Archivio mensile:gennaio 2013

Grafton Street

400096_541510959193119_96384675_nEra un’insolita, splendida giornata e il sole brillava tra le candide nuvole che scorrazzavano rapide per il cielo sopra la città. Bryan fissava l’arco che segnava l’uscita da St. Stephen’s Green; era uno splendido bambino di cinque anni circa, pieno di lentiggini e con i capelli rossicci. Stringendo tenacemente le mani dei suoi genitori, che erano ai suoi fianchi, camminava lento e curioso verso Grafton Street. La strada era lastricata con mattoncini rossi, probabilmente di terracotta, disposti ordinatamente su file parallele. Ai lati, decine di vetrine si susseguivano come un’immensa, unica finestra sulla città. Affacciandosi, però, si potevano scorgere soltanto hamburger, pietre preziose, abiti da sera o souvenir del posto: niente di così affascinante.

Quello che carpiva l’intera attenzione di Bryan (e soltanto parte di quella dei genitori) erano tutti quei strani personaggi che chiedevano soldi lungo la strada mettendosi in mostra nei modi più vari: c’erano due ragazzini di quattordici o quindici anni che suonavano la chitarra seduti su due amplificatori sgangherati, un ragazzo dalla pelle scura che con movimenti molto fluidi faceva roteare delle piccole sfere di vetro, un tipo davvero strampalato che suonava due cucchiai sulle nocche delle sue mani, mentre delle marionette ballavano a quel ritmo sotto di lui. Grafton Street era costellata di personaggi di questo tipo, che piazzavano i propri talenti in bella mostra tentando di racimolare qualche monetina, probabilmente da spendere in un panino poche ore più tardi. Bryan dedicava a queste persone tutti i suoi sguardi. Se da una parta ne era affascinato e intrigato, dall’altra però ne era come intimorito: queste persone erano tutte molto più alte di lui, lo guardavano dall’alto in basso e questo lo metteva in soggezione; per di più, nessuna di esse sembrava sorridere in modo spontaneo, sembravano tutti delle marionette che partecipavano al grande spettacolo di un Mangiafuoco nascosto da qualche parte, lì dietro.

Mentre continuava a passeggiare, e mentre i suoi genitori guardavano le vetrine, Bryan persisteva fisso con lo sguardo su tutte queste persone, perso in un fiume di persone a passeggio (era sabato pomeriggio). D’un tratto, la sua attenzione fu rapita da due buffi ragazzi, poco più che ventenni che, inginocchiati a terra, parlavano ad un piccolo gruppo di bambini raccolti intorno a loro. Bryan non riusciva a vedere bene dietro a quella schiera di suoi coetanei, ne’ riusciva a capire le parole di quei due ragazzotti: il fatto che però erano in ginocchio lo rese coraggioso e disposto ad avvicinarsi (“Mi piacciono le persone che si mettono alla mia altezza”, pensò). Strattonando le mani dei suoi genitori, si avvicinò e vide che quei due tipi strampalati indossavano dei costumi altrettanto bizzari, pieni di pezze colorate; avevano inoltre un naso rosso, un cappello anch’esso rosso, ed erano circondati di palloncini. Bryan allargò le sue labbra in un ampio sorriso: quei due clown sfornavano le geometrie e le forme più svariate modellando con le mani dei semplici pezzi di plastica – banali palloncini. Dinosauri, fiori, pistole, cappelli, spade.

I bambini intorno sembravano felicissimi, parlavano con i due clown e inscenavano con loro improvvisate battaglie a suon di spade, sentendosi come cavalieri al centro di un racconto epico. Bryan richiese un palloncino a forma di fiore, dal gambo verde e con i petali gialli. Uno dei due clown, di piccola statura e con una folta barba rossicia, volteggiò in aria i due palloncini, e con abili e rapidi gesti li gonfiò servendosi di una pompetta blu per poi, quasi magicamente, trasformarli nel fiore desiderato.

Bryan era il bambino più felice del mondo. Si avvicinò al pagliaccio e, istintivamente, lo abbracciò, dicendogli: “Thank you thank you thank you!”. Sua mamma gettò una moneta da un euro in un sacchetto grigio che raccoglieva i guadagni dei due, e trascinò via il piccoletto proseguendo lungo Grafton Street. Il bimbo strinse di nuovo la mano ai suoi genitori, e camminò con lo sguardo sognante. Dopo qualche decina di metri, si voltò e lanciò un’ultima occhiata a quei due clown, che mai più rivide, e mai seppe che fine avessero fatto.

Perché, a volte, bastano delle piccole cose per rendere felici i bambini, e forse cose ancor più piccole per rendere felici i grandi. Perchè, spesso, i grandi devono mettersi all’altezza dei bambini, se vogliono capirli. Perché, sempre, un abbraccio vale molto più di qualsiasi altra cosa.

Questo racconto è dedicato a Simone Menicocci: solo lui, oltre a me, sa cosa c’è di vero in queste righe. Che il suo spirito avventuriero lo custodisca sempre, in qualunque parte del Sudamerica si trovi ora, e che i palloncini che porta sempre con se possano rendere felici tutti i bambini del mondo.

a cura di Michele Martini

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Mario Benedetti – Te quiero

benedetti«E chi legge più di poesia? Il suo valore esaltante è stato dimenticato! Eppure una poesia può accendere nel petto un calore, forte come quello dell’amore. Una poesia, meglio di tutti i whiskey, meglio del Valium e del Prozac, potrebbe “tirare su”, sollevare l’anima, perché alza il punto di vista da cui guardare il mondo. Quando ci si sente soli ci sarebbe da trovare più compagnia nel leggere dei bei versi che nell’accendere la televisione!»[1]

Partendo da questa riflessione di Tiziano Terzani ho deciso di approfittare di italianspringlab per far conoscere una poesia di Mario Benedetti, scrittore uruguayano scomparso nel 2009. La scelta di pubblicare spesso poesie in questo blog è dovuta a una piccola riflessione (prendendo spunto da Orwell [2]): nell’epoca in cui la grigia economia la fa da padrona, in cui il denaro è assunto come valore universale, lasciarsi guidare dalle emozioni e dai sentimenti è un atto rivoluzionario.

Mario Benedetti – Te quiero

Tus manos son mi caricia
mis acordes cotidianos
te quiero porque tus manos
trabajan por la justicia

si te quiero es porque sos
mi amor mi cómplice y todo
y en la calle codo a codo
somos mucho más que dos

tus ojos son mi conjuro
contra la mala jornada
te quiero por tu mirada
que mira y siembra futuro

tu boca que es tuya y mía
tu boca no se equivoca
te quiero porque tu boca
sabe gritar rebeldía

si te quiero es porque sos
mi amor mi cómplice y todo
y en la calle codo a codo
somos mucho más que dos

y por tu rostro sincero
y tu paso vagabundo
y tu llanto por el mundo
porque sos pueblo te quiero

y porque amor no es aureola
ni cándida moraleja
y porque somos pareja
que sabe que no está sola

te quiero en mi paraíso
es decir que en mi país
la gente viva feliz
aunque no tenga permiso

si te quiero es porque sos
mi amor mi cómplice y todo
y en la calle codo a codo
somos mucho más que dos.

 

Traduzione: Mario Benedetti – Ti amo

Le tue mani sono la mia carezza,
i miei accordi quotidiani
ti amo perché le tue mani
si adoperano per la giustizia

se ti amo è perché sei
il mio amore, la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due

i tuoi occhi sono il mio esorcismo
contro le brutte giornate
ti amo per il tuo sguardo
che osserva e semina futuro

la tua bocca, che è tua e mia
la tua bocca che non si sbaglia
ti amo perché la tua bocca
sa gridare ribellione

se ti amo è perché sei
il mio amore, la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due

e per il tuo viso sincero
e il tuo passo vagabondo
e il tuo pianto per il mondo
perché sei popolo ti amo

e perché l’amore non è un’aureola
né una candida favola
e perché siamo una coppia
che sa di non essere sola

ti voglio nel mio paradiso
vale a dire quel paese
in cui la gente vive felice
anche senza permesso

se ti amo è perché sei
il mio amore, la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due.

a cura di Francesco Lattanzi

[1] da “Tiziano Terzani – Un indovino mi disse”

[2] la frase originale di George Orwell è “nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”

*immagine tratta dalla pagina facebook “Mario Benedetti para leer”
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IL GRANDE LAGO

Il Grande Lago

Il sole illumina la porta ormai sbiadita nel tempo. Sotto l’arco dell’ingresso rimane, quasi a baluardo di una vita passata, una vecchia sedia arrugginita. Accanto ad essa una logora bicicletta, di quelle che oggi chiameremmo da donna, ma che semplicemente appartiene  a una stirpe di umili biciclette largamente diffuse negli anni passati.

Nient’altro rimane a ricordo della folgorante, almeno così egli aveva sempre pensato, vita… una sola sedia, testimone della potenza ineluttabile della vita, corrosa quasi alla distruzione da un elemento che da solo funge da comburente per ogni macchina organica che popola questa terra; una sola bicicletta che non racconta altre storie se non quelle dell’usura. Essa poteva essere di un operaio che si recava ogni giorno in fabbrica, di un commerciante che scendeva alla città solo il fine settimana, di un semplice contadino che ogni mattina soleva alzarsi all’alba e recarsi alle sue colture o, infine, di un povero pescatore che dal paesello si recava alle rive del grade lago per sfidare con la sua astuzia e la maestria tramandata da generazioni, la sorte, per portare a casa quel minimo sufficiente a garantire il suo sostentamento.

Achille questo era, un povero pescatore. Generazioni di pescatori si erano succedute intorno a quella pozzanghera acquitrinosa che chiamavano “grande lago”. Le tradizioni però oggi sono facili a morire ed Achille aveva portato via con se tutta la saggezza di un paese, di un mestiere ormai obsoleto.

Egli aveva utilizzato la sua misera e povera vita ad accumulare nozioni di pesca, di vita e di filosofia, senza però poterle tramandare ad alcuno. Era morto solo, senza famiglia, senza amore e senza eredi. Aveva sempre desiderato sconfiggere la morte con la ragione, ma né il coraggio dato dalle parole di Epicuro, né la triste consolazione di quelle di Montaigne, servirono ad addolcire l’avvicinarsi della decisiva ora.

Se è vero che imparare a vivere, significa anche imparare a morire in quanto i due fatti non sono l’uno l’opposto dell’altro ma la medesima cosa, allora Achille non aveva mai saputo vivere.

* * *

Stancamente egli si trascinava da mesi, sentiva il fardello dell’età, accettava con risoluta rassegnazione il suo stato di inutile peso, senza più neanche la forza per trasportare pochi pesci dalla barca alla sua abitazione.

Erano anni che non saliva sulla sua barchetta, anni che non cercava il momento e il posto adatto, forse lustri da quando dopo l’attenta preparazione non inarcava la canna all’indietro e con un secco e deciso gesto faceva scorrere con un sibilo rassicurante il filo nel mulinello. Eppure nonostante tutto desiderava ancora vivere, anche se non aveva nessuno con cui condividere quella vita, anche se alcuno aveva mai preso un briciolo del suo sapere.

Non era mai riuscito ad essere religioso, ma ora pregava ogni giorno, non per una speranza di redenzione, ma per il desiderio che esistesse veramente qualcosa. Anche la dannazione eterna, in fondo, aveva un sapore dolce, se paragonata all’idea di sparire per sempre. Riteneva che vivere eternamente, anche se tra mostruosi supplizi, fosse una miglior sorte di quella di svanire nel nulla, senza aver lasciato una flebile traccia nel mondo reale, senza che alcun individuo futuro potesse sapere della sua presenza, senza che una minima sua impronta rimanesse eterna almeno nel cuore delle generazioni future.

Quel giorno sedeva davanti all’uscio di casa, triste, rassegnato, avvolto dalla noia, come sempre da innumerevoli giorni. Ma quel giorno c’era qualcosa di diverso, il sole che illuminava i suoi sparsi e candidi capelli aveva una luce nuova, gli metteva in corpo un vigore ormai assopito da tempo. Quella rinnovata forza riaprì una porta che credeva essere per sempre sigillata. Sentì un richiamo lontano, desiderò accendere nuovamente quel polveroso e borbottante motore che tante volte lo aveva trascinato a largo. Si alzò, guardò l’azzurra bicicletta dalla vernice screpolata compagna di tanti viaggi. Avrebbe voluto cavalcarla ancora una volta, ma sapeva che il suo equilibrio non era più fermo e probabilmente non avrebbe avuto la forza di superare la salita difronte alla sua abitazione che si inerpicava tra le vecchie case medievali del paesello. Le ruvide mani afferrarono la sedia e la misero sotto all’arco dell’ingresso. Accanto ad essa Achille poggiò meticolosamente la bicicletta. Subito dopo si soffermò a guardarle ancora una volta con l’affetto nostalgico che solo un vecchio può dedicare alle cose che gli ricordano i tempi andati, e si avviò con passo lento e cadenzato, diretto al grande lago.

Arrivato d’innanzi al compagno di una vita, una lacrima scese sull’arido volto cotto dal sole di mille giornate cullate dalle dolci onde lacustri. Cercò con gli occhi la sua barchetta, e la vide spiccare tra le poche altre. Essa aveva ancora la fierezza e il gusto di un rude strumento di lavoro, che niente delle lucide vernici laccate delle nuove imbarcazioni poteva eguagliare. Si avviò lungo il pontile e salì sulla barca. Con naturali movimenti meccanici e fluidi, scoprì il leggero motore a scoppio. Tutto si susseguiva come in una fase di trance, il rituale ripetuto infinite volte si scioglieva velocemente e quasi senza accorgersene si ritrovò a navigare per le famigliari acque, non captò neanche il crepitio sordo che uscì dal motore né i giri lenti che faticavano a tenere il passo con il ricordo. Per lui quel motore non era la carcassa ferrosa consumata dal tempo, ma il docile gioiellino che lo aveva sempre scortato nelle sue escursioni.

Arrivò al centro del lago spense il motore e assaporò la dolce brezza che gli sparpagliava i  radi capelli. Era di nuovo a largo, era di nuovo vivo, gli ultimi anni di acciacchi e dolori erano lontani, cancellati, era nel suo regno, nel suo habitat naturale.

Si alzò in piedi e gli occhi bruni guardarono lontano la dolce foschia che saliva dalle acque lacustri. Il sole stava oramai scendendo e i riflessi rossastri si infrangevano sullo specchio argentato creando colorazioni sfumate, che gli riportavano alla mente il dolce momento del rientro a casa dopo una giornata di lavoro, quel momento in cui soleva arrischiarsi nel trattenersi un poco di più degli altri perché sapeva che era l’istante più pescoso, l’occasione in più per raccogliere un bottino più ampio.

Mentre pensava a tutto ciò sentì il suo respiro farsi più affannoso, di colpo gli anni scomparsi poco prima, gli ripiombarono addosso con un tonfo ottuso. Sentì un lieve dolore al petto, quelle gambe che stoiche l’avevano sorretto per tanto tempo non rispondevano più al suo volere e crollarono seccamente sotto il suo peso. L’equilibrio lo abbandonò del tutto e si sbilanciò fuori dalla barca. Spruzzi si alzarono tutto intorno e si ritrovò a lottare senza forze contro quel beffardo amico che aveva sempre saputo leggere e dominare. Non voleva andarsene così, non vinto dal suo stesso elemento.

Poi mentre spasimava con il respiro rotto dall’angoscia, pensò che tutto ora aveva un senso. Il suo destino era quello di sparire senza lasciare traccia nel mondo. Così, quel giorno, l’antico compagno lo aveva chiamato a lui, per trattenerlo tra i suoi fondali melmosi in modo da potersi legare a lui e farlo scomparire per sempre, senza che nessuno potesse ritrovare il suo corpo, custodendo gelosamente quella saggezza che racchiudeva. A quel pensiero smise di lottare e si abbandonò soavemente alle scure acque.

* * *

Il giorno seguente lo studente di lettere ritornato al paese per le vacanze pasquali passeggiava lungo le rive del lago, vecchio compagno di giochi, ripensando così alla sua spensierata infanzia. Quando a un tratto vide galleggiare tra le acque una vecchia barchetta a motore. Subito la riconobbe come la barca di quel solitario e simpatico vecchietto che vendeva il pesce alla sua mamma quando lui era ancora bambino. Affrettandosi lungo il pontile notò a distanza che al suo interno giaceva incustodita una giacca marrone. Vedendo ciò si bloccò e tristemente sedette un attimo sul bordo della struttura lignea. Estraendo un coltellino dalla sua tasca incise qualcosa sull’annoso legno. Subito dopo si alzò e corse via.

Un esiguo gruppetto di persone si ritrovò sul pontile richiamato all’attenzione dal giovane studente. Mentre tutti attendevano che riportassero indietro la solitaria barchetta, un bambino che pendeva dalla mano della madre, abbassò gli occhi e lesse queste parole:

Qui giace Achille, pescatore, uomo, concittadino. Il lago fu la sua vita, il lago gli diede la morte e ora è la sua casa eterna.”

testo e immagine a cura di Claudio Papa

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Karma

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Qualcuno preferisce tenere chiusi gli occhi

è loro la scelta, ciascuno fa la propria

gli altri son teste marce, pesci grossi

non sentono il vento, solo lo schermo

vivi sperando e bruci, c’è uno stile ora

la sigaretta mente, non contiene segreti

non è questo ciò che io vi voglio dire

non è questo che io vi voglio dire.

Girano, sanno tanto e pesano il mondo

non trova spazio la natura con le semplici magie

dove i colori colorano i pensieri le idee scorrono

ognuno ha il suo tempo, sarà lezione se vede qui

vicino dentro con uno sguardo costante

muore la rima, parole di fuoco, bruciano

rime e fuoco, rime e fuoco, rime e fuoco

rime e fuoco, rime e fuoco, rime e fuoco.

Una discarica il mondo sacchetto e imballaggio

di grasso si riempie chi occupa i fondi

in cima uno stronzo cerca di superarne un altro

ma che cazzo fa, tornatene a casa

io rivelerò ciò che alle sciochezze da una causa

essere ancora intero, non arrampicarsi sugli specchi

perchè non s’infrangono i vetri, finchè io il mondo, io il mondo vivo.

io rivelerò ciò che alle sciochezze da una causa

essere ancora intero, non arrampicarsi sugli specchi

perchè non s’infrangono i vetri finchè io il mondo, io il mondo vivo.

io rivelerò ciò che alle sciochezze da una causa

essere ancora intero, non arrampicarsi sugli specchi

perchè non s’infrangono i vetri, finchè io il mondo, io il mondo vivo.

traduzione a cura di Vasily Biserov 

Ascolta la canzone “Karma” dei “5’nizza” cliccando qui

 

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