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Barba Gianni Racconta

immagine di Marco Bailone

immagine di Marco Bailone

“Cade la piuma, cade la piuma,

cade la piuma e vola via,

l’uccellino, in compagnia

della mamma e del papà.

Cade la piuma e se ne va.”

 

Stava iniziando l’autunno e le foglie degli alberi cambiavano colore.
Alcune diventavano di fuoco, altre d’oro, altre, stanche, rinchiudevano le braccia e attendevano di cadere a terra, dondolandosi nel vento.
Sentì la canzone provenire dal bosco. Due voci la intonavano.
Curioso, cercò di capire chi fossero i cantori, in autunno, sulla montagna, mentre le capre si ritiravano nella stalla e le nuvole toglievano luce al cielo.
Sotto il sentiero che attraversava il bosco, seduti per terra, mano nella mano, alle radici del vecchio castagno, c’erano due Silvani.
“Buon pomeriggio”, disse, “e complimenti per la canzone”.
I due Silvani si voltarono di scatto, un poco intimoriti, ma subito sorrisero, come bambini.
“Sono barba Pino del Vecchio Mulino e lei è magna Neta della Scuoletta. Buon pomeriggio a voi. Possiamo sapere chi siete?”, chiese barba Pino.
“Sono barba Gianni che va e che viene”, rispose.
Fu così che incominciò la loro amicizia.
Fu così che ci regalarono le loro piccole storie.

Il testo pubblicato è la sola introduzione del racconto, l’intero testo è scaricabile al seguente link:

Barba Gianni Racconta

Scritto da Gianni Milano

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il respiro del drago

Titolo: il respiro del drago. Autore: Betti Failla

Titolo: il respiro del drago.
Autore: Betti Failla

Rinaldo e Rollo, ecco le rose.
Fioriranno.
Ora più che mai.
Ora che non temono l’inverno né le ingiurie degli umani.
Rinaldo, l’amico valsusino, l’uomo di lungo pelo e di corte parole, se n’è sceso dalla scaletta della sua casa per non tornarvi più.
È morto in ospedale a Susa.
Riposa nel cimitero di Bussoleno.
Rollo, il cane fratello, il protettore della borgata, mi ha leccato la mano prima dell’inverno, poi è stato forzosamente trasferito lontano dai suoi sogni, in una casa in basso, con gente di città.
Non ha più annusato odori di capre, né più si è sdraiato davanti al mio ciabotto.
Là, dove la montagna cessa, il mio amico cane, Rollo dal grande cuore, si è sentito in prigione.
Ha tentato la fuga ed il ritorno a casa.
Due volte si è messo in strada.
La seconda gli è stata fatale.
Un’automobile lo ha ucciso.
So di sicuro, lo sento nei miei nervi, che i due amici, insieme, non abbandoneranno la borgata. Adesso ha due nuovi spiriti protettori. Cercheranno di salvarla dall’invadenza tossica che sale dal basso, cercheranno di preservare la magìa che emana dai boschi, dalle pietre e dalla lingua antica.
La battaglia sarà dura ma i due sono combattenti.
Non molleranno.
A Rinaldo e Rollo dedico i miei racconti, chiedendo ai lettori ed agli ascoltatori di far silenzio, per udire ancora la parlata piemontese di Rinaldo e l’uggiolìo di Rollo, l’uno avanti e l’altro dietro, per i sentieri che salgono al Rocciamelone.

Il testo pubblicato è la sola introduzione del racconto, l’intero testo è scaricabile al seguente link:

Il respiro del drago

Scritto da Gianni Milano

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Cammina Buddha, cammina!

“Colui che non distribuisce ciò che ha ammassato,
avrebbe un bel meditare, rimarrebbe senza virtù.
Colui che non trae la propria contentezza da se stesso,
accumula solo per arricchire gli altri.
Colui che non signoreggia il demone dell’ambizione,
non trova che rovine e conflitti nel suo desiderio di gloria.”

(Vita di Milarepa – Adelphi, Milano 1966)

Anche se noi stiamo fermi ed inerti, la Terra continua a girare ed il firmamento muta d’aspetto. La nostra persona è instabile frutto di interconnessioni mutevoli ed il tempo è un tapis roulant che ci modifica costantemente. Non ha, quindi, molto senso il ripiegarsi su se stessi, in una rituale ripetizione che rischia di scivolare nelle abitudini, nelle coazioni a ripetere. L’invito rivolto a ciascuno di noi che è, intrinsecamente, Buddha, a camminare, suona come incoraggiamento a porsi sulla strada, avendo come meta ciascun istante e ciascun luogo. Credo che ogni gesto ‘santo’ inviti un fiore a germogliare, là dove il piede si è posato. Lo sapevano i nostri vecchi, contadini, che ci spingevano rudemente fuori dalla porta, stimolandoci al cammino. Poiché chi non fluisce vive nell’inganno.

Nel mio vagabondare, lento, con molte soste e molti incontri, ho potuto constatare come esista, indefinito, un popolo giovane, che ha in sé la spinta al Dharma, vissuto inconsapevolmente, ogni giorno, come fa il filo d’erba che cresce dalla terra. Intorno a questi trepidi camminanti si ergono strutture massicce, violente e impenetrabili, che producono dolore ed ignoranza, ma se ci si fa piccoli si trova un pertugio, sempre, per superare gli ostacoli, per arrivare al valico e discendere nella valle. Questi giovani, d’età o di spirito, chiedono di fare, di essere nelle realtà. Chiedono un fare nonviolento, comunitario, solidale e gioioso. Si mettono in rotta di collisione con i carri armati, con la potenza del denaro, con l’arroganza istituzionale. Si preoccupano delle creature che soffrono, degli animali sterminati, delle foreste decimate, della Terra intossicata. Piantano tende ora qua ed ora là, per parlarsi, per scoprire una fratellanza, per far fluire energia dall’uno all’altro. Chiedono d’essere istruiti e accolti. Testimoniano in prima persona la speranza. Non desiderano essere inquadrati e per questo evitano le religioni dogmatiche alle quali si chiede di rendere ossequio. Ignorare questo pullulare di vita può significare che il Buddhismo, qui ed ora, non si ossigena, “non distribuisce ciò che ha ammassato”, non assume i colori ed i calori della gente in cammino.

Quando lessi per la prima volta il Kim di Kipling rimasi colpito dalla figura del lama tibetano, che andava alla ricerca del Fiume salvatore, e dalla strada, dal pellegrinaggio. Kipling illustrava la molteplicità umana che formicolava sulle grandi vie dell’India e ben esprimeva la sofferenza di cui ogni creatura era impastata. Il monaco camminava, le creature umane ed animali camminavano, il tempo camminava. Ognuno realizzava il suo pellegrinaggio, a piedi o su carri. Qualsiasi tratto di strada era occasione di benedizioni. Nel romanzo di Kipling si viene a sapere che fu il Fiume a porsi, scorrendo, ai piedi del monaco stanco. Giunto il tempo, l’opera fu compiuta: lontano dai monasteri del Tibet e dalle nevi himalajane, in mezzo al chiasso, al movimento ed al calore dell’India. Conosco giovani, cresciuti nella cultura occidentale, che frequentano l’università o lavorano, soli nella loro ansia, nell’aspettativa di pace. Frugano il mondo come cani da tartufi. Cercano la pista. Praticano pellegrinaggi. La loro ricerca è buona e povera. Ignorano le dottrine, seguono un dharma naturale. Credo che i messaggi siano nell’aria e si impregnino dei dolori quotidiani delle creature. Penso che i messaggi si rendano maggiormente visibili nel momento in cui avviene un coinvolgimento operativo e divengano annunci positivi, comprensibili e fruibili, fuori di schema e liturgia. Per questo motivo invito i buddhisti a seminare i percorsi con bandiere di preghiera, ad insegnare come far muovere la ruota, ad offrire strumenti per la convivenza, per l’interconnessione. Nella quotidianità degli atti e dei detti, nella compassione e nell’ascolto, nella condivisione attiva percorro il Grande Sentiero ed offro ospitalità, ricambiato in ricchezza spirituale e psichica, a coloro che vanno. Scrissi: “Quando ci si mette per sentieri, o prima o poi ci si incontra”.

La malattia dell’Io, chiuso nella sua torre, è rinfocolata dalla mancanza di dialogo, dall’assenza di incontri. Scendere per strada, con i più giovani, con gli imprevedibili e non conformisti (il divenire Buddha da parte di Siddharta non fu un atto di totale anticonformismo?), per spartire assieme voglia di cambiare e pane, compassione ed opere, sembra a me, aduso alla schiettezza della gente di montagna, un modo di spargere il seme, direttamente e nella misura in cui si è richiesti. Forse il nostro tempo ha bisogno di buddhismo più di quanto non si pensi, ma occorre che sia visibile, che sia sensibile, che sia praticabile. Cerco di comprendere come la somarella zoppicante in Val di Susa insegni a me la pratica della non sopraffazione, come desìderi che le accarezzi il muso e le dia un pezzo di pane secco. Al pari di quelli della somarella mi giungono messaggi, timidi, flebili, ma tenaci, dai giovani che credono nella vita. È lecito, dunque, rinnovare l’invito, a tutti noi, “Cammina Buddha, cammina!”. Sia pace a tutte le creature.

a cura di Gianni Milano

*Immagine liberamente tratta da http://ww.wellnessworld.it

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Intervista su Keplero-11

Il 1.2 Ottobre del 21.8,231, sulla superficie A, zona magnetica neutra, nei pressi della base spaziale B Keplero11-Terra, il nostro inviato Carl Mo ha incontrato ed intervistato il musicista terrestre S.D3.G. La sigla, da lui stesso suggerita, rispetta la sua volontà di mantenersi incognito, peraltro è un artista sconosciuto anche sul suo pianeta, ci è parsa superflua la sua richiesta ma la nostra professionalità c’impone di non svelare il suo appellativo, per quanto insignificante esso sia. La discussione si è incentrata sui Campi onirici (chiamati ‘sogni’ dai terrestri) e sull’unico linguaggio veramente evoluto che abbiamo riconosciuto al pianeta terra, quello della Musica. Per uniformarsi al linguaggio terrestre, Carl Mo ha posto domande simili a quelle dei giornalisti terrestri, anche se meno stupide.

M. Signor D3, prima di entrare nel merito della nostra discussione sulla musica e il sogno, desidero porle alcune domande di carattere informativo. Lei viene da un paese appartenente alla provincia estrema della galassia, come si trova ad esercitare la sua professione in quei luoghi? Non si sente isolato?

D3. Lei mi fa questa domanda, probabilmente avendo notato la mia aria intimorita di fronte alla sconfinata città magnetica in cui ci troviamo ora. E’ vero, io vengo da una provincia terrestre, più precisamente dall’Italia, da una provincia a nord di Milano. Mi creda, dalla provincia italiana nascono molte cose d’estremo interesse. Fino a qualche anno fa chi desiderava fare musica migrava  nelle città, Milano per esempio, pensando di trovarvi grandi occasioni. Molti si sono persi cercando invano affitti abbordabili, abitando faticosamente in porzioni di stanze condivise, dissipando soldi e idee negli happy hour milanesi o nell’affitto di buie, pessime e costose sale prove. Qualcuno, me compreso, comincia a difendere la vita in campagna, silenziosa ed economica: due qualità essenziali per fare musica.

Qui da noi ad ogni giovane Kepleriano viene riservata una stanza creativa, quello che credo lei chiami sala prove..strano che da voi vada affittato un bene di prima necessità!

Effettivamente una sala prove da noi viene catalogata come bene immobiliare su cui lucrare…poco interessa ai proprietari l’attività svolta nei locali.

Veniamo a delle domande più specifiche. Lei ha mai sognato musica? In caso confermativo è poi riuscito a riprodurla?

In anzi tutto vorrei farle notare che il sogno è un evento non pianificabile, proprio come definiva John Cage la musica sperimentale: un evento di cui non si conoscono gli sviluppi.

Conosce John Cage?

Senza offesa, signor D3, noi Cage lo conosciamo bene…è lei che ci risulta sconosciuto.

Ad ogni modo…Forse sognare musica è una sorta di sperimentazione che a volte il cervello umano compie all’interno dell’attività onirica. Si, mi capita di sognare musica, è sempre un’esperienza interessante. Essendo musicista, però, mi aspetterei di sognare musica più spesso, mentre gli elementi musicali che entrano più frequentemente nelle mie sequenze oniriche sono elementi non sonori ma di carattere tragico/organizzativo: strumenti rotti durante un concerto, navigatori fuori uso, parti non studiate a dovere…

Certo parlare di musica ascoltata in sogno, svela tutto un aspetto della percezione musicale piuttosto ignorato. Non si sente con l’orecchio né per mezzo di vibrazioni trasmesse da onde sonore.

In sogno la musica è nella sua più totale astrazione, nella sua materia prima pura e d’altro canto si spiega perché la musica ascoltata da svegli è il mezzo più potente per farci ricordare le sensazioni inconsce. A metà strada tra la musica sognata e la musica ascoltata c’è la musica pensata.

Cosa intende dire?

Per esempio, chi scrive musica è in grado di progettarla senza il reale ed immediato bisogno di ascoltarla. Ho sempre invidiato i compositori, in grado di scrivere ed ascoltare la musica senza sfruttare l’organo dell’udito!

Qui come in molte parti della galassia usiamo chiamare i sogni Campi onirici, per noi è scontato sfruttare quello spazio. Anzi le dirò che questo luogo lo usiamo solo di servizio.

Quale luogo…non capisco…

Questo luogo inteso come ‘il mondo da svegli’. Svegli come siamo io e lei ora, desti. Ad ogni modo, ci racconti di una musica sognata, lo può fare?

Tempo fa ho fatto questo sogno stranissimo: nel giardino di casa mia c’era un albero, tutto particolare, che prendeva il posto di un grande tiglio che c’è realmente. Era un albero simile ad un enorme cespuglio dalle cui foglie provenivano, tramite un alternativo ed improbabile processo di fotosintesi, miriadi di note che formavano un fitto intreccio di melodie il cui insieme pareva un’onda sonora con poteri incantatori. Ad un tratto realizzo che si tratta di una pianta pericolosa, che emette nella fioritura una radiazione acustica, un  suono/veleno che mi attrae come un fiore velenoso attrae l’insetto.

Vede, la musica sognata si mischia con elementi che non le appartengono nella realtà tracciando dei collegamenti davvero metafisici, simili a quelli che sembra facciano gli uccelli unendo punti immaginari con le traiettorie dei loro voli…come dice la canzone Gli uccelli di Franco Battiato. Conosce Franco Battiato?

Francamente no, In compenso qui la teoria delle corrispondenze fra traiettorie dei volatili e concetti di natura matematica e geometrica, è stata da tempo verificata.

Davvero?!

Si, proprio tramite studi effettuati nello spazionirico.

Proseguiamo. Dato che voi terrestri siete così proiettati nel mondo materiale, mi dica una cosa; nel suo modo di fare musica quanto conta il rapporto fisico con gli strumenti musicali e quanto invece il rapporto con gli elementi astratti di cui la musica è fatta.

La musica raggiunge la sua massima  incorporeità nel sogno, mentre la sua generazione nel mondo tangibile è frutto di eventi totalmente fisici…almeno sul mio pianeta. Per questo è interessante il mestiere del musicista. Il musicista è una specie di artigiano; i suoi manufatti si compongono di due metà, una materiale ed una intangibile e che evoca impressioni, emozioni comuni al mondo dei sogni. Questa è la metà che fa della musica un’arte profonda. In poche parole fare il  mestiere del musicista significa lavorare con metodo e con regola, tentando di non perdere l’incontrollabile magia che fa di un’esecuzione seppur imperfetta una bella esecuzione, o di un concerto seppur imperfetto un concerto emozionante.

Ritornando alla musica sognata, quale è l’autore la cui musica si avvicina maggiormente alla musica dei suoi sogni o più semplicemente alla musica che desidererebbe sognare? può indicare un’opera in particolare?

In assoluto John Cage. Ha scritto musica che appartiene decisamente più al mondo del sogno che al mondo ‘sveglio’. In un’intervista del 1988 (citare un’intervista in un’intervista mi fa sospettare di stare sognando) sostiene un’interessantissima questione: da molti Cage non veniva considerato un compositore ed in effetti lui stesso afferma di non sentire la musica nella sua testa, di non guardare verso una direzione come tutti i compositori fanno quando si accingono a scrivere; lui non sentiva nulla in testa perché quello che scriveva doveva essere qualche cosa di non ancora ascoltato, in primis da lui stesso. La musica di Cage, non era orientata all’estetica, alla forma, alla poetica. La musica di Cage era imprevista proprio come funzionano i meccanismi che governano il sogno. Consiglio di ascoltare Double Music, o Immaginary Landscape n°1. Tutti i suoi lavori per percussioni sono onirici.

Tra gli artisti Italiani che sappiamo aver raccolto suggestioni dal mondo dei sogni c’è per esempio il regista Federico Fellini (in questo periodo i suoi film vanno molto di moda sui pianeti di Keplero-11)…

Cavolo certo! Fellini impiegava parecchia musica per calare lo spettatore nel sogno. Satyricon è un film da ascoltare ancor più che da guardare! A tal proposito citerei anche qualche compositore di musica elettronica: provi ad ascoltare Agony di İlhan Mimaroğlu, un brano del 1965, un sogno elettrico…oppure Wave di Tod Dockstader o ancora il meraviglioso Adagio del Concerto per Viola di Andrew Rudin.

Raccolgo le sue indicazioni.

Concludendo vorrei porle una domanda probabilmente meno piacevole ma di estremo interesse: Sappiamo che sul vostro pianeta molta gente è infelice e sappiamo anche che per molti musicisti il processo creativo scaturisce proprio da fragilità, difficoltà, debolezza così come da esse in buona parte dipende la maturazione artistica: è così anche per lei?

Essendo fragile, debole, miope, con l’erre moscia e con un naso gigante (meglio della vostra proboscide però) posso dire, per queste ed altre ragioni più serie, che anche nel mio caso il modo di fare musica è altresì caratterizzato dai miei limiti e dalle mie sofferenze. Per restare in tema, come dimostrato, la musica è un linguaggio del sogno e per questo deduco sia soggetta e carica di tutti i nostri disordini psicologici. La mia maturazione artistica, che non so se mai si completerà, comincia dall’ammettere che il mio far musica per ora si limita a delle prove, dei  tentativi buffi,  raramente riusciti, includenti però attimi significativi. Ma attenzione, la musica non è solamente uno sfogo, una protesta, una reazione alle imperfezioni umane e del mondo, la musica è soprattutto un modo per vivere meglio e dare un significato all’esistenza.

So che la aspettano sulla nave spaziale per Terra, la ringrazio. Torni a trovarci.

Grazie a voi, ecco mi permetto di lasciarle il mio disco, in formato cd…avete lettori cd?

Fortunatamente ho ancora il lettore del mio trisavolo, lo ascolterò con piacere.

 Così lasciamo il signor S.D3.G, mentre si allontana a bordo della navetta che lo accompagna alla scalcagnata astronave per Terra. Poveri terrestri.

 a cura di Sebastiano De Gennaro

*Immagine di  Mœbius, alias Jean Henri Gaston Giraud.
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Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Parte Prima

(ovvero accadde negli anni ’60)

Abiti:
Nel momento in cui iniziò il mettersi in strada, l’abito era riciclato, acquistato di seconda mano: quelli più economici, oltre ai jeans, erano gli abiti militari che, portati da antimilitaristi, assumevano un valore di sfida. In seguito divennero più colorati e vari, quasi abiti di scena, quasi costumi teatrali provenienti da epoche e stili i più diversi, sempre rigorosamente già usati e scambiati. La permuta favorì la creatività. Ci fu poi la stagione degli abiti di foggia indiana, semplici, fuori misura, che ben si associavano, in estate, con i sandali o i piedi nudi ed i capelli lunghi. L’abito fece il monaco, divenendo una seconda pelle comunicante, un elemento di aggregazione e di riconoscimento. Non fu mai ‘divisa’ ( da ‘dividere’) né ‘uniforme’ (da ‘tutti simili ad una forma unica’).

Abominevole:
Ovvero ‘abominable snowman’ ovvero yeti ovvero protagonista d’una mia novella sull’amore. Patrono dell’alto Tibet, Tetto del Mondo, patria di Milarepa, santo buddhista di montagna. A Milarepa è dedicato il mio rifugio di montagna, la mia Big Sur.

Acido:
Ovvero Acido Lisergico ovvero L.S.D. In natura è presente sotto forma di fungo parassita della segala cornuta. Nel medio-evo non erano infrequenti visioni collettive di villaggio! Con la segala si faceva il pane: immaginate un po’! Ma le streghe le bruciavano allora ed oggi. In Italia l’Acido arrivò clandestinamente come goccia su uno zuccherino oppure come goccia su carta assorbente oppure in bottiglietta. A Spoleto, nel 1968, al Festival dei Due Mondi, la Human Family di Londra se ne portò dietro una bottiglietta. A Milano, nell’inverno 1966-67, Andrea D’Anna, amico caro e fratello in scrittura, autore de ‘Il Paradiso delle Urì’, inalberava sul maglione un megabottone in latta nera su cui in inglese e rosso stava scritto ‘Lasciate che lo Stato si Disintegri’. La Libreria Feltrinelli di Milano vendeva bottoni con scritte le più diverse, oltre al simbolo pacifista anti-atomico sulla cui origine si discuteva. Fernanda Pivano suggeriva che fosse un simbolo dei Nativi americani: una freccia spezzata.

Alce Nero:
Sciamano Oglala, cugino di Crazy Horse. ‘Alce Nero parla’ di J. C. Neihardt, in cui lo sciamano racconta la sua visione e la sua vita, uscì per Adelphi nel 1968. “Laggiù, quando ero ragazzo, gli spiriti mi portarono, nella mia visione, al centro della terra, e mi mostrarono tutte le cose buone che ci sono nel cerchio sacro del mondo”. Black Elk accompagnò le genti nelle peregrinazioni indicando loro il compito di riunire le tribù nel cerchio sacro del mondo. Il còmpito è imperativo ancora oggi, più che mai. Il tribalismo federato può dare una risposta alla mancanza di radici, di sacralità, di speranza dei popoli, contro l’arroganza degli Stati e dei Poteri.

Alternativa:
Alternativa a cosa? Dissi: “Oggi essere alternativi significa ‘essere’. Sii. Questa è l’alternativa al non-essere”. Quando, nella fase tarantolata beat, si incontrava qualcuno che poteva entrare nel pantheon capelluto, si diceva: “E’ uno che c’è!”.

Amsterdam:
Terra ‘franca’, punto di approdo di pellegrini da ogni parte di Europa, negli anni sessanta del Novecento. Quando vi approdai, i nuovi argonauti stazionavano accanto al monumento della Resistenza, nella piazza principale della città, accanto al palazzo reale. Qualche volta una signora gentile, la regina madre, dissero che fosse, appariva al balcone e salutava con la mano. L’immagine dei ragazzi accampati sulla piazza ricordava il riposo dei trichechi su coste disabitate. Arrivai ad Amsterdam in autostop con Alberto-Zen. Lui proseguì per Londra. A me la polizia non aveva concesso il passaporto perché avevo una denuncia, da parte del Provveditorato agli Studi di Torino, per possesso e traffico di stupefacenti. Non potevo lasciare il continente. Amsterdam era amabile terra di Provos, delle biciclette bianche, della tolleranza, del Fantasio e del Paradiso. Quest’ultimi erano locali notturni, ‘franchissimi’ nella pur aperta città. Di notte si riempivano di tutto l’underground possibile. Musica, psichedelìa, ‘viaggi’, incontri: una grande fraternità e la garanzia che nessuno ti avrebbe fregato. Poi a dormire lungo i canali con le oche per guardiane. Lasciai Amsterdam dopo aver comprato un utensile per farmi le sigarette ed un giaccone afgano, pesantissimo e puzzolentissimo, col quale percorsi l’Europa nel ritorno al sud. Avevo con me soltanto un sacco-a-pelo ed una borsa di tela militare. Il giaccone, da solo, era più ingombrante di tutto il resto – e l’agosto era caldo!

Anarchia:
Rifiuto del potere, non, invece, lotta al potere. Una risata sotterrerà il Sistema, come dicevano anche i Provos olandesi. Il potere schiavizza chi lo subisce ma anche chi lo gestisce. Potere e proprietà non appartengono alla natura ma alla società umana spaventata e spaventevole. Sono pròtesi, nel tentativo di sostituire una scarsa energia vitale. Francesco d’Assisi era più vicino ai beats nostrani che tanti altri. Ma gli anarchici, nel tempo, hanno sorriso poco. Erano tremendamente seri. I Provos erano anarchici sorridenti. “Provotari di tutto il mondo unitevi!”. Gli anarchici mediterranei erano esperti in addii. Ricordate ‘Addio Lugano bella’? Lugano ha avuto la sua importanza nella storia che stiamo narrando. A Lugano usciva Paria, psichedelico giornale dai lunghi capelli. Portò avanti fino allo stremo delle forze economiche la resistenza alla consuetudine, all’ipocrisia, alla violenza. Anarchici italiani d.o.c. degli anni sessanta furono Valpreda, accusato a torto d’essere un bombarolo responsabile d’un attentato alla Banca dell’Agricoltura in Milano, e Pinelli, pacifico propagatore di idee di libertà e gentile maestro di ciclostile, che, misteriosamente (?) finì la sua vita volando giù da una finestra della Questura di Milano.

Autostop:
Mezzo di trasporto economico e socializzante. I giovani italiani non lo conoscevano né lo praticavano. In realtà i giovani italiani non si muovevano molto e raramente da soli. Mettersi sul bordo di un’arteria molto frequentata con il pollice rivolto in alto ed un sorriso accattivante era autostop. Ma autostop era anche un fatto mentale. Perdere la casa ed aprirsi all’imprevisto come avevano fatto tutti i monaci erranti del mondo: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli dell’aria i loro nidi; ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Matteo: 8,20). L’autostop s’accompagnava alla semplicità e alla povertà. Permetteva di dormire nel sacco-a-pelo sotto le stelle e di incontrare altri fratelli sconosciuti. L’autostop fu lo strumento fondamentale dell’ on the road. L’iconografia hippie è segnata dai capelli lunghi e dal pollice alzato.

Avatar:
Apparizione, discesa in terra, dio incarnato. Le tribù che si formarono lungo le strade, percorrendo spazi e tempi, seguendo ermetici messaggi visionari, proclamando pace ed armonìa, fluidità e gioia, colloquio con tutte le creature e solidarietà attiva, erano, in realtà, un avatar collettivo, una incarnazione della Vita Misteriosa che ha mille nomi e mille immagini, come diceva Ramakrishna, pace.

… continua

a cura di Gianni Milano

ARTICOLI SUCCESSIVI:
Parte Seconda – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettera B
Parte Terza – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettera C
Parte Quarta – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettere D,E,F,G
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