangue,
privato del sapere dov’è il dove
ed il luogo-disincanto:
andò, infine, in depressione
a curarsi da un qualunque,
sconosciuti-bravi-voti
che non seppero che dirgli,
forse – distratti da quel volto
che nel tempo fu…

Ella, un clown,
più non seppe chi tradire
nella stanza – nuda e spoglia
solo gocce in dejavù,
ma se mento a cecità mi terrò quel rosso al naso,
sopra guance ancora bianco,
e vestiario
più non c’è:
“figli ingrati quei silenzi che ad accuse non si muovono”
rispose Lei, senza mandare scritta alcuna:
lì, sdraiata su di un letto a muover la sua mano
tra risate così savie da esser giunte in manicomio,
degna – d’essere la donna
che nel sogno è ogni risveglio:
andò, infine, in processione
per seguire quella salma,
sconosciuti-vesti-nere
che non seppero che dirgli,
forse – attratti da quel volto
che nel tempo fu…

sapevano cose, attesero offerte,
elosine di quel fato primordiale
divenuto, troppo presto,
mero doppio-giochista,
ma nel triste quotidiano
la risata è da vigliacco
quando addio è l’arrivederci
con un ghigno da pagliaccio:
i bambini non pagarono
il biglietto per l’ingresso,
loro-madri mai azzardarono
a proporgli un altro sguardo:
ninnananna, buonanotte,
cosa c’è di più illusorio?
se quel pianto è di simbiosi
il rossetto è da tragedia?

finirono per licenziarsi a vicenda
acconsentendo a lavori da mera-comparsa,
Loro, che fecero ridere nel buio
più non seppere sorridere alla luce:
Loro, che mascherarono illusioni
tentarono invano di godere di quel dono:
manifesti li ritraevano felici
prima di lanciarsi nel vuoto,
volantini portati in giro
da un vento che soffia troppo presto…
“cosa nascondi sotto quella faccia
prima ancora d’andare in scena?”
Le domandava Lui
onde evitare di deludere speranze,
“quanto pretendi possa durare
un qualcosa di già visto?”
Gli rispondeva Lei
pur d’intrattenere l’altrui tentazione,
ma non possono esserci persone
che ridono a vicenda dei loro dolori
se il dolore
è ciò che da lavoro,
quando nel vestiario
valore ha la menzogna:
finirono per odiarsi a vicenda,
giungendo ad invaghirsi del nulla,
ora piange, mentre Lui sorride,
ora dorme, mentre Lei lo sveglia:
commovente fu la realtà dolente
che li pose nell’assurda condizione,
quella del giudizio
senza universale,
quella dell’indizio
senza caso-chiuso:
gli uomini nel loro domicilio
mai riusciranno a viversi a vicenda:
è disillusione, pagata a caro prezzo
quando c’è pienone, fuori-dentro al circo,
fini così,
in uno scroscio d’applausi,
la vita e la morte
di due – considerati strani…

Lei compose un inno ideale
al fidato custode della sua verginità:

“i pagliacci nella loro unicità
mai riusciranno a mettersi al plurale,
ma nessuno si cura del pianto di un pagliaccio
in quanto negli altri nascerebbe sconforto,
ora, sul viso
non c’è trucco né inganno,
ma il colore di quel naso
è rubato da quest’occhi:

Tu processato con Me in processione
trattieni sulla pelle l’odore del mio smalto
con cui scrissi un tempo il nostro manifesto
con cui saluterò questo nostro arrivederci:

la risata
si regala ai pretendenti,
ma il sorriso
è dono di sé stessi”

di Leonardo Selvetti

*Immagine liberamente tratta da http://sneakapeakblog.wordpress.com

A

Spesso si sente la necessità di comprendere i propri sentimenti, le sensazioni, la volontà di eludere il sonno e, con garbo, mascherare incubo a sogno, ma non sempre ciò che il rumore nasconde è melodia, spesso un silenzio non vale mille parole. A volte è necessario non riuscire a comprendere.  A volte è necessario non riuscire più a comprendersi. Essere sempre in punti di certezza è come evitare d’immergersi in punti di rottura, eppure è proprio nel disincanto che la mente obbliga l’illusione a farsi da parte per lasciare il posto al desiderio.
Troppi manichini si cuciono addosso vesti di risposte, ma le domande pretendono la nudità.

Non esiste alcun regista e non esiste mai comparsa.
Questa è la commedia nel suo essere tragedia.

Ora, quel protagonista, cercherà di impersonificare il suo stesso enigma:
il suo godimento, il suo peccato, la sua benedizione:

“ESSERE O NON ESSERE QUESTO E’…”

il suo dilemma.

Come strana ridefinizione dell’Amleto,
un’orgia di personaggi
in uno sguardo da cherubino:
specchi in mogano ed ego vitreo,
capitali peccati capitati lì, per caso,
studioso d’orizzonti immaginari
seduto sopra precipizi con cuscini,
visse nel tempo l’inutile dispiacere
comprendendo
l’enigma del non sapere:
Egli, figura-al-figurante
sul punto massimo del proprio godimento
distrusse giocattoli, sommersi da memoria,
ora, ludico, coinvolto in paranoia:
non volle salvarsi, morì la sua menzogna,
privando sensi del proprio sentimento,
asceta-periferico, osservatore
di uomini-passanti:
sdraiato, lungo strade di sapone,
ballando il valzer su pavimenti verticali,
cadendo, oltre finestre a doppi-vetri:
derubà a clessidra granelli
soffiati
controvento
per celarsi nel presente:
il suo teschio mai rispose,
stancandosi, la mano, sigillata nella stretta:
“è finita l’ora delle visite,
è svampita la malattia del sogno”:
perse il rosso filo, perdette il labirinto,
lesse il suo Vangelo, si diede Matteo-in-nome:
poi, d’un tratto
comprese d’esser senza trama,
accantonò l’ipotesi da protagonista
smise di fingersi comparsa,
scomparendo, ovunque
dalle foto, dai ricordi, dal riflesso e dalle menti,
scomparendo, agli occhi dei suoi servi
ovunque, senza più cercarsi:
solamente un frigo pieno,
un armadio colmo per manichini vivi,
crocifissi in legno – senza corpo,
macchiate-sudicie-tovaglie ad abbellire il resto:
una voce nella notte
“chi è senza perdono scagli la prima pietra”:
così
uccise l’ombra colpendola alla testa,
questo
il punto di vero godimento,
l’enigma, l’inutilità del dispiacere:
godette nel peccato
e peccò godendo: derise i mille giochi
nelle stanze-manicomio,
d’altro canto
sotto l’albero di Giuda
mai potrà esserci una mela marcia,
dipende da colei che Maddalena fu,
dipende da colui che non risorgerà: Matteo-in-nome
processato dalla sacra-indignazione,
l’accusa: d’essere filosofo
troppo savio, per concedersi pazzia:
accettando tale sorte
finse d’esser cherubino, ma Molière lo ignorò
ed Amleto non seppe cosa dirgli:
scagliò un’altra pietra, in fondo al pozzo,
ma la voce che ne venne
venì – nel suo silenzio: questo fu vero godimento,
l’ombra-Lazzaro-mai-morto,
la volontà di presagir l’eterno:
ora, ludico, coinvolto in paranoia:
nessuna trama
in cui tramare nel buio,
resina al pensiero
prigione del suo tempo:
filantropo della decadenza
troppo romantico, per non prenderne parte:
giocatore, azzardo
narcolettico – incubato:
visse al presente il proprio passato
avidamente, poi
lanciò ancora, l’ennesima pietra,
ma tornò l’eco a benedirlo
emancipando la richiesta di soccorso,
ma tornò l’eco ad accusarlo
nella soave melodia del proprio canto:

“tale bruttezza
tessuta di seta:
tradisce al bacio
bachi da sera…

figli cadranno
coperti di piume:
gocce d’inferno
bagnano trame…

giungerà l’autunno
e tremeranno foglie:
arrossiranno rondini
per le proprie voglie…

dipingiti le occhiaie
celando sguardo da regista:
denudati del tutto
sporca marionetta…”

Egli, non sapendo cosa udire
incise l’avambraccio
con le note da celare:
sarò soltanto – l’ennesimo fantoccio?

(ora, sopra corde di vene
tatuato, risuona il suo Vangelo).

di Leonardo Selvetti

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Route without number

Un viaggio verso l’ignoto, una notte alcoolemica, dannazione redenta, redenzione dannata, paradisi arsi, fiamme e lussuria, ma anche malinconia ed una battaglia all’ultimo colpo con il proprio destino, poiché laddove non basta l’istinto non sempre la fortuna può venirci incontro, eppure occorre ricordare che anche se le strade non portano un nome non per forza devono essere battute dagli sconfitti, perché anche i miserabili sono involucri umani che contengono bellezza.

Come disse Marcuse: «è solo per merito dei disperati che ci è data una speranza» e poi…ogni mano può avere un due di picche.

Un registratore preso da un rigattiere
lungo sentieri di prospettive sconosciute,
una macchina a carbone
per attraversare deserti forestieri:
pantaloni logori, anelli alla mano destra,
un cappello per il sole del Demonio,
una voce ripetuta all’unisono:
“corri avanti e guarda indietro,
corri avanti e guarda indietro,
guarda e passa – come disse
quel Colui a me sconosciuto”
bottiglie vuote in vetro-resina
ad ammorbidire il viaggio
nei meandri della malinconia più bieca:
strade senza nome,
cartelli che nascondono sillabe,
semafori ubriachi
lampeggiano e danzano con i lampioni,
Egli in compagnia dell’ira funesta
l’unica diva da sopportare,
le mani si stringono, si sfiorano i gemiti,
oltre il burrone c’è solo deserto:
membri della “dinastia-vendetta”
danno fuoco a case contenenti corpi,
questi gli incubi del buio,
nero e codardo
quando maschera la nebbia: sfreccia
carreggiata sotto culi in cartapesta,
spaventapesseri sul ciglio della strada
agitano pollici elemosinando sedili,
Egli è in compagnia della velocità,
un vizio amico per chi a fede
nell’immortalità dell’attimo che giunge,
troppo beato tra marciapiedi battuti,
Venere raddoppia con smalto presuntuoso,
due, tre, quattro e poi cinque,
per chiunque
sagome a lietare chi di lussuria vive,
alla prima stazione il treno è partito
ora la benzina è necessità,
continua il coro, cambiando parole,
i corvi sussurrano
con voci bianche:
“crolla il cielo quando sfiora l’orizzonte,
trema il mondo quando l’alcool finisce:
i demoni si apprestano a tornare
farneticando mantra, digrignando denti”:
consapevole della debolezza
che ogni uomo cura come fosse figlia,
consapevole della dannazione
a cui ogni uomo giunge se finge poesia:
mentre gli alberi tramandano leggende
strangolati da radici troppo secche
la strada ignora il sorgere del sole,
soltanto un altro giorno
annacquato e sobrio, ormai:
Egli tenta di nascondersi al rumore,
ma ogni grido torna,
la sigaretta è spenta: città invisibili,
luoghi mai appartenuti a nessuno,
la fuga stagionale,
l’inesperienza brevettata: tra le bravate
quella di far sesso con il cuore,
un presagio mortale
nello sguardo del predatore:
un cappio al collo per non mordersi la lingua,
scompare tra le ombre
quando l’ombra è già pretesto,
non dimenticare di sporgerti troppo
senza accettare di non prendere il volo,
frenetica giunge la consacrazione:
un comune mortale
immune al futuro: Egli biascica parole,
tenendo stretto un mozzicone,
divulgandosi tra i pensieri più beceri
e sorridendo
col suo fare da Re: un ghigno
di randagia bellezza, un volto dipinto
da scorie e catrame: Egli nega
di essere vissuto, pretendendo un aldilà
che non lo faccia mai annoiare,
tra demoni privati
e danze della pioggia, tra calici riempiti
e cornicioni vuoti:
precipitando – in continuo divenire,
adorando – la vergine-clessidra,
quando la voce roca diviene melodia,
quando il benzinaio
si traveste da indovino:
“prosegua senza mai fermarsi
vedrà che prima o poi avrà bisogno d’altro,
avanzi a piedi nudi nel deserto di cemento
usi le vecchie ustioni per non sentire freddo”,
Egli non risponde, forse ascolta,
già pretende,
pretende di viaggiare senza sosta alcuna,
desiderando cene a lume di candela
con una vergine luna:
un’insegna al neon colpisce la sua schiera,
gli angeli ribelli, i diavoli fraterni,
in quel bar si fermano un pò tutti:
ratti umani, serpi miele,
forestieri e sconosciuti: tutti dentro
tra sgabelli ed ornamenti muti:
un brindisi all’avvenire,
un altro per poterlo scordare,
un calice ancora da riempire
nel fegato ancora da scolare: Egli osserva,
ma non bada,
crede ancora a quella storia,
non si ferma sulla strada
non necessita di baci: Egli osserva,
poi registra – ciò che ascolta
pronunciare:
“il destino baratterà il suo ruolo
per far sesso con la fatalità:
solamente il due di picche
sarà in grado
di fecondare la realtà”…

pantaloni logori,
anelli alla mano destra,
un cappello per il sole del Demonio,
una voce ripetuta all’unisono,
senza sosta – in cerca d’altro:
forse il rischio
di rallentare il suo risveglio…

fischiettando ninnananne
mentre il cielo è in fiamme,
salmodiando a squarciagola
per un arso paradiso.

di Leonardo Selvetti

*Immagine liberamente tratta dalla pagina Facebook di Tom Waits
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