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Lingue e cervello

Maksuti-2014-02-12-Lingue_e_cervelloQuali sono i meccanismi che ci permettono di imparare una nuova lingua? Perché alcune persone riescono ad apprendere il nuovo idioma molto più velocemente di altre? Cosa succede nel cervello di un bilingue? Queste sono solo alcune delle domande che affascinano molti ricercatori nel mondo delle neuroscienze. Rispondere a questi quesiti, oltre a saziare la nostra curiosità, potrebbe servirci a capire qual è il modo più efficace per apprendere una lingua… o magari se è il caso di arrenderci ancora prima di cominciare. Studiare un sistema così complesso come il nostro cervello è sicuramente uno dei compiti più ardui che ci siamo assegnati ed è forse ingenuo credere di poter impacchettare nei nostri modelli semplificati il funzionamento di una rete costituita da circa 1011 neuroni [1], ognuno delle quali può connettersi agli altri attraverso 104 sinapsi. Ma questo non deve dissuaderci dal cercare di ampliare la nostra conoscenza e fare buon uso dei risultati che la ricerca produce. Ci possiamo armare di microscopio ed osservare la struttura del singolo neurone o magari sfruttare le creative scoperte dell’ingegneria come l’elettroencefalogramma (EEG) o la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e sbirciare il cervello direttamente in funzione. L’EEG consente di ottenere informazioni sull’attività elettrica del cervello, aiutandoci a capire ad esempio quando il cervello percepisce un certo stimolo, mentre la fMRI fornisce una misura indiretta del consumo di ossigeno nelle varie zone cerebrali, aiutandoci a capire dove avviene l’attivazione. Grazie a questi strumenti e alle notti in bianco di molti ricercatori siamo riusciti a capire, per esempio, che i bambini riescono ad apprendere le lingue con più facilità degli adulti poichè nei primi anni di vita il numero di sinapsi nel cervello aumenta significativamente, per poi stabilizzarsi superati gli 8 anni di età. Questo fa sì che, nel bambino, nuove sinapsi possono essere dedicate alla nuova lingua, senza creare sovrapposizioni con la lingua madre. Degli studiosi dell’università di Lund in Svezia hanno osservato addirittura una crescita fisica del cervello durante l’apprendimento di una lingua straniera [2].

Un adulto invece deve far uso delle sinapsi che sono già presenti nel suo cervello ed adattare la nuova lingua ad esse. Una diretta conseguenza è per esempio che un adulto ha bisogno di regole grammaticali e sintattiche per poter apprendere la nuova lingua mentre un bambino riesce ad imparare le nuove espressioni senza dover tradurre o ricorrere a paralleli con la lingua madre.

Un fenomeno curioso è quello che possiamo chiamare camaleontismo del poliglotta [3]. Questa teoria suggerisce che la personalità del poliglotta cambi a seconda della lingua in cui si esprime. Chi parla più lingue si sente solitamente più sicuro in un idioma che l’altro, pertanto quando torna a parlare la lingua madre acquista più sicurezza e scioltezza. Inoltre, la struttura stessa della lingua può modificare il modo in cui si pensa ed in cui ci si esprime. Chi conosce più lingue sa bene che non è sempre possibile tradurre direttamente da una lingua all’altra e che delle espressioni semplicemente non esistono in tutte le lingue.

Sono diventata bilingue a 5 anni. A quell’età mi ci sono voluti qualche disegno e un po’ di gesti buffi delle mie amichette dell’asilo per imparare ad esprimermi nella lingua di Dante in soli 6 mesi. Magari non proprio come lui. In poco tempo la nuova lingua è diventata la mia lingua, quella in cui riesco ad esprimermi al meglio e che mi fa sentire spavalda e sicura come il camaleonte che ha deciso di sfoggiare il suo colore preferito senza, per una volta, mimetizzarsi. Il fatto di avere entrambi i genitori interpreti, la biblioteca del salotto piena di dizionari e una mamma che potrebbe parlare dei vari ceppi linguistici europei per ore, non ha contribuito a farmi avvicinare alle lingue, anzi, io volevo fare tutt’altro. Prima la pediatra e poi l’ingegnere biomedico. Era divertente però vedere la faccia dei miei amici quando per la prima volta mi sentivano parlare quella lingua strana e sconosciuta al telefono. Dopo tutto ero contenta di conoscere due lingue, senza aver fatto particolare fatica.

In Italia il fatto di conoscere più lingue, oltre a non essere comune, non viene socialmente riconosciuto come un valore particolare. Ad oggi, 6 italiani su 10 hanno dichiarato di sapersi esprimere in una sola lingua [3]. Questo è dovuto principalmente al fatto che non siamo mai esposti ad altre lingue, in alcun modo. Internet sta lentamente cambiando la situazione. Qualche anno fa non avrei mai pensato che le lingue avrebbero potuto interessare anche me. La mia mente razionale mi diceva che dopotutto una nuova lingua non era altro che la stessa informazione detta in un altro modo. Pertanto preferivo sfruttare le mie sinapsi per poter apprendere altre nuove informazioni. Molte cose sono cambiate da allora. Ad un certo punto si è fatta sentire la necessità di imparare l’inglese, seriamente. È stato principalmente questo a spingermi ad andare in Erasmus, in Svezia (lo so che è una scelta curiosa). Detto fatto, in Svezia ci sono andata, tornata e rimasta. L’inglese l’ho imparato e, siccome ci ho preso gusto, ho imparato anche lo svedese. Giusto per aggiungere alla lista un’altra lingua particolarmente diffusa, dopo la mia prima lingua, l’albanese. Tutta la teoria sulle lingue come informazione ridondante è svanita lasciando spazio all’idea che l’unico modo per capire a fondo un’altra cultura è proprio quello di imparare come si comunica in quella cultura, quali parole bizzarre si sono inventanti per esprimere concetti che in italiano richiederebbero una frase intera. Ad esempio il solo verbo “hinna” in svedese significa “riuscire a fare in tempo a fare una certa attività”.

Che fatica però! A 24 anni le mie sinapsi erano belle che formate (viva la grammatica e la sintassi!), per non parlare del mio apparato fonatorio (provate a pronunciare le vocali svedesi ö,ä,å). Il risultato è che ora sono una camaleonte dai quattro colori e personalità. In particolare lo svedese mi ha aiutato a diventare più riflessiva, meno impulsiva e a filtrare via il superfluo (per carenza di vocaboli forse?!). Ma tutto torna, con un’aggiunta di sicurezza e spavalderia quando ho l’occasione di parlare di nuovo in italiano.

Morale della favola: viaggiate, imparate, osate fare errori e rendervi ridicoli! Non ci sono scuse, se non avete tempo o denaro, per il momento, scaricatevi le app “duolingo” e “babbel” e preparate il territorio.

a cura di Elira Maksuti

[1] Williams, R. W., & Herrup, K. (1988). The control of neuron number. Annual review of neuroscience, 11(1), 423–453. [full-text at nervenet.org]

[2] Johan Mårtensson, Johan Eriksson, Nils Christian Bodammer, Magnus Lindgren, Mikael Johansson, Lars Nyberg, Martin Lövdén. Growth of language-related brain areas after foreign language learning. NeuroImage, 2012; 63 (1): 240 DOI: 10.1016/j.neuroimage.2012.06.043

[3] http://www.repubblica.it/scienze/2013/11/07/news/se_parlo_un_altra_lingua_cambio_personalit-70345006/

[4] http://www.euractiv.it/it/news/sociale/5570-eurobarometro-lingue-straniere-6-italiani-su-10-non-le-parlano.html

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