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Valentine

“Tanto è inutile guardare l’orizzonte

quando la rosa dei venti è la risposta che non soffia,

meglio disertare l’appuntamento con il vago

e rubare una bussola dal portafogli del Fato”

Guardandosi intorno, quasi a tentar di scrutare utili informazioni per comprendere ciò che si cela dentro, ma non basta osservare gli eventi per riassumere la storia che scorre nel silenzio, come bobina infinita di una biografia ancora da scrivere.

A nulla serve divenire critici se poi ci si dedica al gossip che l’umano concede attraverso la sua superficiale velleità.

Occorre il coraggio di abiurare ogni aspettativa incatenata nel certo, ogni sicurezza che si trasforma in prigione, ogni luogo comune portatore sano di omologazione.

Andare alla ricerca di un altro sé

fino a perdersi tra le proprie impronte,

fino a perdersi nel proprio riflesso.

Ovunque, oltre uno specchio magico in cui Alice finge d’esser bianconiglio.

Ovunque, laddove c’è abbastanza coraggio per esser consci del rischio.

Ovunque, nonostante la rincorsa sia un mezzo mascherato da raggiungimento.

Errante è colui che vaga, senza percezione di un dove definito, fuggendo tra le perfezioni del cosmo e le strane consapevolezze di potersi baciar da solo.

L’azzardo consiglia di pretendere una scelta, la necessità implica quella scelta stessa, rendendo reale la più eterea speranza, quella del chiedersi: <<Chi sono?>>, sapendo già che ogni risposta sarebbe troppo tardiva nell’istante successivo al contatto tra pensiero e parola, tra certezza ed oralità, tra sincerità e sincerità, tra coerenza e trasformazione.

In un Nessuno possono celarsi più Iscariota,

ed allora perché

chi si considera un Qualcuno non azzarda

a tradirsi per rinascere?

A nulla serve la Bellezza se essa si sottrae al dovere di vendere la pelle a caro prezzo, acconsentendo a barattarla per qualche spicciolo di diritto poetico.

Allora tanto vale comprare l’ennesima realtà al mercatino dell’usato, pretendendo però che essa porti ancora addosso un’etichetta già firmata da qualcun altro.

[Garçon, vorrei ordinare un calice d’inchiostro

ed un cuore al sangue per sfamare questo fottutissimo ego].

portrait

Egli non giunge,

zoppicante divoratore di romantiche distese,

adagiando ogni impronta sul velo della cecità

fin dove l’occhio permea il lusso della realtà:

scarabocchiata, l’immagine

nell’idea di una qualsivoglia fuga,

incentivata, nel movente

la giustificazione d’ogni abbandono:

Egli prosegue,

nel durante dell’inibizione metropolitana,

confondendo bisogno con opera di misericordia

dimenticandosi che il bere è vizio antico di un clochard:

dedito alla volontà di sbiadire

per non incappare nel rischio di morire a breve,

vestito di stracci,

figlio strabico della madre menzogna,

erra, declamando versi, trascinando gli arti della luna

per poi cadere a terra senz’alcuna dignità:

ogni giorno l’ennesima lusinga,

la totale mancanza di sincera umiltà,

tanto il sole nasconde il diritto della malinconia

riscaldando il pasto, di quell’animale a sangue freddo:

giacca perfettamente lurida, scarpe logore,

un libro soffoca nella tasca dei jeans,

una storia respira in rimembranze di sedute,

le monete cadono dagli occhi, le chiavi aprono gli specchi,

mentre la devozione è concessa alla bellezza

distesa sull’altare dell’infinita attesa

e tra le fiamme l’orizzonte si intravede

solo se lo sguardo concede spazio alla propria firma:

in ogni istante il luogo si disperde

tralasciando gli indizi abbandonati dalle unghie,

come se il caldo ventre d’apparenza

fosse ristoro per l’eco del cinismo:

giungerà fin lì, nell’estetica ideale della decadenza

ove ci si maschera per divorare tutto

fino a vomitare vuoto e riempirsi di silenzi,

dimorerà lì dentro, nell’eleganza estrema della verginità

ove ci si traveste per fingersi pentiti

e l’isterico di turno è l’emblema del buon gusto:

quanto ancora dovrà evadere

prima di iscriversi all’albo dei Maestri?

da dove nascerà il sol dell’avvenire

se un occhio è di vetro e l’altro già dormiente?

ecco che appare, nel disincanto

l’Eremita che soffoca nei sogni:

le sue labbra sembrano d’avorio, le sue zanne sporche di saliva,

eppure, nel suo ventre, tutti s’intendono a vicenda:

Lui e l’Altro, Egli e Nessuno:

Padre, Figlio: trema: nella paura di sentirsi prigioniero

messo sotto scacco dalla casualità delle sue azioni,

quasi ogni sua mossa fosse l’intima speranza

d’essere ignorato dalle proprie impronte,

ma non sempre il servo comprenderà l’imposizione

d’esser schiavizzato dal padrone che c’è in lui:

per quanto ancora il tempo si maschererà da attesa

di un qualcosa che il passato trasformerà in pretesa?

Valentine, ballerà una polka col re dei miserabili

per poi gustare il pasto concesso ai perdenti,

acconsentendo a non chiedersi perdono

assecondando le richieste di aiuto:

per quanto ancora continuerà a perdersi

                ritrovandosi ogni volta sotto l’ombra di quel salice?

dove troverà gli abiti adatti

                per andare al party organizzato dagli angeli caduti?

lontano da occhi indiscreti, adagiandosi sul manto di un pittoresco pathos,

Egli sorseggia il suo the, dal palmo della mano che nasconde lo specchio:

c’è la linea che si spezza e l’altra che prosegue,

l’asso che scompare mentre il jolly lo insegue,

ma il futuro si nasconde nella storia tramandata

luogo etereo in cui ogni Tale può sentirsi Profeta:

Valentine si cela tra il progredire e l’arrestare:

al giorno l’elemosina, al buio il diritto del sognare:

cosicché potrà essere, senza divenire,

cosicché potrà succedere, di perdersi di nuovo:

Valentine osserva, su quel palmo

per scrutare

una qualche devozione da poter contrabbandare,

mentre la voce, assente, affoga in una pozza d’assenzio

mentre il silenzio zoppica, per venire incontro alla preghiera:

Egli sarà eco, nutrendo la colpevolezza,

e la pace il suo fardello, da dover tenere a bada:

Chi mi darà,

di nuovo,

un qualche cosa in cui sperare?

di Chi sarà quel,

nuovo,

cuore a cui mentire?

Valentine: in nome, il riflesso, in dejavù…

l’azzardo di ogni baro

nel ventre vergine della vigliaccheria

quando, nel proseguir di notte,

tutto si ferma,

ma niente scompare…

[ora sapete Chi sarà il donatore

                a cui elemosinare un pò d’avvenire:

ora saprà Chi liberare

                scambiando uno schiavo con un carceriere].

a cura di Leonardo Selvetti

* Foto di Lee Jeffries
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