Don Gallo vive!

dongalloTutti i mezzi di comunicazione hanno parlato e scritto di Don Andrea Gallo. Per evitare di ripetere quanto già detto intendiamo rendergli omaggio  pubblicando un estratto del suo libro  “Non uccidete il futuro dei giovani” e i video della superba e commovente omelia che fece al funerale di Fernanda Pivano nel 2009.
Negli anni Sessanta fece furore il film Gioventù bruciata, quando invece la
gioventù di quel decennio è stata forse la migliore del disgraziato Ventesimo secolo. Con tutti i suoi difetti, la gioventù di oggi è comunque sempre migliore di quel che si vuol credere, se non altro perché è comunque meglio essere anche solo un writer “imbrattamuri”, o sballarsi in discoteca e navigare ore in Internet, anziché sfilare in camicia nera e correre entusiasti a invadere altri Paesi scatenando guerre, facendo da carne da cannone e seminando tragedie.
Non c’è una “gioventù bruciata”, c’è solo un potere economico e politico che ama i roghi, a partire dal dare fuoco a boschi e riserve per renderne i terreni edificabili, e che imbottisce le teste dei genitori con la segatura del consumismo. Già Cicerone rompeva l’anima con il suo “O tempora! O mores!” come se i tempi di quando era giovane lui o quelli ancora prima fossero stati chissà quali delizie. Evitiamo quindi di imitare Cicerone.

Queste generazioni di giovani d’oggi sono migliori di quelle precedenti, ma più osteggiate. Il sistema di potere ha costruito una società dove non si vuole ci sia posto per tutti, non per i figli degli “altri”. Si tratta pur sempre di classismo. I figli dei ricchi e dei privilegiati potranno comunque sistemarsi piuttosto bene, un posto al sole lo trovano o glielo trovano anche se perdono anni a far poco o niente, ma la gran massa di giovani figli degli “altri”  pagherà per tutti. Questa è la realtà che è stata costruita. Ma i giovani non sono stupidi e la faranno saltare, la cambieranno in meglio.“[1]

a cura di Italian Spring Lab

[1]Non uccidete il futuro dei giovani, p.173, Dalai editore, 2011

*Immagine liberamente tratta da http://zam-milano.org
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L’autostrada è già abbastanza

Val Susa Capitolo I – Sui boschi, la bellezza ed eventualmente Dio

Salbertrand, alta Val Susa. Il treno regionale si ferma dolcemente, e il mio corpo, ancora intorpidito dal sonno, scende lento sulla banchina. Sono le nove del mattino, e sulle mie spalle ho un piccolo zaino: una bottiglia di plastica, un panino, delle barrette di cioccolata e una maglietta nera lo riempiono per tre quarti. Attraverso, camminando, il piccolo centro abitato. E’ domenica, tutto è molto silenzioso. Poche persone si muovono svogliate per le vie del paese, e altrettante poche automobili viaggiano sulla vicina statale. Mi guardo un po’ intorno e cerco di orientarmi. Ai miei lati, orgogliose e alte, si ergono le montagne della Val Susa. Il Genevris, il Blegier e il Sommeiller mi circondano. Mi sento avvolto, coperto da quegli imponenti ammassi di terra e roccia. Siamo a circa mille metri di quota, e la vegetazione è quella tipica di queste altitudini: abeti, frassini, salici e betulle.

IMG_0517

Dopo aver attraversato la Dora, che scorre su un letto grigio e ciottoloso, arrivo in pochi minuti ai piedi del Parco del Gran Bosco (*). Da lì partono diversi sentieri, di tutti i tipi; alcuni di essi costeggiano la montagna, altri la scavalcano, raggiungendo le sue cime più alte. Scelgo di avviarmi in salita lungo il “GTA”, ovvero la “Gran Traversata delle Alpi”, un lungo percorso che si snoda per chilometri arrivando dalle parti di Balbouttet, oltre le cime che mi sovrastano a Sud-Est.L’ascesa è per me un’esperienza di rara bellezza. Il bosco vibra e si muove di vita, macchiato da decine di Campanulae Alpestris in fiore. Sento gli aghi degli abeti scricchiolare sotto il mio peso, gli spigoli delle rocce che tentano di penetrare i miei scarponcini. Respiro avidamente un’aria dalla purezza pungente. La montagna, di nuovo, mi fa sentire coperto, riparato, al sicuro. Guardo con curiosità le rocce, la terra, gli alberi, e sento che in qualche modo il mio sguardo viene ricambiato. Mi appoggio ad un bastone in legno di abete e lentamente salgo sul ripido percorso. Mentre salgo, cresce anche il mio sentimento di rispetto e umile timore nei confronti dell’immensa natura che mi circonda: mi rendo conto che sono un ospite lì in mezzo, e come tale devo comportarmi.

La mia preparazione atletica è scadente e per questo mi fermo ad intervalli piuttosto regolari per riprendere fiato, mangiare un po’ di cioccolata e dissetarmi. Una Via Crucis tutt’altro che dolorosa, le cui tappe corrispondono con le piccole radure che ogni tanto incontro, e che mi permettono un’ampia panoramica sulla natura circostante. Ogni sosta è una goduria per il mio sguardo (**). Scorgo la Dora che serpeggia a fondo valle, alcune baite sulle montagne di fronte, il paese di Oulx in lontananza. Intorno a me, una distesa di verde che si perde a vista d’occhio.

Proseguo lungo il sentiero. Scorgo una coppia di caprioli che si muove agile tra gli alberi. Poco dopo, uno scoiattolo rosso saetta nella boscaglia. Siamo in Aprile e a quota milleseicento metri c’è neve, troppa per proseguire lungo il sentiero. La voglia di continuare è tale che devio e scelgo di salire ancora, scalando col corpo basso una ripida pendenza tra gli alberi. Per circa duecento metri di dislivello proseguo così, prima di raggiungere la cima locale. Affondando le mani nella terra umida, sudando, aggrappandomi ai tronchi e alle radici. C’è molta neve e il sole picchia forte su di essa, costringendomi a stringere gli occhi per via della luce riflessa. Mi siedo e guardo sotto di me, sono a quota milleottocento metri.

Mi commuovo per la vista che si offre ai miei occhi.

Mi sento felice, sereno, mi sento uomo. Scorgo molte cime innevate delle Alpi Occidentali. Osservo tutto da una nuova angolazione ed estasiato muovo  una mano ad indicare i versanti più scoscesi delle montagne, i boschi sotto di esse, la gola ai loro piedi (***). Le gambe di un corpo troppo sedentario sono stanche e tremano ancora per la fatica della salita.

Ma lo spirito esulta!

IMG_0554Mi sento coinvolto nella danza gioiosa di Madre Natura, riesco a respirare in fase con tutti gli esseri che popolano la valle. Penso agli scritti di Cassin, di Krakauer, di Messner. Solo minimamente capisco, in maniera razionale, cosa volessero dire con le loro parole quando hanno vissuto o affrontato le montagne da . scalato le montagne più estreme. Emotivamente, intuisco nel mio piccolo che si viene travolti da emozioni straordinarie, immense. Ho provato sensazioni simili ogni altra volta che sono andato in Val Susa. Quando, per l’appunto, ho scalato il Parco del Gran Bosco, con il mio amico più caro a Torino. Quando ho camminato per una decina di chilometri da Salbertrand ad Exilles (****) con la donna che amo. Quando ho affondato le gambe nella neve lungo la Dora di Bardonecchia, con degli amici che venivano da molto, molto lontano. Quando, da solo, sono salito da Oulx a Auberge, o da Sant’Ambrogio alla Sacra di San Michele, o ho visitato la Grotta di Baume. Ho scelto di andare più e più volte in Val Susa per una serie infinita di motivi. Tra di essi c’è la volontà di conoscerla, di osservarla, di metterla sotto la lente di ingrandimento. Non mi aspettavo che le cose andassere in modo inverso, che quella lente di ingrandimento finisse su di me e che fossi poi io ad essere osservato. Dalle montagne, dai boschi, dai miei stessi occhi in un profondo e continuo processo introspettivo. Soprattutto, non mi aspettavo di avvicinarmi così tanto a un qualcosa di più grande. Non so se lo si può chiamare Dio; non so nemmeno se dargli un nome ha, in fondo, importanza. Senza accorgermene, mi sono trovato, timoroso e ammaliato, a contemplare i boschi e la vallata, a muovermi con umiltà e rispetto per il più piccolo insetto che ho incontrato, a sentirmi ondeggiare dentro alle viscere del pianeta.

Quasi senza accorgermene, mi sono sentito stringere lo stomaco. Quasi senza accorgermene.

Val Susa Capitolo II – Sull’uomo, il cemento ed eventualmente il TAV

Paragrafo II-a, ovvero note a “Val Susa Capitolo I”

(*) Non attraverso solo la Dora. Fiancheggiando un piccolo cantiere, inorridito, passo sotto enormi piloni di cemento armato, che lungo la valle sono alti anche fino a dieci metri. Sorreggono l’autostrada A32 Torino – Bardonecchia che attraversa tutta la Val Susa.

(**) Le soste nelle radure sono meno piacevoli per i miei timpani. Quando non sono riparato dagli arbusti, un ronzio quasi incessante, sottile, riempie le mie orecchie. Motociclette, camion, automobili che sfrecciano a tutta velocità sulla  A32 sonorizzano in modo angoscioso le pendici delle montagne a ridosso della Valle.

(***) Quassù non si sente più alcun rumore proveniente dalla vallata. Siamo ottocento metri più in alto di Salbertrand. La mia irritazione per quel suono così fastidioso è ormai scemata, e il lato più sensibile di me si placa infine, rendendomi sereno.

(****) Inizialmente il percorso si sovrapponeva a al Sentiero dei Franchi, passando per Sapè (poche abitazioni in quota, carinissime) per poi deviare lungo una tortuosa strada in discesa verso il paese di Exilles. Scendendo, i suoni dell’autostrada si facevano sempre più forti. Arrivati in fondo alla gola, tra le montagne, di nuovo  i piloni di cemento davanti ai nostri occhi. Quei colossi grigi ci sovrastavano e attiravano inevitabilmente il nostro sguardo. In quel momento, di nuovo, una parte di me è stata travolta da un terribile senso di inquietitudine, di colpa, quasi come se io stesso avessi plasmato con mano quel cemento.

panoramica

Paragrafo II-b, ovvero piccola riflessione di carattere estetico

L’autostrada attraversa l’intera valle. Collega Torino a Bardonecchia. E’ indispensabile per sostenere il tipo di società che popola la Val Susa di oggi. Da un lato permette in tempi rapidissimi di rifornire i paesi della valle di cibo, farmaci e quant’altro (e aiuta, grazie al cielo, le ambulanze a viaggiare veloci); dall’altro permette a indomabili schiere di turisti (come me) e sciatori (non come me) di raggiungere le mete sciistiche lì intorno (il Sestriere è a due passi da qui).

Già, le mete sciistiche. Ho dimenticato di parlare delle piste da sci. Le ho viste da Auberge (quelle del Sestriere) e da Bardonecchia. Ho visto anche gli impianti di risalita. Ai miei occhi le piste da sci sono orribili, violenze inutili alle dorsali delle montagne prive di qualsiasi scopo umanamente utile se non quello ludico di chi va in settimana bianca. Portano probabilmente molto denaro nelle tasche degli albergatori e dei ristoratori della valle, il chè giustifica per me la loro presenza solo a metà (possibile che tutto ruoti sempre intorno ai soldi?).

Sono andato, recentemente, molto spesso nella Valle. Continuerò ad andarci, finchè potrò. Per cercare me stesso, per sentirmi ancora di nuovo vicino a Dio o chi per lui, per respirare quell’odore di libertà che vi ho trovato. Cercherò di salire sempre più in alto, lontano dall’autostrada e dalla vista degli impianti sciistici, lassù dove il segno dell’uomo si fa via via meno marcato, fin dove il mio corpo potrà arrivare. Continuerò ad amarla come ho fatto fino ad ora, con le sue bellezze, i suoi orrori, le sue contraddizioni.

E penso solo per un’infinitesima, insignificante, frazione di secondo ai cantieri del treno ad altà velocità che la attraverserà. Mi viene il vomito, e preferisco, per ora, pensare ad altro.

Il ricordo dell’autostrada è già abbastanza.

a cura di Michele Martini

* Fotografie scattate da Massimo Amorosi e Michele Martini
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La coscienza elettronica di Zeno

Electronic-Cigarette (1)Campagnano di Roma dista una trentina di chilometri dalla capitale, e ha un centro storico abbastanza carino. Carino se lo visiti quando si svolge la fiera dell’antiquariato, o se ci torni una volta ogni tanto dopo che sei andato a studiare a Bologna. Dubito che i miei amici che abitano ancora qui lo definirebbero “carino”, e li capisco. La triste verità sui paesi è che mentre cresci hai due scelte: passare le giornate seduto sul muretto accanto alle poste a prendere di mira i “punk-dark-alternative che ascoltano musica di Satana” o, appunto, essere un punk-dark-alternative eccetera eccetera che cerca di superare l’adolescenza col tuo sparuto gruppetto di amici evitando la Gente-Del-Muretto. Morale della favola, a Campagnano c’è ben poco da fare, la gente è sempre la stessa, i negozi sempre gli stessi. O quasi.

Passeggio con i miei vecchi amici sulla via principale, il “Corso” come lo chiamiamo qui, e mi fermo di botto. I miei occhi sono fissi sul primo negozio di sigarette elettroniche a Campagnano di Roma. Sono arrivate anche qui. Siamo più o meno undicimila abitanti e nessuno ha mai sentito la necessità di aprire una libreria, ma di un negozio di sigarette elettroniche sì. Avete presente come sono fatti questi negozi, tutti neon e colori discotecaro-ospedalieri?  Le vetrine, che in realtà non espongono un bel niente, mi hanno sempre curiosamente ricordato quelle dei sexy shop. Forse i vizi non hanno bisogno di presentazione. Anche perché si è parlato e discusso su di loro talmente tanto che è molto difficile dire cose nuove. Sul fumo (per non parlare del sesso) ormai si è detto e scritto di tutto. I simbolismi che evoca, il fascino oscuro che dura da generazioni, l’indiscutibile masochismo del fumatore medio: tutti questi fattori sono stati a sufficienza esplorati dagli studi scientifici, dal cinema, dalla letteratura. Impossibile non menzionare in primo luogo La coscienza di Zeno, probabilmente ancora il capolavoro sull’argomento, se invece vi va di leggere qualcosa di più “particolare” vi consiglio vivamente due racconti di Stephen King, Quitters, Inc. (contenuto in A volte ritornano, 1978) e La gente delle dieci (in Incubi e Deliri, 1993). Volendo spaziare di più, c’è davvero l’imbarazzo della scelta: i detective e le bionde fatali dell’hard-boiled, le prostitute e gli artisti bohemien di Parigi, tutti fumano. Persino gli hobbit della Contea. Le sigarette sono parte integrante dell’immaginario collettivo del nostro mondo, e quindi dei mondi inventati dagli scrittori. Una specie di autoflagellazione socialmente accettata. Perché, diciamolo, fumare fa male. Malissimo. Causa milioni di morti ogni anno. In un Linus degli anni ottanta ereditato dai miei una campagna antifumo sintetizzava il concetto in maniera puntuale: “COMINCIA CON LA PRIMA SIGARETTA IL LENTO SUICIDIO DEGLI IDIOTI”. Breve, terribile, sincera. Non sono qui a difendere il fumo, ma è interessante pensare come la storia dell’uomo sia storia di vizi. Il fumo nella cultura occidentale (e non solo) è simbolo di aggregazione, ribellione, emancipazione, autolesionismo. Gli Indiani e gli hippies fumavano insieme. Gli adolescenti indisciplinati e le donne rimaste a casa durante la guerra fumavano. Ogni fumatore che sta leggendo pensi al primo istinto che ha quando riceve una brutta notizia. E così, quando avevo diciassette anni e le sigarette elettroniche ancora non c’erano, io comprai il mio primo pacchetto. Sapete come vanno queste cose. I miei amici fumavano tutti, un ragazzo che mi piaceva molto si era fidanzato con un’altra, ero nella fase Rimbaud dell’esistenza…insomma iniziai. E non ho ancora smesso, un giorno lo farò. Comunque, tutta questa premessa era per esporre il concetto che le sigarette (quelle vintage, col catrame e tutto il resto) un ruolo sociale e culturale ben definito ce l’hanno. E le sigarette elettroniche? La loro diffusione alla Gremlins?

Le prime volte che le ho viste in giro pensavo fossero soltanto un modo per smettere di fumare, ma a quanto mi dicono mi sbaglio: sono diffuse anche tra coloro che continuano a fumare, e conosco persino gente che prima nemmeno fumava sigarette vere, e adesso fuma quella elettronica. La LIAF (Lega Italiana Anti Fumo) svolge addirittura ricerche per capire se la diffusione delle e-cigarette invogli i giovani a cominciare a fumare (in Italia solo l’acquisto di quelle contenenti nicotina è vietato ai minorenni). I telegiornali e il web si contraddicono tra di loro…fa bene? Fa male?  Lo sapremo mai veramente, vista la facilità con cui possono essere manipolate le informazioni che ci arrivano? L’unico dato certo è, appunto, la loro incredibile diffusione. Che poi, a guardarla bene, non è nemmeno così incredibile. La storia umana (e quindi la storia dei vizi) forse è arrivata alla Grande Epoca della Disintossicazione, in cui non sono più i viziosi ad andare di moda ma quelli che cercano di smettere di esserlo. E poi, diciamocelo, la tecnologia…ce piace. Ipotizzo che per almeno una percentuale degli e-smokers parte del fascino sia in quello, nella Sigaretta 2.0, la nuova frontiera dell’aspirare.  Non me ne sorprendo affatto, dopo aver visto Roma bloccata un paio di anni fa per la grande apertura del Trony di Ponte MIlvio. Ma un nome continua a risuonare nella mia testa: e Zeno?  Che fine ha fatto la tragicomica lotta per liberarsi dal vizio, coronata dall’insuccesso ma comunque velata di un’epicità alla Davide e Golia?  Dipendenza VS Volontà Umana, 1-0, Cosini dribbla in avanti e….traversa! “Ma questa è l’ultima che sbaglio!”. Davvero ormai a noi esseri umani (occidentali) serve un aiuto per fare tutto? Lo scorso marzo la ventiduenne inglese Josie Cunningham si fa rifare il seno. Fin qui, nulla di strano. Non sono contraria a prescindere alla chirurgia plastica. I guai arrivano quando scopri che l’intervento della signorina è stato pagato dai contribuenti inglesi, visto che lei lo ha richiesto per guarire dallo stress emotivo di essere piatta che le stava rovinando la vita (pensa te, pure io ero stressata emotivamente e l’ho saputo solo adesso!). E’ molto facile, oggi, ottenere tutto con il minimo sforzo. Ancor più facile è distrarsi dalle cose che richiederebbero uno sforzo maggiore, perché siamo pigri. Pigrissimi. O pigrerrimi? Guarderei sul dizionario, ma mi fa fatica.

(Un’ultima cosa: a parte gli scherzi, Zeno avrebbe adorato la sigaretta elettronica, ne avrebbe comprate di ogni gusto. E’l’umano di carta più umano che c’è.)

 a cura di Sara Brayon

* Immagine liberamente tratta da http://www.milanopost.info/2013/04/30/linchiesta-costi-economici-benefici-e-danni-ecco-il-fenomeno-della-sigaretta-elettronica/

Fonti:

http://www.liaf-onlus.org/page.php?id=98-adolescenti-le-sigarette-elettroniche-non-li-invogliano-a-fumare

http://it.wikipedia.org/wiki/Sigaretta_elettronica

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2299233/Model-Josie-Cunninghams-4-800-breast-op–foot-Outrage-NHS-provides-36DD-implants.html

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La mia “Isola Maledetta”

mafiaE’ di poche ore fa la nuova esegesi sociopolitica dell’esimio e reverendo politologo Giuliano Ferrara, noto al grande pubblico per la lucidità delle sue analisi: La Sicilia “Isola Maledetta” avrebbe la sua essenza nella Mafia [1].
Ebbene sì, ora è chiaro , i siciliani sono mafiosi. Tutti.
Anch’io. Anche mio padre, che da anni si spacca la schiena nelle aziende del Ricco Nord. Anche Paolo Borsellino, Luigi Falcone, Giuseppe Puglisi, Pio La Torre, Peppino Impastato, Giuseppe Fava.
Tutti schifosi con la coppola e la lupara.
No, signor Ferrara, non ci sto. Non accetto questo marchio in fronte, quest’etichetta.
Non accetto il sorrisetto che involontariamente mi si stampa in viso quando sugli autobus di Bologna la mia inflessione terrona fa girare le vecchine.
Non accetto che quando cerco casa, trovo annunci che si chiudono con “No fumatori, no tossici, no meridionali.”
Sono parte anch’io di quella schiera di giovani siciliani che dalla Sicilia sono scappati, per cui non intendo qui indossare le vesti dell’eroe, del salvatore coraggioso, anzi, mi prostro umilmente davanti chi quella nostra Sicilia non l’ha abbandonata, non si è arreso.
Perchè vede, signor Ferrara, l’essenza della Sicilia sono loro, sono loro a farci dire “Sono siciliano” a testa alta. Loro sono la speranza di una terra, la sua Essenza,  come la chiama lei,  sono la pulizia dei volti madidi di sudore di chi non ci sta, sono il sorriso di chi a fine mese ha poco più di un tozzo di pane e delle arance, ma saranno pane ed arance pulite, oneste, sono gli studenti che non scappano, gli imprenditori che non pagano, gli insegnanti che portano avanti la Cultura, i politici (sì, anche loro, anche oggi) che non si prestano.
Sì, signor Ferrara, esistono anche loro, siciliani e siciliane puliti, onesti, sani, integerrimi.
E a loro, a noi, dovrebbe porgere le sue scuse, lei come chi da anni si permette di infangare 5 milioni di persone dall’alto di una superiorità che spesso non va oltre il geografico.
Noi resteremo sempre fieri di ciò che siamo, lei forse oggi dovrebbe vergognarsi un po’.
Mi scusi se non le porgo cordiali saluti.
Un siciliano.

a cura di Matteo Cavagnacchi

[1] http://www.siciliainformazioni.com/sicilia-informazioni/42521/ferrara-shock-in-tv-la-mafia-e-lessenza-della-sicilia-isola-maledetta

*immagine liberamente tratta da http://4.bp.blogspot.com

 

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Sulla decrescita e la sostenibilità: parte I

imagesDalla sapienza degli alberi…

Cominciamo dal principio: la radice della questione non sono le cause – che verranno in seguito – ma piuttosto gli assiomi.

 Tutti i sistemi economici e politici, di qualsiasi stato, regno e cultura, in qualsiasi periodo storico, si basano in ultima istanza su poche regole. Tali regole sono entelechie umane e, procedendo per assurdo, lo sono anche i sistemi che su di esse si appoggiano. Quando dico che sono entelechie umane, mi riferisco al fatto che sono costrutti teorici progettati, creati ed accettati coscientemente da gruppi di persone in diverse epoche, come conseguenze di specifici processi storici e condizioni ecologico-geografiche contestuali. È altresì vero che le succitate regole sono impregnate di quelle che io chiamo valorizzazioni culturali, ossia di specifiche valutazioni e giudizi basati su valori culturali che a loro volta sono adattati e strutturati attorno alle suddette condizioni ambientali. Le culture, a dispetto della visione estatica di conservatori e nazionalisti che pretendono di mummificarle e imbrigliarle geograficamente, sono entità dinamiche, con nome proprio (ma cognome umano) e che cambiano spostandosi nello spazio e nel tempo[1].

 Al contrario, l’analisi che propongo qui non è frutto di alcuna valorizzazione, ma piuttosto una semplice constatazione antropologica ampiamente dimostrata.

 Per chi si fosse già perso per strada, con tutto ciò intendo arrivare al seguente punto: il capitalismo (espansionista-produttivista) e la democrazia (parlamentare rappresentativa) attuali sono prodotti umani, la cui esistenza è permessa perché noi li adottiamo ed accettiamo, e che, di conseguenza, possiamo cambiare ogniqualvolta lo crediamo conveniente.

 Dalle antiche sapienze orientali…

 Un mese fa cominciai un dottorato in “Valutazione della sostenibilità” (whatever that means), dopo aver affrontato un master di due anni in energia sostenibile. No vi faccio questa dichiarazione un tantino ostentata se non per confessarvi, senza vergogna né vanità che nessuno sa realmente che cosa sia la sostenibilità[2]. O, per meglio dire, ognuno adotta la propria definizione. Al concetto di decrescita succede lo stesso. In realtà molti credono (me incluso) che entrambi i concetti navighino alla deriva attorno allo stesso turbinoso messaggio . Vale a dire che esprimono sotto diverse forme la preoccupazione condivisa globalmente riguardo allo stato e al divenire dell’ambiente, e pertanto della specie umana, le ansie di cambiamento e la necessità di alternative economiche e politiche. Spiegherò qui la mia visione in merito.

 Nel super-sviluppato occidente è in linea di massima dato per scontato che questo discorso derivi dal fermento culturale dell’epoca hippy degli anni Sessanta, quando il concetto accademico di decrescita fu lanciato “ufficialmente” nel mitico libro di Meadows et al., I limiti dello sviluppo (The Limits to Growth, 1972). Mezzo secolo dopo continuiamo a non andare d’accordo su cosa sia o non sia sostenibile. Solo nel 1987 si arrivò ad una definizione condivisa di cosa sia lo sviluppo sostenibile (v. nota 2), che è però talmente vaga e soggettiva che non dice strettamente (scientificamente) niente, né tantomeno costringe politicamente a nulla. Stando così le cose, proseguiamo senza nessun patto globale contro il cambiamento climatico, neppure in prospettiva, grazie al fatto che la stessa scuola (o dovrei dire ideologia?) economica che prima degli anni Sessanta sottovalutava la natura, negando qualsiasi limitazione posta dal fattore ambientale (cioè dalle risorse naturali) nell’equazione di produzione, continua oggigiorno ad imporre i suoi assiomi (di per se indimostrabili ma altamente controintuitivi) e i suoi valori culturali al resto del mondo. Da scuola economica imperante essa determina le politiche economiche di ogni governo, ed addottrinano le masse, siano esse pensanti od addomesticate, attraverso i mezzi di comunicazione e le istituzioni. Dei suoi rappresentanti, in mezzo secolo è cambiata la retorica, ma non il loro discorso di fondo. Quali grandi venditori che sono, esperti di marketing, si sono adattati ai tempi che corrono: si sono travestiti di “verde”, allo stesso tempo bio-truccando i loro discorsi con fondo-tinta ecologici di sviluppo sostenibile. Continuiamo a vendere progressi, però ci ascoltino, Signori, ora è molto migliore, è sostenibile!

 Andrò al punto. Il principale assioma a cui mi riferivo poc’anzi (in grassetto), e sul quale si basa tutto il sistema terracqueo (perché ora è davvero globale) di produzione (l’economia capitalista espansiva o della crescita), è il seguente: si assume e presuppone che il progresso scientifico-tecnologico possa allontanare, evitare o posporre l’avvento dei limiti naturali indefinitamente. Questi limiti naturali alla produzione materiale (di beni) derivano dal fatto che la Terra è finita e dunque dispone di una quantità fissa e limitata di risorse. Notiamo dunque come la scienza sia, paradossalmente, una nuova professione di fede. Grazie al miracolo tecnico, combinato ad adeguati meccanismi economici (il neo-liberalismo), la scarsità e la miseria le si possono lasciare alle spalle, vago ricordo di un funesto passato. In tal modo il neo-umano può vivere in uno stato di perpetua sovrabbondanza e opulenza per soddisfare non solo le necessità fisiologiche basilari, ma pure una serie di nuovi bisogni che mai sono sufficienti. Ripeto, che mai sono sufficienti.

 Quelli della scuola economica dominante denotano il loro assioma-ideologia, molto abilmente, criterio di sostenibilità debole. Noi della scuola deliberatamente emarginata e ignominiosa, noialtri ingenui (come quegli antichi ignoranti) che crediamo che la Terra è rotonda, che gira attorno al Sole e che è finita, noialtri siamo quelli del criterio di sostenibilità forte. Eh già, si sa, han fiuto e per tutto: noialtri i “radicali”, loro i sensati, i moderati… Va bè, un po’ di ragione ce l’hanno; in preda all’esasperazione ho introdotto una piccola incorrettezza: i tecnocrati devoti della crescita sfrenata evidentemente ammettono che la Terra sia finita, ma grazie alla loro fervente fede luterana nella scienza e nel progresso vogliono credere che non esistono limiti alla sostituibilità delle risorse naturali e dei servizi vitali che l’ecosistema ci fornisce[3]. Ovvero che potremo sempre trovare rimedi e soluzioni tecniche per la contaminazione, la scarsità… e pure per “inconvenienti esterni”. L’uomo, ci perdoni il Signore, è il nuovo Dio.

 È normale che tecnocrati e neo-liberali, nella loro saga di contraddizioni, confondano i termini, che nella loro massa cefalorachidiana formino nubi concettuali astruse ed amorfe come “promesse pubbliche, intenzioni, propaganda, interessi privati”, e si disorientino dimenticandosi dei loro supposti bio-principi. La più flagrante ed intricata di tutte le loro contraddizioni è quella di accettare, assumere ed applicare il principio di precauzione all’interno degli schemi di politica ambientale nell’ambito del protocollo di Kyoto per la lotta contro il cambiamento climatico, salvo invece rifiutarlo per ogni altra politica economica. Dico ciò perché qualsiasi scenario politico-economico è inestricabile ed inesorabilmente unito al futuro dell’ecosistema e, date le circostanze, la stabilità ed il divenire dell’ecosistema stesso sono di un’altissima incertezza e, perciò, di massima imprevedibilità. In poche parole, giocare a Monopoly con la Terra, continuare a crescere senza limiti né obiettivi concreti, è come giocare alla roulette con il futuro dell’umanità stessa. E questo ovviamente va a cozzare frontalmente contro il summenzionato principio di precauzione.

 Le filosofie-religioni orientali (vale a dire taoiste, confuciane, vediche e buddiste), sebbene la maggioranza delle loro culture e nazioni stiano purtroppo per essere fagocitate dal sistema neo-liberale, lo hanno avuto ben chiaro da millenni: non esiste un discontinuo nella realtà, né tantomeno nell'”essere”; tutto l’universo, la Terra, tu, io, formiamo parte di uno stesso Uno (lo si chiami come si vuole) in perpetuo equilibrio dinamico. I cambi e gli aspetti diversi della realtà sono illusori, perché passeggieri e congiunturali.

 Accecandoci ad ignorare l’importanza fondamentale che riveste il vivere in armonia con la Natura è scommettere sul futuro di una Terra che, questo è sicuro, può perfettamente prescindere da una forma di vita così distruttiva come lo è la nostra.

 a cura di  Koldo Saez de Bikuña

(traduzione di Lorenzo Zeni)

*Immagine liberamente tratta da http://www.venezia2012.it/


[1]Rigorosamente parlando, la cultura è un insieme di norme, costumi e valori condivisi da un gruppo (aperto) di esseri umani in un periodo concreto (ma aperto) che allo stesso tempo si eredita e trasforma e pertanto cambia nel tempo.

[2]Sebbene vi dica questo, nelle università si insegna la definizione ufficiale di sviluppo sostenibile data dalla commissione di Brundtland nel 1987, cioè “quello che permette di soddisfare le necessità delle generazioni presenti senza compromettere quelle delle generazioni future”.

[3]Per un’analisi più profonda su questo tema, si veda On the practical limits of substitution, Ayres 2007.

 

Puoi scaricare la versione in lingua spagnola cliccando (Puedes descargar la version en español clicando) qui/aquì.

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Il presidente partigiano

E’ di questi istanti la notizia della rielezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica. Ancora una volta la politica italiana ha fallito l’appuntamento con la storia preferendo al cambiamento una scelta conservatrice e senza prospettive. Per farmi ancora più del male ho deciso di riproporre il discorso d’insediamento a Presidente della Repubblica di Sandro Pertini nel 1978. E’ un discorso che fa venire i brividi, intenso, che ricorda la dura lotta svolta dai partigiani per portare la democrazia in questo paese. Democrazia che oggi è messa a dura prova di fronte all’ennesimo inciucio tra centrodestra e centrosinistra. Pertini è morto nel 1990, la dignità di molti politici in questi giorni. Viva l’Italia.

Sandro-Pertini9 LUGLIO 1978.

“Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali, nella mia tormentata vita mi sono trovato più volte di fronte a situazioni difficili e le ho sempre affrontate con animo sereno, perché sapevo che sarei stato solo io a pagare, solo con la mia fede politica e con la mia coscienza.
Adesso, invece, so che le conseguenze di ogni mio atto si rifletteranno sullo Stato, sulla nazione intera. Da qui il mio doveroso proposito di osservare lealmente e scrupolosamente il giuramento di fedeltà alla Costituzione, pronunciato dinanzi a voi, rappresentanti del popolo sovrano. Dovrò essere il tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali dei cittadini. Dovrò difendere l’unità e l’indipendenza della nazione nel rispetto degli impegni internazionali e delle sue alleanze, liberamente contratte.
Dobbiamo prepararci ad inserire sempre più l’Italia nella comunità più vasta, che è l’Europa, avviata alla sua unificazione con il Parlamento europeo, che l’anno prossimo sarà eletto a suffragio diretto.
L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.
Ma dobbiamo operare perché, pur nel necessario e civile raffronto fra tutte le ideologie politiche, espressione di una vera democrazia, la concordia si realizzi nel nostro paese.
Farò quanto mi sarà possibile, senza tuttavia mai valicare i poteri tassativamente prescrittimi dalla Costituzione, perché l’unità nazionale, di cui la mia elezione è un’espressione, si consolidi, si rafforzi. Questa unità è necessaria, e se per disavventura si spezzasse, giorni tristi attenderebbero il nostro paese.
Non dimentichiamo, onorevoli deputati,, onorevoli senatori, signori delegati regionali, che se il nostro paese è riuscito a risalire dall’abisso in cui fu gettato dalla dittatura fascista e da una folle guerra, lo si deve anche e soprattutto all’unità nazionale realizzata allora da tutte le forze democratiche.
E’ con questa unità nazionale che tutte le riforme, cui aspira da anni la classe lavoratrice, potranno essere attuate. Questo è compito del Parlamento.
Bisogna sia assicurato il lavoro ad ogni cittadino. La disoccupazione è un male tremendo che porta anche alla disperazione. Questo, chi vi parla, può dire per personale esperienza acquisita quando in esilio ha dovuto fare l’operaio per vivere onestamente. La disoccupazione giovanile deve soprattutto preoccuparci, se non vogliamo che migliaia di giovani, privi di lavoro, diventino degli emarginati nella società, vadano alla deriva, e disperati, si facciano strumenti dei violenti o diventino succubi di corruttori senza scrupoli.
Bisogna risolvere il problema della casa, perché ogni famiglia possa avere una dimora dignitosa, dove poter trovare un sereno riposo dopo una giornata di duro lavoro.
Deve essere tutelata la salute di ogni cittadino, come prescrive la Costituzione.
Anche la scuola conosce una crisi che deve essere superata. L’istruzione deve essere davvero universale, accessibile a tutti, ai ricchi di intelligenza e di volontà di studiare, ma poveri di mezzi.
L’Italia ha bisogno di avanzare in tutti i campi del sapere, per reggere il confronto con le esigenze della nuova civiltà che si profila. Gli articoli della Carta costituzionale che si riferiscono all’insegnamento e alla promozione della cultura, della ricerca scientifica e tecnica, non possono essere disattesi. Il dettato costituzionale, che valorizza le autonomie locali e introduce le regioni, è stato attuato. Ne è derivata una vasta partecipazione popolare che deve essere incoraggiata.
Questo diciamo, perché vogliamo la libertà, riconquistata dopo lunga e dura lotta, si consolidi nel nostro paese. E vada la nostra fraterna solidarietà a quanti in ogni parte del mondo sono iniquamente perseguitati per le loro idee.
Certo noi abbiamo sempre considerato la libertà un bene prezioso, inalienabile. Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta, senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta. Ma se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata. Tuttavia essa diviene una fragile conquista e sarà pienamente goduta solo da una minoranza, se non riceverà il suo contenuto naturale che è la giustizia sociale. Ripeto quello che ho già detto in altre sedi: libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale. Di qui le riforme cui ho accennato poc’anzi. Ed è solo in questo modo che ogni italiano sentirà sua la Repubblica, la sentirà madre e non matrigna. Bisogna che la Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo venti anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione, e se così sarà oggi, ogni cittadino sarà pronto a difenderla contro chiunque tentasse di minacciarla con la violenza. Contro questa violenza nessun cedimento. Dobbiamo difendere la Repubblica con fermezza, costi quel che costi alla nostra persona.. Siamo decisi avversari della violenza, perché siamo strenui difensori della democrazia e della vita di ogni cittadino. Basta con questa violenza che turba il vivere civile del nostro popolo, basta con questa violenza consumata quasi ogni giorno contro pacifici cittadini e forze dell’ordine, cui va la nostra solidarietà.
Ed alla nostra mente si presenta la dolorosa immagine di un amico a noi tanto caro, di un uomo onesto, di un politico dal forte ingegno e dalla vasta cultura: Aldo Moro. Quale vuoto ha lasciato nel suo partito e in questa Assemblea! Se non fosse stato crudelmente assassinato, lui, non io, parlerebbe oggi da questo seggio a voi. Ci conforta la constatazione che il popolo italiano ha saputo prontamente reagire con compostezza democratica, ma anche con ferma decisione, a questi criminali atti di violenza. Ne prendano atto gli stranieri spesso non giusti nel giudicare il popolo italiano. Quale altro popolo saprebbe rispondere e resistere alla bufera di violenza scatenatesi sul nostro paese come ha saputo e sa rispondere il popolo italiano?
Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali invio alle forze armate il mio saluto caloroso. Esse oggi, secondo il dettato della Costituzione, hanno il solo nobilissimo compito di difendere i confini della patria se si tentasse di violarli. Noi siamo certi che i nostri soldati e i nostri ufficiali saprebbero con valore compiere questo alto dovere.
Il mio saluto deferente alla magistratura: dalla Corte costituzionale a tutti i magistrati ordinari e amministrativi cui incombe il peso prezioso e gravoso di difendere la vita altrui. Ma devono essere meglio apprezzate ed avere condizioni economiche più dignitose.
Vada il nostro riconoscente pensiero a tutti i connazionali che fuori delle nostre frontiere onorano l’Italia con il loro lavoro.
Rendo omaggio a tutti i miei predecessori per l’opera da loro svolta nel supremo interesse del paese. Il mio saluto al senatore Giovanni Leone, che oggi vive in amara solitudine.
Non posso, in ultimo, non ricordare i patrioti coi quali ho condiviso le galere del tribunale speciale, i rischi della lotta antifascista e della Resistenza. Non posso non ricordare che la mia coscienza di uomo libero si è formata alla scuola del movimento operaio di Savona e che si è rinvigorita guardando sempre ai luminosi esempi di Giacomo Matteotti, di Giovanni Amendola e Piero Gobetti, di Carlo Rosselli, di don Minzoni e di Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di carcere.
Ricordo questo con orgoglio, non per ridestare antichi risentimenti, perché sui risentimenti nulla di positivo si costruisce, né in morale, né in politica.
Ma da oggi io cesserò di essere uomo di parte. Intendo essere solo il Presidente della Repubblica di tutti gli italiani, fratello a tutti nell’amore di patria e nell’aspirazione costante alla libertà e alla giustizia. Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali, viva l’Italia!”

a cura di Francesco Lattanzi

*testo tratto dal sito centropertini.org
*immagine tratta da lindipendenza.com
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FEMMINISMO SU SCALA GLOBALE

Stesso effetto sia in Islam che in Italia?

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Questo che stiamo vivendo è un periodo di grande fervore per quanto riguarda il movimento di attiviste Femen. Recentemente, le attiviste del “Sextremism”, come loro stesse lo definiscono, hanno organizzato un evento a livello globale. Si tratta dell’International Topless Jihad Day indetto il 4 aprile, in cui, in ogni parte del mondo, le donne sostenitrici del movimento hanno protestato a seno nudo di fronte all’ambasciata tunisina della propria città, chiedendo libertà per Amina.

Amina Tyler è una ragazza tunisina di 19 anni che, non molto tempo fa, ha destato grande scandalo a causa di una sua foto postata su Facebook per sostenere la causa Femen; nell’immagine, la ragazza era in topless e aveva tatuata sul corpo la scritta: “il mio corpo mi appartiene e non rappresenta l’onore di nessuno”. Per questo, si è accesa grande ostilità da parte degli integralisti islamici e, in particolare, il predicatore Adel Almi ha lanciato contro la giovane attivista una fatwa, in cui ordinava le punizioni da infliggere ad Amina: 10 frustate e la lapidazione «finché morte non sopraggiunga». Una fatwa è un responso giuridico riguardante questioni di diritto o di morale appartenenti al mondo islamico; in certi casi, il termine è stato erroneamente identificato con la condanna a morte da parte di esponenti del mondo musulmano, ma questo è solo uno dei significati attribuibili al lemma. E’ importante sottolineare un ulteriore aspetto di questo tipo di sentenza: la mancanza di esecutorietà, per cui dopo la sua emissione non è necessario che sia applicata nella pratica.

A seguito della pubblicazione della foto di Amina, la ragazza è divenuta irrintracciabile e le Femen si sono preoccupate per le sorti della giovane tunisina, temendola morta o rinchiusa in un ospedale psichiatrico. Per questo è nata la campagna “Free Amina” e il 4 aprile c’è stato il Topless Jihad Day. Una delle conseguenze di queste iniziative è stato l’attacco hacker al sito Femen.org, indirizzo web ufficiale del movimento, in cui sono stati pubblicati insulti molto pesanti come: «Sporche maiale, venite in Tunisia! Vi taglieremo il seno e lo daremo da mangiare ai nostri cani!». Chiaramente, l’atmosfera è divenuta molto pesante, soprattutto mentre Amina era scomparsa e non era da escludere l’ipotesi che fosse stata uccisa.

Solo il 12 aprile è stata resa pubblica un’intervista dalla tv francese Canal Plus rilasciata dalla 19enne tunisina, che fortunatamente è viva e, molto provata, racconta che per ragioni di sicurezza non può tornare a scuola e si vede costretta a dover lasciare la Tunisia. Afferma anche di ritenersi contraria alle dimostrazioni pubbliche attuate da parte delle Femen in opposizione alla religione musulmana, durante le quali, le attiviste hanno bruciato dei simboli islamici dinanzi ad alcune moschee e hanno insultato i musulmani in toto, anche se continua a sostenere l’organizzazione, definendo le donne del movimento delle «vere femministe».

Tirando le somme, non è facile prendere una posizione netta nei confronti del gruppo Femen; invece, si rivela molto più facile e naturale dimostrare ammirazione per tutte le donne che, pur vivendo in paesi islamici e che opprimono maggiormente la libertà della donna, come la Tunisia di Amina, trovano il coraggio di mostrarsi a seno nudo e col volto scoperto. In quel genere di cultura, ha senso effettuare una protesta che si può definire “femminista” (se notate, è la prima volta che utilizzo questo termine nel testo) contro una morale cristallizzata in principi che ledono gravemente la libertà del mondo femminile, il quale si vede costretto a non poter mostrare il volto, il proprio corpo, e che non può esprimersi liberamente come in tante altre parti del globo.
Il loro nudo pubblico è coraggio.

Non voglio nemmeno sostenere che altre aree geografiche, compreso quello che normalmente si ritiene il mondo “civilizzato”, siano esenti dal maschilismo e non occorra la necessità dell’azione di tutte le donne che, insieme, cerchino di combatterlo con tutte le loro forze.
Le domande che vorrei suscitare sono: l’organizzazione Femen nella sua totalità sembra proporre qualcosa di concreto per cambiare lo status quo? Mostrarsi a seno nudo è qualcosa che può combattere il maschilismo e la concezione della donna come oggetto? In paesi come l’Italia, in cui si vedono tutti i giorni donne svestite (in spot pubblicitari, programmi televisivi, ecc), urlare a seno nudo è una vera forma di protesta?
Personalmente, come donna, ritengo che il proponimento quotidiano del nudo femminile in tutte le salse sia divenuto nauseabondo.
Andare in piazza nuda, non è più trasgressione, non è più dissacrante, anzi, al contrario, è fin troppo facile agire così nel nostro contesto. Si rischia quindi di cadere nell’effetto opposto a quello desiderato dal femminismo.

Nel 1968 una giovane donna in minigonna che, magari, fumava anche una sigaretta, destava stupore, costituiva una provocazione e dimostrava che, al di là di ogni moralismo, era lei a decidere cosa fare del proprio corpo e del proprio del look.
Prendendo spunto dalla questione, sempre portando avanti anche la battaglia a sostegno di Amina e delle donne oppresse dal mondo musulmano, e non solo, è rilevante rifocalizzare l’attenzione su quello che definisco “sano femminismo”, quello per cui ci si accorge e ci si indigna di quanto spesso sia negativa l’immagine della donna che ci viene proposta dai media e della poca importanza che viene data a livello istituzionale alle donne.
Quel femminismo che si ribella ai falsi miti delle quote rosa e dell’emancipazione che tante giovani ragazze credano consista solo nell’immagine, confondendo “svestita” per “disinibita”, che è tutt’altra cosa, per effetto della cultura che si è diffusa e radicata anche grazie alle reti televisive, pubbliche e private.

Con questo, non voglio condannare assolutamente il mondo Femen. Confesso, anzi, che è stato  molto emozionante vedere come cresceva il sostegno per Amina in tutto il mondo, vedendo il sito di Femen pubblicare numerose foto ogni giorno di donne di vari paesi e di tutte le età che concedevano il loro décolleté per attirare l’attenzione mediatica sulla scomparsa della ragazza.
In ultimo, ribadisco la stima per le donne islamiche che si oppongono ferventemente al modello culturale che le affligge e le disonora ogni giorno, anche mostrando il seno al mondo, perché il loro atto, contestualizzato nello spazio-tempo in cui vivono, è eroico.

a cura di Letizia Caligiana

*immagine liberamente tratta da femen.org
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il respiro del drago

Titolo: il respiro del drago. Autore: Betti Failla

Titolo: il respiro del drago.
Autore: Betti Failla

Rinaldo e Rollo, ecco le rose.
Fioriranno.
Ora più che mai.
Ora che non temono l’inverno né le ingiurie degli umani.
Rinaldo, l’amico valsusino, l’uomo di lungo pelo e di corte parole, se n’è sceso dalla scaletta della sua casa per non tornarvi più.
È morto in ospedale a Susa.
Riposa nel cimitero di Bussoleno.
Rollo, il cane fratello, il protettore della borgata, mi ha leccato la mano prima dell’inverno, poi è stato forzosamente trasferito lontano dai suoi sogni, in una casa in basso, con gente di città.
Non ha più annusato odori di capre, né più si è sdraiato davanti al mio ciabotto.
Là, dove la montagna cessa, il mio amico cane, Rollo dal grande cuore, si è sentito in prigione.
Ha tentato la fuga ed il ritorno a casa.
Due volte si è messo in strada.
La seconda gli è stata fatale.
Un’automobile lo ha ucciso.
So di sicuro, lo sento nei miei nervi, che i due amici, insieme, non abbandoneranno la borgata. Adesso ha due nuovi spiriti protettori. Cercheranno di salvarla dall’invadenza tossica che sale dal basso, cercheranno di preservare la magìa che emana dai boschi, dalle pietre e dalla lingua antica.
La battaglia sarà dura ma i due sono combattenti.
Non molleranno.
A Rinaldo e Rollo dedico i miei racconti, chiedendo ai lettori ed agli ascoltatori di far silenzio, per udire ancora la parlata piemontese di Rinaldo e l’uggiolìo di Rollo, l’uno avanti e l’altro dietro, per i sentieri che salgono al Rocciamelone.

Il testo pubblicato è la sola introduzione del racconto, l’intero testo è scaricabile al seguente link:

Il respiro del drago

Scritto da Gianni Milano

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PENSIERO POSITIVO

albero GaravelloSono a Madrid. Oggi mi trovo da Starbucks e non in qualche bar di Malasana di quelli stra-originali!

Non sono un amante delle grandi catene di distribuzione, né tanto meno dell’economia globalizzata, ma qualche volta un’eccezione si può fare. Proprio leggendo l’articolo che ho qui davanti de ‘El Pais Semanal Extra’ in lingua inglese (El pais in lingua inglese.. bah!) fornitomi da Giulia, che ringrazio, trovo la frase che mi redime dal ‘peccatuccio’ e  mi spinge a scrivervi. Tralascio ciò che non và e mi concentro sul lato POSITIVO.

 Leggo, che un importante passo da compiere è (pre)occuparsi delle cose POSITIVE.  Bella novità! Mi risponderete voi. Ultimamente infatti sempre più spesso sentiamo, leggiamo o guardiamo messaggi di questo tipo. Ritengo sensato ragionare su (ed eventualmente giudicare) ciò che non và nel mio Paese o all’estero maturando uno spirito critico che mi accompagni per il resto della vita. E così ho fatto finora; però con la mia amica e grande amante del pensiero, della mente umana e del cuore Eleonora Angelelli, che ringrazio, ho cominciato da tempo a focalizzare la mia attenzione su ciò che funziona,  cercando di spostare in secondo piano ciò, che NON funziona. Cosa affatto facile!

In effetti il suo insegnamento è ribadito in questo articolo, dove Valentin Fuster ci dice ”I could talk non-stop about the disaster in Spain. But we can just as well pause for a few minutes to see if something is working”. Fuster è un cardiologo che sta scrivendo ”The motivation circle” e ci sottolinea l’importanza, per aumentare il nostro benessere personale, di dare maggiore attenzione alle cose POSITIVE che ci accadono intorno e ci interessano. INTORNO a noi, non solo IN noi… Per saperne di più riguardo gli effetti salutari del pensiero POSITIVO, rimando a Luis Chiozza e Lazslo per quanto riguardo le capacità della mente di influire sulle patologie umane; consiglio Maturana, Varela e F. Capra per gli aspetti economico-sociali. Infine per letture meno impegnative ma dal contenuto ad alto valore consiglio di dare un’occhiata a Lovetellers.com di Eleonora Angelelli.

 Cominciamo a concentrarci su ciò che va bene e ciò che ci piace. Facciamo noi per primi qualcosa per migliorare ciò che non ci piace. Le istituzioni hanno una grande responsabilità nei confronti dei propri cittadini, un primo passo da parte loro sarebbe gradito, ma, considerato chi ricopre certi incarichi non mi sorprende che l’iniziativa partirà da persone come Giulia, Eleonora, Daniele, Simone, Michele, Mara, Andrea, Fausto, Danila, Francesco, Marta, Franco, Lorenzo, Valentina, Giuseppe, Michela, Chiara, Piergiorgio, Carmen, Matteo, Monica, Emiliano, Sara, Enrico, Arianna, Paolo, Sofia, Jessica, Martina, Riccardo…..

A cura di Damiano Carissimi

*immagine liberamente tratta da www.ossicella.it/pittori/garavello
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Di due universi paralleli ma non troppo

i_amsterdam_by_pink_pony-d32175iSuccede poi che ti ritrovi seduto su una panchina a Rembrandtplein a guardare con attenzione una piccola bustina trasparente con dentro così tanta marijuana che in Italia rischieresti qualche mesetto di carcere. E’ un venerdì pomeriggio di un febbraio qualunque, e attorno a te la vita della città sembra scorrere distratta, incurante del tuo piccolo tesoro. A pochi metri da te c’è una bambina che lecca il suo gelato alla vaniglia tenendo per mano la madre, giovane olandese in carriera e tacchi alti mentre dall’altra parte della strada una prostituta fuma una sigaretta parlando al telefono, seminuda nel caldo della sua vetrina. C’è la solita frotta di turisti tedeschi (immancabili come il barista catanese che, sicuro dietro la sua supposta barriera linguistica, risponde al tuo “Have you got any vanilla muffin left?” con un risentito “Ma che minchia vuole questo da me?”) che fruga tra i banchi di un negozietto di souvenirs dove si posso acquistare zoccoli di legno, calamite a forma di pene o vagina, maglie del Red Light District e gli immancabili “seeds”, e c’è il chioschetto di frikandel, una strana salsiccia strafritta che da più dipendenza di qualsiasi droga.

C’è tutto, ad Amsterdam, tutto e il suo contrario, la nemesi e l’antitesi, ma ciò che si fa sentire di più è quello che manca: un senso, un ordine mentale che giustifichi l’accostamento negoziodicaramelle-coffeeshop-ristorantecinese-sexyshop nel giro di pochi metri, in un vortice di indifferenza che per te, cresciuto ed educato nella morigeratissima terra del Papa, è fonte di vertigine ed alienazione.

Alienazione e spiazzamento che lasciano però in poco tempo il posto al disinteresse, come se venissi anche tu risucchiato in quella para-realtà fatta di facce interdette quando domandi loro come mai non siano sempre “fatti”, avendo così tante droghe disponibili. E ancora più spiazzante è il modo in cui quelle facce ti rispondono: “In Italia l’alcol è legale, ma non credo voi andiate in giro sempre ubriachi!”

Perchè è vero, il sogno amsterdamita, quella immagine di capitale delle libertà, avamposto hippie del terzo millennio, altro non è che una proiezione, un’impresa di marketing turistico per una città che in fondo offre ciò che offre qualsiasi altro posto al mondo. Ma lo espone in vetrina.

E allora succede che, ironia a parte, i musei li vai a vedere davvero, e ti piacciono pure, succede che vai a festeggiare il tuo compleanno nella più famosa discoteca d’Olanda e scopri che è poco più grande del tuo tanto amato Estragon e ti annoi pure un po’, succede che ti fermi a guardare i canali e le case galleggianti, e non ti interessi del millesimo coffe shop che incontri (succede anche che vieni attaccato in camera tua da quadri demoniaci, ventilatori robotici e serpenti che cadono dal tetto, ma quella è un’altra storia), succede che ti accorgi che sei solo in un’altra città, bella, bellissima, ma nulla di più.

Succede poi che rientri in Italia e non hai nemmeno il tempo di atterrare a Malpensa che il tuo vicino di sedile iPad-munito ti informa che Berlusconi ha ottenuto il 29% alle elezioni, e allora vorresti chiedere al pilota di ridecollare, riattraversare quel varco dimensionale che ti riporterà in quella sub-realtà luccicosa e alientante dove sguazzare nel mare del disinteresse.

Perchè, in fondo, è vero: I AM-sterdam.

 a cura di Matteo Cavagnacchi

*Immagine tratta da http://pink-pony.deviantart.com/art/I-AMsterdam-184813686
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