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“If you give me time, I will give you experience”

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La prima volta che ho sentito parlare del MAI (Marina Abramović Instiut) è stata leggendo una rivista patinata in cui si celebrava la partecipazione di Lady Gaga al nuovo progetto dell’artista. L’unico collegamento che al momento mi venne in mente tra le due donne furono le performance al limite del sadomasochismo dell’artista serba,  violazioni del corpo che Umberto Eco annovera negli esempi di “brutto”nella sua “Storia della bruttezza”. Non riuscivo a trovare altro aggancio che potesse avvicinarle, se non quelle pratiche shoccanti alle quali ammicca la cantante Lady Gaga per porre le proprie esibizioni il più possibile al centro della morbosa attenzione del pubblico odierno.

E invece mi sbagliavo.

Alla pagina internet del MAI, mi accoglie un video in cui il volto di Marina Abramović emerge dall’oscurità, dipinto d’oro.

Con la sua voce calda e profonda, il suo inglese dall’accento balcanico, racconta di come le sue origini risalgano alla cultura ortodossa e di come le icone,  presenti nelle chiese ortodosse, l’abbiano sempre colpita per la loro fissità.  Quelle immagini fuori dal tempo, con i loro volti imperscrutabili su sfondi d’oro, hanno fatto emergere il contrasto con l’idea del tempo contemporanea: un  elemento a cui si cerca di sfuggire deformandone in ogni modo  confini e   limiti.

Per questo motivo l’artista ha cercato di creare nel suo istituto un luogo fuori dal tempo, dove per contratto ci si impegni ad affrontare un viaggio interiore. Fa quasi tenerezza la necessità di un contratto per affrontare il silenzio e la solitudine con il proprio io. Penso tuttavia che sia segno dei tempi la necessità di un pur simbolico patto vincolante, per evitare di disattendere la più piccola promessa fatta a se stessi. In un mondo in cui non si fanno più progetti a lungo termine, anche un impegno di sei ore richiede un contratto scritto.

Abramović chiede tempo e  promette esperienza: “If you give me your time, I will give you experience”, dichiara nel filmato promozionale del MAI. Le ore trascorse nel MAI rappresentano infatti un’esperienza edificante che porterà in futuro vivere più intensamente la performance art, indubbiamente forma d’arte difficile da apprezzare senza una formazione dello spettatore.

L’istituto si trova ad Hudson, sul fiume omonimo. Nella visita virtuale ci accompagna l’artista all’interno di quella che sembra essere una fabbrica abbandonata: non uno di quegli ex opifici ristrutturati e pieni di oggetti di design, ma un vero e proprio edificio spoglio e disadorno. Si tratta di un teatro poi diventato cinema, poi campo da tennis comunale coperto e che ora ospita l’ unico luogo al mondo in cui vengono effettuate  e si musealizzano long durational performance.

Dopo aver firmato il contratto si abbandona ogni contatto con la realtà esterna e virtuale: non è possibile portare con sé telefoni o computer di sorta e si indossano delle cuffie, in modo da potersi calare il più possibile in questa esperienza eremitica. Essendo contemporaneamente oggetto di un esperimento e ricercatori, si indossa un camice da laboratorio.

Tra le varie attività che il metodo prevede, le prime sono la camminata lenta e silenziosa, seguita dalla permanenza nella stanza in cui si deve stabilire un contatto visivo con un altro sconosciuto. Credo che in questo l’artista si sia ispirata alla performance del 2010 “The Artist is Present”: nello spoglio salone del Moma Marina Abramovic sedeva a un capo del tavolo in attesa dello sguardo di chiunque avesse deciso di sedersi di fronte a lei, sostenendolo per alcuni minuti. Se all’inizio potrebbe sembrare un’attività banale, non va affatto sottovalutata la difficoltà che lo sguardo dello sconosciuto comporta: guardando l’altro da noi intravediamo le paure insite nel non noto e l’altra persona diventa specchio delle nostre debolezze. Inoltre non va dimenticato che in questa era di superficiali contatti on- line lo sguardo dell’altro si evita il più possibile, trincerandosi dietro a schermi di ogni tipo.

Il percorso continua nella stanza in cui ci si adagia su letti sospesi in aria, ricreando la sensazione della levitazione prodotta dall’assenza di gravità. Sono previste poi diverse ore di performance di ogni genere artistico: danza, musica, visual art, ecc.

Se un ospite si dovesse addormentare, le esigenze del corpo verrebbero rispettate al massimo, al contrario di quanto avviene nella quotidianità, per cui si permetterebbe all’addormentato di esaurire il sonno per poi riprendere il percorso.

Il prezzo è democratico, 75 dollari per l’intera permanenza, in modo da dare la possibilità di partecipare al maggior numero possibile di persone. E in questo intento ho finalmente compreso quale potrebbe essere stata la valutazione di Marina Abramovi nello scegliere un personaggio pop come testimonial del suo progetto. Attraverso il coinvolgimento della cantante e di riflesso dei suoi milioni di ammiratori, Abramovic manifesta il desiderio di aprire il più possibile al pubblico un mondo attualmente chiuso in se stesso e autoreferenziale come quello dell’arte. Se riuscisse in questa ambiziosa iniziativa potrebbe dare la spinta che serve al rinnovamento sia dell’arte sia delle menti dei suoi fruitori e indirettamente del mondo odierno.

a cura di Martina Lattanzi

Sitografia:

http://www.marinaabramovicinstitute.org/mai

http://en.wikipedia.org/wiki/Marina_Abramovic

http://en.wikipedia.org/wiki/Performance_art

Bibliografia:

Storia della Bruttezza, a cura di Umberto Eco, Bompiani, 2007

Filmografia:

The Artisti s Present, regia di Matthew Akers (2012)

Fotografia:

Marina Abramović, Portrait with Flowers, 2009 Photography by Marco Anelli. © 2010 Marina Abramović.

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Mamma, da grande voglio fare il fotografo

Lezione numero 1: cominciare come i grandi

 

Se avete sempre sognato di diventare famosi con la fotografia, potrebbe interessarvi sapere come hanno iniziato a fotografare quelli che famosi lo sono diventati per davvero.

Charles Clyde Ebbets (1905 – 1978, Americano) comprò la sua prima macchina fotografica a soli 8 anni, addebitandola al conto della madre alla farmacia locale (Gadsden, Alabama).

 

Lunch atop a skyscraper (1932) – RCA Building, New York City
© Charles C.  Ebbets

New York Construction Workers Lunching on a Crossbeam

 

Yousuf Karsh (1908 – 2002, Armeno-Canadese), originario dell’Impero Ottomano, all’età di 16 anni venne spedito dai genitori a vivere in Canada da uno zio che di professione faceva il fotografo. Lo zio, tale George Nakash, dopo aver visto il potenziale del nipote, lo mandò a lavorare come apprendista da un fotografo ritrattista di Boston per 4 anni. 13 anni dopo Yousuf Karsh scattò quello che sarebbe diventato il più famoso ritratto di Winston Churchill.

 

Portrait of Winston Churchill (1941) – Cover of Life magazine
© Yousuf Karsh

2. Yousuf Karsh -Winston Churchill

 

Ansel Adams (1902 – 1984, Americano) a 14 anni ricevette in regalo dal padre una delle prime macchina fotografiche low-cost, una Kodak “Brownie”, durante la visita del parco Yosemite. Adams scrisse di quella prima vista della valle del Yosemite: “C’era luce ovunque… Una nuova era iniziò per me”.

Canyon de Chelly (1941) – Arizona
© Ansel Adams

3. Ansel Adams - Canyon de Chelly

Nick Brandt (nato nel 1966, Inglese) dopo il suo viaggio in Tanzania del 1995 per girare il video musicale della canzone “Earth Song” di Michael Jackson, decise di esprimersi con la fotografia, ritenendola più adatta per trasmettere le emozioni dei grandi mammiferi del Serengeti.

 

Elephant Skull (2010) – Amboseli
© Nick Brandt

4. Nick Brandt - Elephant Skull

 

Henri-Cartier Bresson (1908 – 2004, Francese), già pittore surrealista, guardando uno scatto dell’ungherese Martin Munkacsi, prese la decisione di dedicarsi completamente alla fotografia. “Improvvisamente compresi come una fotografia può fissare l’eternità in un istante”.

 

© Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

5. Henri Cartier-Bresson - Squares

Robert Doisneau (1912-1994, Francese) in gioventù studiò litografia (ovvero una tecnica di riproduzione meccanica delle immagini). Iniziò a fotografare a 16 anni. La timidezza inizialmente lo portò a preferire soggetti statici (sassi e ciottoli) alle persone.

 

Bacio davanti all’hotel De Ville (1950)
© Robert Doisneau

34doisneau.tif

Cecil Beaton (1904 – 1980, Inglese) ricevette le prime lezioni di fotografia e di sviluppo delle pellicole dalla sua balia. Era molto abile poi a convincere la madre e le sorelle a posare per lui, e abitualmente mandava sotto pseudonimo queste foto alle più famose riviste di Londra, raccomandando di fatto il proprio lavoro.

Audrey Hepburn – Breakfast at Tiffany’s
© Cecil Beaton

7. Cecil Beaton - Audrey Hepburn

Bert Stern (1929 – 2013, Americano) imparò a sviluppare fotografie ed iniziò a scattarne lavorando per una rivista di New York. Nel 1951 si arruolò nell’esercito Americano, dove venne assegnato al dipartimento di fotografia.

 

Marilyn Monroe: The Complete Last Sitting
© Bert Stern

8. Bert Stern - Marylin Monroe

Mathew Brady (1822 – 1896, Americano) ebbe come maestro di pittura Samuel F. B. Morse (sì, proprio quello del famoso codice Morse), il quale nel 1839 conobbe in Francia Louis Jacques Daguerre. Entusiasta dell’invenzione del dagherrotipo, iniziò a studiare fotografia ed aprì uno studio a New York nel 1844.

 

U.S. President Abraham Lincoln (1862)
© Mathew Brady

9. Mathew Brady - US President Abraham Lincoln

 

Ferdinando Scianna (nato nel 1943, Italiano) sognava di diventare fotografo fin da bambino e lo confessò a padre Baldassarre che gli chiese “E che mestiere è?”

 

Pineddu (1962) – Bagheria
© Ferdinando Scianna

10. Ferdinando Scianna - Pineddu

 

Elliot Erwitt (nato nel 1928, Francese) da ragazzino visse, oltre che a Milano e Parigi, anche ad Hollywood, dove sviluppò il suo interesse per la fotografia. A 20 anni si trasferì a New York dove frequentò lezioni di cinema all’università New School in cambio di lavori di pulizia.

USA. East Hampton, New York. (1983)
© Elliot Erwitt

11. Elliott Erwitt - USA. East Hampton, New York

Quale sarà la vostra prossima mossa? Vi farete regalare una Kodak Brownie? Partirete per un viaggio alla ricerca della rivelazione sul progetto fotografico da intraprendere?

Oppure siete tra quelli con la passione innata, che già in tenera età si dilettavano girando le ghiere degli obiettivi di macchine fotografiche prese in prestito dalle maestre d’asilo? (E ora vi state chiedendo perchè non siete ancora nella hall of fame dell’istantanea :D)

Va bene, lo ammetto, questo è stato più che altro un pretesto per mettere in fila alcuni tra i più grandi fotografi. Iniziando a studiare un po’ di storia della fotografia sono rimasto colpito fin da subito da alcuni di questi celebri inizi.

A volte alla base c’è una volontà ben definita di comunicare un messaggio chiaro, e l’aver individuato nella fotografia il mezzo perfetto per farlo. Che sia la bellezza di un paesaggio o la lenta scomparsa dei grandi mammiferi in libertà, o anche soltanto il desiderio di raccontare l’ambiente in cui si vive nella propria quotidianità.

Altre volte sembra essere la curiosità per lo strumento stesso. Si pensi a quando la macchina fotografica, una scatoletta in grado di filtrare la realtà tramite la lente, l’inquadratura e la scelta dell’istante dello scatto, rappresentava qualcosa di incredibilmente innovativo e di per sè interessante.

Voi come avete iniziato?

a cura di Paolo Fornaseri

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Lingue e cervello

Maksuti-2014-02-12-Lingue_e_cervelloQuali sono i meccanismi che ci permettono di imparare una nuova lingua? Perché alcune persone riescono ad apprendere il nuovo idioma molto più velocemente di altre? Cosa succede nel cervello di un bilingue? Queste sono solo alcune delle domande che affascinano molti ricercatori nel mondo delle neuroscienze. Rispondere a questi quesiti, oltre a saziare la nostra curiosità, potrebbe servirci a capire qual è il modo più efficace per apprendere una lingua… o magari se è il caso di arrenderci ancora prima di cominciare. Studiare un sistema così complesso come il nostro cervello è sicuramente uno dei compiti più ardui che ci siamo assegnati ed è forse ingenuo credere di poter impacchettare nei nostri modelli semplificati il funzionamento di una rete costituita da circa 1011 neuroni [1], ognuno delle quali può connettersi agli altri attraverso 104 sinapsi. Ma questo non deve dissuaderci dal cercare di ampliare la nostra conoscenza e fare buon uso dei risultati che la ricerca produce. Ci possiamo armare di microscopio ed osservare la struttura del singolo neurone o magari sfruttare le creative scoperte dell’ingegneria come l’elettroencefalogramma (EEG) o la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e sbirciare il cervello direttamente in funzione. L’EEG consente di ottenere informazioni sull’attività elettrica del cervello, aiutandoci a capire ad esempio quando il cervello percepisce un certo stimolo, mentre la fMRI fornisce una misura indiretta del consumo di ossigeno nelle varie zone cerebrali, aiutandoci a capire dove avviene l’attivazione. Grazie a questi strumenti e alle notti in bianco di molti ricercatori siamo riusciti a capire, per esempio, che i bambini riescono ad apprendere le lingue con più facilità degli adulti poichè nei primi anni di vita il numero di sinapsi nel cervello aumenta significativamente, per poi stabilizzarsi superati gli 8 anni di età. Questo fa sì che, nel bambino, nuove sinapsi possono essere dedicate alla nuova lingua, senza creare sovrapposizioni con la lingua madre. Degli studiosi dell’università di Lund in Svezia hanno osservato addirittura una crescita fisica del cervello durante l’apprendimento di una lingua straniera [2].

Un adulto invece deve far uso delle sinapsi che sono già presenti nel suo cervello ed adattare la nuova lingua ad esse. Una diretta conseguenza è per esempio che un adulto ha bisogno di regole grammaticali e sintattiche per poter apprendere la nuova lingua mentre un bambino riesce ad imparare le nuove espressioni senza dover tradurre o ricorrere a paralleli con la lingua madre.

Un fenomeno curioso è quello che possiamo chiamare camaleontismo del poliglotta [3]. Questa teoria suggerisce che la personalità del poliglotta cambi a seconda della lingua in cui si esprime. Chi parla più lingue si sente solitamente più sicuro in un idioma che l’altro, pertanto quando torna a parlare la lingua madre acquista più sicurezza e scioltezza. Inoltre, la struttura stessa della lingua può modificare il modo in cui si pensa ed in cui ci si esprime. Chi conosce più lingue sa bene che non è sempre possibile tradurre direttamente da una lingua all’altra e che delle espressioni semplicemente non esistono in tutte le lingue.

Sono diventata bilingue a 5 anni. A quell’età mi ci sono voluti qualche disegno e un po’ di gesti buffi delle mie amichette dell’asilo per imparare ad esprimermi nella lingua di Dante in soli 6 mesi. Magari non proprio come lui. In poco tempo la nuova lingua è diventata la mia lingua, quella in cui riesco ad esprimermi al meglio e che mi fa sentire spavalda e sicura come il camaleonte che ha deciso di sfoggiare il suo colore preferito senza, per una volta, mimetizzarsi. Il fatto di avere entrambi i genitori interpreti, la biblioteca del salotto piena di dizionari e una mamma che potrebbe parlare dei vari ceppi linguistici europei per ore, non ha contribuito a farmi avvicinare alle lingue, anzi, io volevo fare tutt’altro. Prima la pediatra e poi l’ingegnere biomedico. Era divertente però vedere la faccia dei miei amici quando per la prima volta mi sentivano parlare quella lingua strana e sconosciuta al telefono. Dopo tutto ero contenta di conoscere due lingue, senza aver fatto particolare fatica.

In Italia il fatto di conoscere più lingue, oltre a non essere comune, non viene socialmente riconosciuto come un valore particolare. Ad oggi, 6 italiani su 10 hanno dichiarato di sapersi esprimere in una sola lingua [3]. Questo è dovuto principalmente al fatto che non siamo mai esposti ad altre lingue, in alcun modo. Internet sta lentamente cambiando la situazione. Qualche anno fa non avrei mai pensato che le lingue avrebbero potuto interessare anche me. La mia mente razionale mi diceva che dopotutto una nuova lingua non era altro che la stessa informazione detta in un altro modo. Pertanto preferivo sfruttare le mie sinapsi per poter apprendere altre nuove informazioni. Molte cose sono cambiate da allora. Ad un certo punto si è fatta sentire la necessità di imparare l’inglese, seriamente. È stato principalmente questo a spingermi ad andare in Erasmus, in Svezia (lo so che è una scelta curiosa). Detto fatto, in Svezia ci sono andata, tornata e rimasta. L’inglese l’ho imparato e, siccome ci ho preso gusto, ho imparato anche lo svedese. Giusto per aggiungere alla lista un’altra lingua particolarmente diffusa, dopo la mia prima lingua, l’albanese. Tutta la teoria sulle lingue come informazione ridondante è svanita lasciando spazio all’idea che l’unico modo per capire a fondo un’altra cultura è proprio quello di imparare come si comunica in quella cultura, quali parole bizzarre si sono inventanti per esprimere concetti che in italiano richiederebbero una frase intera. Ad esempio il solo verbo “hinna” in svedese significa “riuscire a fare in tempo a fare una certa attività”.

Che fatica però! A 24 anni le mie sinapsi erano belle che formate (viva la grammatica e la sintassi!), per non parlare del mio apparato fonatorio (provate a pronunciare le vocali svedesi ö,ä,å). Il risultato è che ora sono una camaleonte dai quattro colori e personalità. In particolare lo svedese mi ha aiutato a diventare più riflessiva, meno impulsiva e a filtrare via il superfluo (per carenza di vocaboli forse?!). Ma tutto torna, con un’aggiunta di sicurezza e spavalderia quando ho l’occasione di parlare di nuovo in italiano.

Morale della favola: viaggiate, imparate, osate fare errori e rendervi ridicoli! Non ci sono scuse, se non avete tempo o denaro, per il momento, scaricatevi le app “duolingo” e “babbel” e preparate il territorio.

a cura di Elira Maksuti

[1] Williams, R. W., & Herrup, K. (1988). The control of neuron number. Annual review of neuroscience, 11(1), 423–453. [full-text at nervenet.org]

[2] Johan Mårtensson, Johan Eriksson, Nils Christian Bodammer, Magnus Lindgren, Mikael Johansson, Lars Nyberg, Martin Lövdén. Growth of language-related brain areas after foreign language learning. NeuroImage, 2012; 63 (1): 240 DOI: 10.1016/j.neuroimage.2012.06.043

[3] http://www.repubblica.it/scienze/2013/11/07/news/se_parlo_un_altra_lingua_cambio_personalit-70345006/

[4] http://www.euractiv.it/it/news/sociale/5570-eurobarometro-lingue-straniere-6-italiani-su-10-non-le-parlano.html

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Per non dimenticare: «Meditate che questo è stato».

Mostra Chagall il mondo sottosopraQueste mie parole vogliono essere solo un monito, un appello a mantenere viva la memoria, a ricordare quella che è stata una delle maggiori ferite del Novecento: il genocidio di ebrei, zingari, oppositori politici, omosessuali, disabili da parte della macchina infernale nazifascista. Il mio proposito è solo quello di ricordare, di onorare la memoria di tutti quei sommersi e salvati che hanno subito le vessazioni dei nazisti, di ridare un volto a quelle vittime impotenti, sole, abbandonate dal mondo cieco, orbo così da non vanificare quello che è stato e da contrastare quella logica infernale dell’abbrutimento delle persone che mirava a ridurre gli uomini in cose (quasi che questo potesse giustificare le angherie, la morte, l’estrema barbarie). La mia è solo una piccola voce che vuole affermare in maniera perentoria che questo è stato e che non si può, non si deve dimenticare affinché l’ombra folle, brutale dell’antisemitismo, del razzismo non porti di nuovo all’obnubilamento delle nostre coscienze. Oggi non mi propongo, quindi, di scandagliare le motivazioni, le logiche che hanno portato all’orrore dei campi di concentramento o di fare una lista dei responsabili (che sarebbe sicuramente troppo lunga) perché tutti dovremmo sentirci un po’ colpevoli per quello che è stato, tutti dovremmo farci carico di una parte di quest’enorme fardello e combatterlo rompendo la barriera del silenzio, combatterlo con la consapevolezza e con la conoscenza.
Da vessillifera della cultura quale strumento per contrastare l’ignoranza, la chiusura mentale, l’atteggiamento solipsistico, il vaniloquio xenofobo, non posso non fare una piccola riflessione sul ruolo della cultura sia come strumento della memoria, sia come strumento contrastivo delle tecniche di disumanizzazione naziste.
Primo Levi, ad esempio, ne era ben cosciente. Il modello dantesco entra in maniera pervasiva in Se questo è un uomo. Nell’undicesimo capitolo il riferimento a Dante è esplicito, trasparente. Recitare Dante diviene una forma di sopravvivenza per non arrendersi alla perdita di dignità, obiettivo dei carnefici. La letteratura ha una funzione consolatoria, terapeutica, liberatoria. È rifugio e sollievo. Levi cerca di insegnare l’italiano a un suo compagno di sventura Jean, il Pikolo del Kommando Chimico, che lo ha scelto per andare a prendere la marmitta contenente il rancio quotidiano per tutti. Si cimenta nella spiegazione del significato e della funzione della Commedia e si trova a recitare il canto di Ulisse (canto XXVI), ma poi la memoria vacilla. Un verso però è chiaro nella sua mente: «Ma misi me per l’alto mare aperto». Avviene allora l’identificazione con il personaggio Ulisse (archetipo mitico molto usato nella letteratura dei Lager). La poesia fa da tramite tra presente e passato. Il narratore ha però urgenza di volgere alla fine del suo discorso. Capisce pienamente la terzina dantesca:

Considerate la vostra semenza
Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Levi sottolinea l’effetto che ha su di lui: «Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono» (p. 102).
I due segni distintivi dell’uomo, la virtù e la conoscenza, permettono la Mostra Chagall il mondo sottosoprariappropriazione della natura umana. Tramite la poesia il folle volo di Ulisse è compiuto . Si tratta di un messaggio condivisibile da tutti coloro che soffrono, che stanno vivendo un’esperienza liminare, tra l’umano e il disumano, tra la vita e la morte. Levi si fa novello Ulisse: come l’«orazion picciola» dell’eroe greco fu così motivante per i suoi compagni e li rese «aguti», così le parole di Levi ridonano dignità al suo compagno di viaggio. Levi vuole spiegare «qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…». Il non detto caratterizza il finale del capitolo che rimane ambiguo, ambivalente, senza risposta. Ma d’effetto è l’ultimo verso del canto che segna anche la fine del capitolo «Infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso».
L’inferno di Dante torna molto spesso nelle parole dei sopravvissuti. Proprio qualche giorno fa in un’intervista, un sopravvissuto, Alberto Sed, ha preso come punto di riferimento l’autore della Commedia. Ha detto che si può trovare d’accordo con la descrizione del Purgatorio e del Paradiso, ma non con quella dell’Inferno che è «tutta sbagliata»: l’Inferno è quello che ha vissuto lui a quindici anni.
E l’inferno non finisce nel non-luogo Lager: la devastazione vive per sempre nei sopravvissuti, destinati a essere marchiati per sempre, condannati a rivivere continuamente l’esperienza della Shoah e a raccontarla ripetutamente come il vecchio marinaio di Coleridge (The Rime of the Ancient Mariner). Pensiamo a Primo Levi che ne La Tregua racconta che dopo il ritorno continua a sognare di essere di nuovo nel Lager:

È un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. (p. 254)

E il fantasma della Shoah si impossessa degli uomini e infetta tutto, anche gli oggetti. Niente è più come prima. Una testimonianza ci viene dal fotografo di Auschwitz, Wilhelm Brasse, deportato ad Auschwitz dopo l’invasione nazista della Polonia per essersi rifiutato di giurare fedeltà a Hilter. A lui fu riservato un trattamento di riguardo (forse perché ariano) e fu incaricato di fare le foto segnaletiche agli internati. Cercò a suo modo di aiutare i prigionieri, magari dando un pezzo di pane o cercando di conservare un po’ di delicatezza e di umanità in quel mondo disumano. Dopo la fine del conflitto, durante la fuga dei nazisti rischiò la vita per cercare di conservare 40000 foto che testimoniassero la crudeltà, i crimini dei nazisti. Dopo la terribile esperienza, non riuscì più a usare la macchina fotografica perché dietro all’obiettivo non c’erano altro che le atroci immagini del Lager.

Mostra Chagall il mondo sottosopra

Voglio chiudere il mio breve discorso lanciando un’iniziativa: per il giorno della memoria leggete almeno un libro sulla Shoah per cercare di capire il nocumento arrecato a persone la cui unica “colpa” era la diversità. Oggi dovremmo invece comprendere la bellezza della diversità che è ricchezza e valore. Forse l’operazione che vi chiedo di fare è banale e non può esaurire la ricerca della piena percezione del dolore subito dalle vittime del nazismo, ma vuole essere un gesto simbolico, di rispetto verso ciò che è stato, un modo per riaccendere quelle vite soffocate dall’efferatezza umana. Sarà semplicemente un modo per affiancare le sentinelle della memoria, i militanti della memoria nel dire “mai più”.

a cura di Stefania Modano

 

Bibliografia

Primo Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 2005.

Id., La tregua, Torino, Einaudi, 1997.

Sitografia

Pacifici: quei riti macabri non ci spaventano siamo le sentinelle della memoria di Gabriele Isman.
http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/01/26/news/quei_riti_macabri_non_ci_spaventano_siamo_le_sentinelle_della_memoria-76938398/

Il fotografo di Auschwitz. Per ricordare Wilhelm Brasse.
http://www.youtube.com/user/fondazioneperlasca/videos
http://www.youtube.com/watch?v=mh3MdC4AOzg

*Immagini: Marc Chagall – Resistenza, Resurrezione, Liberazione (1937, 1948-52), Parigi, Musèe National d’Arte moderne, Centre Georges Pompidou.
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NEMRUT DAĞI, PATRIMONIO DELL’UMANITÀ

 4961356591_c77da111ef_bHo voluto scrivere questo articolo per far conoscere uno dei “tesori” che il Medio Oriente conserva dell’antichità storica e che per importanza e bellezza è stato riconosciuto dall’UNESCO dal 1987 quale bene protetto e patrimonio dell’umanità[1]: parlo del santuario di Antioco I, sovrano di Commagene, un piccolo stato ellenistico del I secolo a.C.. Tale monumento, posto sulla vetta del rilievo del Nemrut Daği, non solo risulta importante per la sua maestosità e per la ricchezza architettonica e scultorea che lo compone, ma per il suo significato: esso doveva essere un grande santuario funerario e di culto, in cui si fondevano in maniera sincretica e armoniosa religioni dell’Occidente e dell’Oriente. In questo, la tradizione religiosa ellenistica si fondeva e si coniugava con quella dello Zoroastrismo del grande impero persiano, insieme agli elementi medio orientali ed estremo orientali che l’ellenismo aveva messo in comunicazione dopo la frantumazione del grande impero di Alessandro.

Lo hierothesion di Antioco I di Commagene è sito a 2100 m di altezza sulle vette della catena montuosa del Tauro Orientale, nell’area sud-orientale della Turchia. La montagna era visibile anche da chilometri di distanza e sovrastava le altre vette dell’altopiano[2] La struttura realizzata sulla cima della montagna era raggiungibile da vie processionali e consta di tre terrazze scavate nella roccia, di cui due complete, speculari tra loro, poste rispettivamente a nord-est e sud-ovest, e un’altra incompleta posta esattamente a nord. Al centro si erge il tumulo rivestito da ghiaia ricavata dal materiale scavato dalle tre terrazze.

La terrazza orientale, per grandezza e conservazione, è la più grandiosa tra le tre presenti nel sito. Addossato quasi al tumulo, si trova il podio su cui sono poste cinque statue colossali, le quali raffigurano Antioco I e quattro divinità sincretiche della religione ellenica e iranica: Tyche-Commagene, Zeus-Oromasdes, Apollo-Mithras-Helios-Hermes e Artagnes-Heracles-Ares. Accanto a questo gruppo scultorio dovevano trovarsi altre quattro statue, le quali rappresentavano animali guardiani, rispettivamente due leoni e due aquile[3].

Dietro alle statue delle divinità è presente un’iscrizione di 237 linee contenente la ieros nomos di Antioco e in cui vengono citati i nomi delle divinità raffigurate. Essa serviva a sancire la legge contenente gli atti da perpetuare all’interno del santuario al fine di garantirne il culto del sovrano e delle divinità presente[4].

Un secondo podio racchiuso tra le rampe che conducevano al cortile della terrazza conteneva cinque lastre scolpite a bassorilievo fiancheggiate da statue di animali protettori. I bassorilievi mostravano il re che stringeva la mano alle rispettive divinità, dexiosis. Su uno di questi era raffigurato “l’oroscopo di Antioco”: un leone colossale in bassorilievo sormontato dalle divinità di Ares, Zeus e Apollo rappresentate come stelle e quindi raffigurate con Marte, Giove e Mercurio, accompagnate dalla Luna che rappresenta la divinità femminile.

Nel livello del cortile sono presenti due altari posti davanti al complesso colossale e la galleria degli avi, costituita da due file di 2 m di lastre di arenaria, le quali dovevano rappresentare rispettivamente gli avi paterni e materni. Davanti a ogni lastra era posto un altare per commemorare l’avo e dietro era incisa un’iscrizione commemorativa con la titolatura del sovrano Antioco e l’avo rappresentato. In posizione centrale si colloca un grande altare monumentale dove presumibilmente si svolgevano le grandi cerimonie cultuali e su cui dovevano essere poste un rilievo raffigurante il sovrano circondato dalle statue degli animali protettori

Antioco nelle iscrizioni del Nemrut Daği adotta una titolatura particolare, profondamente ricca di significato e che manifesta il suo progetto politico e religioso: Antiochos Theos Dikaios Epiphanes Philorhomaios Philhellen. Tali epiteti attribuiscono al sovrano un grande ruolo poiché si marchia come il ‘divino’, lo ‘splendente’ e il ‘giusto’, amico dei Romani e dei Greci (Elleni).Questo tipo di titolatura è presente in tutte le iscrizioni del complesso.

La sacralità del luogo dello hierothesion traspare dal contenuto dell’iscrizione di ingresso della via processionale della terrazza orientale. In essa il sovrano apre le porte del suo santuario, sotto la protezione degli dei, a tutti gli uomini, per natura uguali, differenti solo per titolo e fortuna. Egli affida a questa stele il monito di comunicare agli impuri o a coloro che covano malvagità di non poter percorrere questa via, protetta dagli dei e dagli eroi beati.

Le divinità presentate risultano essere prodotto di un sincretismo tra la religione ellenica e quella iranico-persiana. Quella principale è Zeus-Oromasdes forma sincretica dello Zeus ellenico e della divinità persiana Ahura Mazdāh. Questa divinità seduta in trono, di maggiore importanza rispetto alle altre, rappresenta la sovranità e in accordo con la coniugazione tra la divinità greca, padre degli dei, e la divinità persiana della religione Zoroastriana, essa coincide con il dominio della sfera celeste, e quindi anche con la regalità.

La divinità Apollo-Mithras-Helios-Hermes si basa sul rapporto sincretico del concetto solare tra le divinità Apollo e Mithras legate tra loro dalla personificazione solare di Helios. Mithra, divinità assunta nello zoroastrismo ha un’origine indiana ed era associato ad Ahura Mazdāh, quale essere di luce incaricato di combattere il male. La mediazione con Hermes è dovuta probabilmente ad Apollo, poiché nell’astrologia orientale quest’ultimo era associato al pianeta Mercurio.

Artagnes-Heracles-Ares è la terza divinità sincretica del Pantheon di Antioco e gli dei di base sono accomunati dal carattere della guerra: Artagnes sarebbe la trascrizione greca della divinità dell’Avesta, Vǝrǝthragna, che nell’assimilazione allo zoroastrismo divenne la divinità della guerra e della vittoria, menzionato insieme a Mithra e associabile all’Ares greco e a Eracle, l’eroe della mitologia greca

Infine, l’ultima divinità rappresentata è la personificazione della Commagene, sotto la forma di Tyche-Commagene. Essa si unisce alla dea fortuna della religione ellenica e ciò è assunto dagli attributi di cui dispone: una cornucopia e un mazzo di spighe e frutta e il capo sormontato da un kalathos. La patria Commagene viene onorata nel pantheon del Nemrut Daği in quanto nutre e protegge il popolo del regno.

Nel pantheon del Nemrut Daği, lo stesso Antioco si inserisce in una forma divinizzata insieme alle altre quattro divinità e con gli attributi della tiara armenica, rappresentativa dell’autonomia e del potere della Commagene, e il barsom. Egli si fa destinatario in tal modo degli stessi onori riservati agli dei e questo rapporto paritario è presente anche nelle stele di fronte al podio delle statue colossali, dove il re stringe la mano della divinità, un gesto rituale forse di origine partica assunto per rappresentare questo stretto legame e la benevolenza e l’aiuto concesso dagli dei ad Antioco.

Il pantheon dello hierothesion era soggetto a festeggiamenti religiosi descritti nel nomos, inciso nel retro del podio colossale. In questa epigrafe furono trascritte le modalità di festeggiamento e le prescrizioni dettate dal sovrano: le celebrazioni nel santuario avvenivano in due giorni particolari dell’anno, il genetliaco del re, coincidente con il giorno consacrato a Mithra, e il giorno di ricorrenza della sua incoronazione. Questi festeggiamenti della durata di due giorni si celebravano nello hierothesion e in altri luoghi della Commagene. Se i festeggiamenti ufficiali si svolgevano una volta l’anno, i sacerdoti del santuario dovevano perpetuare tali cerimonie ogni mese.

Altro elemento fondamentale del culto istituito da Antioco è rappresentato dalla galleria degli avi: in essa erano rappresentati su due file gli avi paterni (15) e materni (17), con ai due capostipiti Dario il Grande e Alessandro Magno. Il culto degli antenati è presente nella tradizione dei regni ellenistici, ma la versione peculiare che crea Antioco risulta avere influenze iraniche, in particolare armene, poiché in tale culto egli non dà omaggio a un singolo avo, bensì all’intera dinastia

Il progetto religioso di Antioco attraverso tutti questi elementi si presenta come un atto sincretistico tra elementi della tradizione ellenistica ed elementi della tradizione iranica, armena, partica e persiana. Tutto ciò crea in Commagene un nuovo pantheon che incarna le ideologie di entrambe le tradizioni creando qualcosa di nuovo: il legame era rappresentato dall’elevazione del sovrano a figura divina. Ciò era giustificato non solo dalla sua legittimità a regnare, ma soprattutto dalla doppia radice dinastica onorevole a cui faceva riferimenti: la discendenza dalle due grandi stirpi, quella achemenide di Dario il grande, e quella macedone di Alessandro Magno. Erede di due radici e incarnazione della tradizione culturale di due popoli avevano lo scopo di coinvolgere tutta la popolazione mista del regno in modo che tutti i sudditi, greci e persiani, si identificassero in questi nuovi dei e con la Commagene.

a cura di Salvatore Ficarra


[2] Friedrich Karl Dorner, Nemrud Dag, in Enciclopedia dell’arte antica, classica e orientale, 1963, Vol 5. Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana: 409-413.

[3] Donald Hugo Sanders, et. al. (a cura di), Nemrud Dağı : the hierothesion of Antiochus I of Commagene : results of the American excavations directed by Theresa B. Goell, 1996, Eisenbrauns, Winona Lake (IN, USA).

[4] Margherita Facella, La dinastia degli Orontidi nella Commagene ellenistico-romana, 2006, Giardini editori e stampatori in Pisa, Pisa.

 

*immagine liberamente tratta da klearchosguidetothegalaxy.blogspot.it
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Buona visione (fino alla fine)

endPerché accendere subito le luci? Per tutti quelli per cui andare al cinema è un culto, vi prego, aspettate la fine del film per accendere le luci.

Ma qual’è la vera fine del film? Quando sentiamo un personaggio recitare l’ultima battuta, o quando l’occhio della telecamera ci regala l’ultima panoramica, o forse il taglio dell’ultima scena? A questo punto, incoraggiati dalle luci accese, tutti si alzano e se ne vanno, ma c’è ancora qualcosa: i titoli di coda. Per alcuni di noi, infatti, i titoli di coda sono parte integrante di un film, quindi perché non rimanere, se non a leggerli, almeno a guardarli? Dopo l’ultima scena c’è il lato oscuro del film da rivelare, il dietro le quinte da mostrare, dove tutto è scritto, bianco su nero. La fine del film è la fine della pellicola, quando non c’è più niente da proiettare, quando lo schermo torna ad essere bianco. A quel punto possiamo alzarci.

È facile accorgersi dei titoli di testa, le luci sono spente, ormai sei seduto e sei pronto a rimanere così per la successiva ora e mezzo, è facile leggere i nomi degli attori principali, del regista, del direttore della fotografia e del produttore esecutivo quando compaiono sovrapposti alle prime inquadrature. Gli stessi nomi poi li ritrovi nei titoli di coda, ma trovi anche tutti i poveri primo assistente del regista, secondo assistente del regista, supervisore alla produzione, direttore artistico, scenografo, cameraman, assistenti del cameraman, addetto ai cavi, carrellista, attrezzista, microfonista, elettricisti eccetera eccetera che hanno lavorato alla realizzazione del film. É giusto rendere merito anche al loro lavoro, invisibile a noi spettatori, ma così indispensabile.

E poi c’è la colonna sonora e le locations, siamo curiosi di conoscere i titoli delle canzoni che abbiamo sentito e i luoghi dove sono state girate le scene. O forse siamo un po’ pigri, perché spesso quelle poltrone sono così comode e avvolgenti e c’è un non so che di rilassante nel veder scorrere dal basso verso l’alto quelle parole una dietro l’altra sullo sfondo nero, abbandonarsi alla musica che le accompagna. Rannicchiati su quella poltrona pensiamo velocemente a tutta la storia, tiriamo le somme per capire se il film ci è piaciuto o no, i più sentimentali si chiedono perché la loro vita non è come quella del protagonista del film.

Che sia una forma di curiosità, di pigrizia o di devozione all’arte, rimaniamo seduti un altro po’. É come se il regista nel finale dicesse: questo era il mio film, mi auguro che vi sia piaciuto. Titoli di coda.

a cura di Francesca Agabiti

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C’est Nous

Mi piacciono i cosiddetti “classici” per il gusto che provo nel riscoprirli. Sono libri di cui abbiamo già un’idea, generalmente, anche senza mai averli presi in mano, i cui titoli, autori, trame a grandi linee ci sono noti fin dalla più tenera infanzia. Il problema fondamentale relativo a questo tipo di letteratura “canonizzata” è, a mio parere, il fatto che il nostro approccio con essa è totalmente sbagliato. Spesso siamo convinti che la lettura di queste opere sia impossibile quando non è accompagnata dalla spiegazione del professore, dal saggio critico corrispondente o dalle note a piè di pagina. E’ ovvio che contestualizzare il testo ci aiuti a comprenderlo fino in fondo, ma secondo me questa concezione ci allontana moltissimo dal semplice fatto che, in fin dei conti, se sono diventati così famosi sono prima di tutto bei libri. La parola libro fa meno paura di grande capolavoro della letteratura francese dell’Ottocento, e suona molto meno noiosa. Perciò, ora mi appresto essenzialmente a parlare di un libro che racconta di una certa signora Bovary, che per diverse ragioni non riusciva ad essere felice. Ma prima di leggere il testo sappiate che ho saltato l’introduzione del traduttore, la nota bibliografica e trenta pagine dal titolo “Per leggere Madame Bovary”. Sappiate che non ho mai letto nient’altro di Flaubert e che non ho mai studiato la letteratura francese. Parlerò quindi esclusivamente da lettrice, riappropriandomi di un ruolo delegittimato, a volte persino deriso.

Riassumere la trama in poche righe è abbastanza semplice. Emma Rouault, da bambina, ha letto troppi libri. Finisce per sposare Charles Bovary, medico di campagna sempliciotto che va a dormire con un fazzoletto intorno alla testa. Il matrimonio delude Emma sotto ogni aspettativa, così come le relazioni extraconiugali e la nascita della figlia. Non arriva mai alla completa soddisfazione dell’immagine della vita e dell’amore che si era costruita. E’ piena di una noia incontenibile e irrisolvibile. “Aveva voglia di viaggiare, oppure di tornare in convento. Voleva morire e, nello stesso tempo, andare a stare a Parigi.” Il finale non lo svelo, magari qualcuno lo conosce già. Come vedete, i riassunti, come le antologie, appiattiscono e banalizzano. Una fiction di Canale 5 potrebbe benissimo avere la stessa trama. Perché, dunque, nel 2012 e a vent’anni vale la pena di leggere Madame Bovary?

Perché comprendere un personaggio del genere nell’era del consumismo dei sentimenti è una bella sfida. Molti con cui ho parlato e a cui il libro non è piaciuto chiamano Emma “stupida” nella sua infelicità, stupida perché non reagisce e fa ben poco per cambiare le cose. Per quanto mi riguarda trovo che un personaggio pigro e incapace di essere felice sia attualissimo.

Perché se riesci a non spaventarti della forma in cui è scritto puoi scoprire cose incredibili. E’ proprio quando cominci a stancarti della prosa ampollosa dell’Ottocento che ti rendi conto di colpo di essere anche tu immerso in quella Rouen così poco parigina, nel quartiere dei teatri e delle prostitute. E se guardi bene all’angolo di quella via potresti anche intravedere Emma che corre verso l’albergo per incontrare il suo amante.

Perché la noia di Emma è la noia dei nostri tempi, quella che ci spinge a uscire il sabato sera anche quando non ne abbiamo voglia. Quella che viene a chi è cresciuto tranquillo nel benessere costruito dai suoi genitori.

Potrei andare avanti a lungo elencando le mie ragioni, ma in realtà sono tutte riassumibili in una frase pronunciata da Flaubert stesso: “Madame Bovary c’est moi”. Madame Bovary sono io. Per contestualizzarla dovremmo parlare del processo di immoralità che subì l’autore e di molte altre cose, ma questa è un’altra storia. Qui voglio soffermarmi sul significato letterale, perché leggendo la trama in pillole sembra impossibile riuscire a immedesimarsi  in una borghese francese dell’Ottocento, ma vi assicuro che non è così, e che Flaubert, con il suo c’est moi, si rendeva perfettamente conto delle potenzialità di catarsi dell’opera che aveva scritto.

Io sono Madame Bovary quando sogno la bella vita delle attrici di Hollywood.

Io sono Madame Bovary quando cammino per Bologna, incontro un ragazzo sconosciuto e immagino che sia un poeta.

Sono Madame Bovary quando mi innamoro per passare il tempo e scambio le persone per ciò che non sono.

E voi, quando vi svegliate la mattina con quella sensazione indefinibile di attesa, quella voglia di novità senza nome, e che andate a letto sperando nel domani…beh, anche voi siete Madame Bovary, anche se ancora non lo avete letto. Anche se non lo leggerete mai.

a cura di Sara Brayon

*Immagine liberamente tratta da http://ddotb.wordpress.com
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Cammina Buddha, cammina!

“Colui che non distribuisce ciò che ha ammassato,
avrebbe un bel meditare, rimarrebbe senza virtù.
Colui che non trae la propria contentezza da se stesso,
accumula solo per arricchire gli altri.
Colui che non signoreggia il demone dell’ambizione,
non trova che rovine e conflitti nel suo desiderio di gloria.”

(Vita di Milarepa – Adelphi, Milano 1966)

Anche se noi stiamo fermi ed inerti, la Terra continua a girare ed il firmamento muta d’aspetto. La nostra persona è instabile frutto di interconnessioni mutevoli ed il tempo è un tapis roulant che ci modifica costantemente. Non ha, quindi, molto senso il ripiegarsi su se stessi, in una rituale ripetizione che rischia di scivolare nelle abitudini, nelle coazioni a ripetere. L’invito rivolto a ciascuno di noi che è, intrinsecamente, Buddha, a camminare, suona come incoraggiamento a porsi sulla strada, avendo come meta ciascun istante e ciascun luogo. Credo che ogni gesto ‘santo’ inviti un fiore a germogliare, là dove il piede si è posato. Lo sapevano i nostri vecchi, contadini, che ci spingevano rudemente fuori dalla porta, stimolandoci al cammino. Poiché chi non fluisce vive nell’inganno.

Nel mio vagabondare, lento, con molte soste e molti incontri, ho potuto constatare come esista, indefinito, un popolo giovane, che ha in sé la spinta al Dharma, vissuto inconsapevolmente, ogni giorno, come fa il filo d’erba che cresce dalla terra. Intorno a questi trepidi camminanti si ergono strutture massicce, violente e impenetrabili, che producono dolore ed ignoranza, ma se ci si fa piccoli si trova un pertugio, sempre, per superare gli ostacoli, per arrivare al valico e discendere nella valle. Questi giovani, d’età o di spirito, chiedono di fare, di essere nelle realtà. Chiedono un fare nonviolento, comunitario, solidale e gioioso. Si mettono in rotta di collisione con i carri armati, con la potenza del denaro, con l’arroganza istituzionale. Si preoccupano delle creature che soffrono, degli animali sterminati, delle foreste decimate, della Terra intossicata. Piantano tende ora qua ed ora là, per parlarsi, per scoprire una fratellanza, per far fluire energia dall’uno all’altro. Chiedono d’essere istruiti e accolti. Testimoniano in prima persona la speranza. Non desiderano essere inquadrati e per questo evitano le religioni dogmatiche alle quali si chiede di rendere ossequio. Ignorare questo pullulare di vita può significare che il Buddhismo, qui ed ora, non si ossigena, “non distribuisce ciò che ha ammassato”, non assume i colori ed i calori della gente in cammino.

Quando lessi per la prima volta il Kim di Kipling rimasi colpito dalla figura del lama tibetano, che andava alla ricerca del Fiume salvatore, e dalla strada, dal pellegrinaggio. Kipling illustrava la molteplicità umana che formicolava sulle grandi vie dell’India e ben esprimeva la sofferenza di cui ogni creatura era impastata. Il monaco camminava, le creature umane ed animali camminavano, il tempo camminava. Ognuno realizzava il suo pellegrinaggio, a piedi o su carri. Qualsiasi tratto di strada era occasione di benedizioni. Nel romanzo di Kipling si viene a sapere che fu il Fiume a porsi, scorrendo, ai piedi del monaco stanco. Giunto il tempo, l’opera fu compiuta: lontano dai monasteri del Tibet e dalle nevi himalajane, in mezzo al chiasso, al movimento ed al calore dell’India. Conosco giovani, cresciuti nella cultura occidentale, che frequentano l’università o lavorano, soli nella loro ansia, nell’aspettativa di pace. Frugano il mondo come cani da tartufi. Cercano la pista. Praticano pellegrinaggi. La loro ricerca è buona e povera. Ignorano le dottrine, seguono un dharma naturale. Credo che i messaggi siano nell’aria e si impregnino dei dolori quotidiani delle creature. Penso che i messaggi si rendano maggiormente visibili nel momento in cui avviene un coinvolgimento operativo e divengano annunci positivi, comprensibili e fruibili, fuori di schema e liturgia. Per questo motivo invito i buddhisti a seminare i percorsi con bandiere di preghiera, ad insegnare come far muovere la ruota, ad offrire strumenti per la convivenza, per l’interconnessione. Nella quotidianità degli atti e dei detti, nella compassione e nell’ascolto, nella condivisione attiva percorro il Grande Sentiero ed offro ospitalità, ricambiato in ricchezza spirituale e psichica, a coloro che vanno. Scrissi: “Quando ci si mette per sentieri, o prima o poi ci si incontra”.

La malattia dell’Io, chiuso nella sua torre, è rinfocolata dalla mancanza di dialogo, dall’assenza di incontri. Scendere per strada, con i più giovani, con gli imprevedibili e non conformisti (il divenire Buddha da parte di Siddharta non fu un atto di totale anticonformismo?), per spartire assieme voglia di cambiare e pane, compassione ed opere, sembra a me, aduso alla schiettezza della gente di montagna, un modo di spargere il seme, direttamente e nella misura in cui si è richiesti. Forse il nostro tempo ha bisogno di buddhismo più di quanto non si pensi, ma occorre che sia visibile, che sia sensibile, che sia praticabile. Cerco di comprendere come la somarella zoppicante in Val di Susa insegni a me la pratica della non sopraffazione, come desìderi che le accarezzi il muso e le dia un pezzo di pane secco. Al pari di quelli della somarella mi giungono messaggi, timidi, flebili, ma tenaci, dai giovani che credono nella vita. È lecito, dunque, rinnovare l’invito, a tutti noi, “Cammina Buddha, cammina!”. Sia pace a tutte le creature.

a cura di Gianni Milano

*Immagine liberamente tratta da http://ww.wellnessworld.it

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Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Parte sesta

(ovvero accadde negli anni ’60)

Paranoia:
Termine molto diffuso in tempi, e tra tribù, che paiono oggi sogni di nuvole. Indicava l’atteggiamento aggressivo o difensivo di molti inquilini della Terra. ‘Andare in paranoia’ era l’opposto dell’ ‘andare in samadhi’. La cravatta che premeva sul gozzo era l’opposto dei corpi nudi sui prati. La disciplina era il flagello che obbligava maschi e femmine a stare eretti: mi spezzo ma non mi piego. A volte una fumata gestita male poteva mandare qualcuno in paranoia: nemici dappertutto, terrore ed angoscia dilatavano le pupille. Ma c’era sempre una guida, uno che non fumava, a ricondurre il malcapitato da un volo sgangherato al calore del gruppo. Il bisogno di successo e di dominio erano cause di paranoia. Quelli così rigidi si aiutavano sovente con prodotti chimici, le famose ‘pasticche’ di cui parla Guccini in ‘Dio è morto’: amfetamine per accelerare e superare: cazzate!

 

Paria :
Casta di intoccabili in India. Nella Svizzera del cioccolato e delle banche fu invece il nome dell’ultima rivista capelluta in lingua italiana. La pensò, la amò e la produsse, assieme ad elfi cosmopoliti, Antonio Rodriguez Pariananda. Il ritorno della cultura del piombo avvelenò l’aria ed anche quei fogli coloratissimi, scritti a mano, gioco-libertà, non poterono più respirare e sparirono in attesa che nuovi Mago Merlino possano ridare voce alle Voci.

 

Pellegrino:
Così dice Tukaram: “Cammina verso Pandhari, cammina,/ fatti pellegrino, fatti”. Dice Deleury: “Tukaram fu un grande pellegrino tanto che il gruppo religioso che egli fondò fu chiamato dei ‘Pellegrini’. Uno dei termini più impiegati in India per indicare un gruppo religioso è Panth, che significa via, strada: fanno parte della medesima strada coloro che seguono il medesimo cammino verso la liberazione. L’uomo comune chiama i pellegrini col nome di ‘inghirlandati’: si riconosce, infatti, il Pellegrino dai grani di basilico con cui si adorna”. (Psaumes du pèlerin – ed. Gallimard, 1956)

 

Pianeta :
Quello che noi auspicavamo era un Pianeta organico, pacificato al modo del ‘Cantico delle Creature’ di Francesco d’Assisi. A Milano nacque nel 1968 un Pianeta tutto particolare, il ‘Pianeta fresco’, a cura di Fernanda Pivano ed Allen Ginsberg con il contributo di Ettore Sottsass e di tutti i viandanti che passarono dalla casa di Nanda. Ne uscirono due numeri, distribuiti a mano da dolci e bionde naiadi. Vi pubblicai un saggio sul Buddismo Mahayana. La rivista, psichedelica e difficile, rimase un prodotto ineguagliato nel panorama delle pubblicazioni non ufficiali e autorizzate. I fogli underground erano cavalli selvaggi: difficili da addomesticare ma con vita estremamente breve. Eccezione fu Stampa Alternativa che pur non provenendo dalle Tribù ospitò le voci le più disparate, disperate e profetiche.

 

Pistoletto:
Pittore e curatore di giardini psichedelici. A Torino aprì la sua arte, la sua casa e la sua amicizia, con la sua compagna Maria, alla nomade psichedelìa di strada. Nacque lo Zoo, gruppo fantastico, amorevole e creativo, che produsse per alcuni anni performances che segnarono il panorama artistico del tempo. Collaborai con Michelangelo e Maria per un certo periodo. In alcuni casi insufflai un po’ dello spirito tribale. Ricordo, in particolare, la performance ‘L’Uomo ammestrato’ a Vernazza nel 1968, mentre a Praga i carri armati sovietici, guidati da mongoli perché non vi fosse possibilità di dialogo, presidiavano piazza Venceslao. Nel lavoro si raccontava, appunto, il rifiuto di farsi ammaestrare e le amare conseguenze, quando questo avveniva. In piazza, con giro del cappello. Soggettivamente era il tentativo di portare avanti un’azione in contesti per me inconsueti. Pistoletto dirà e scriverà che quell’operare gli ricordava più la tribù che l’arte.

 

Pitecantropus:
Il ‘Pitecantropo eretto’: l’ultimo verso-urlo d’un mio poemetto del tempo della soffitta. Divenne il nome della prima casa editrice underground in Italia. Vi pubblicarono sette poeti con nove volumetti. Ebbe l’onore d’essere denunciata nell’autunno del 1967 e di essere processata. Furono assolti i quattro poeti in tribunale, incriminati per scritti contrari alla pubblica decenza.

 

Pivano:
Ovvero Nanda. Per me fu Ananda Nanda, grande gioia. Ci fece conoscere la scena beat americana. Ci accolse nella sua casa. Ci avvolse nelle sue premure. Molti dei protagonisti del tempo devono riconoscenza a Nanda. Con Allen Ginsberg produsse ‘Pianeta Fresco’. La casa a Milano di Nanda fu un ritaglio di pace nel grande kaos del tempo. Ma era ancora nulla. Attentati, anni di piombo, leggi speciali, confermarono quanto avessimo ragione, profeticamente, noi e Nanda nell’essere pacifisti e non-violenti, offrendo la nostra nudità come unica ricchezza.

 

Povertà:
Che è quella cosa per cui vai a comprarti vestiti di seconda mano al Balôn di Torino, in un negozio dove vendono abiti militari, robusti ed indistruttibili, compresi i sacchi-a-pelo in dotazione all’esercito americano: in culo all’Esercito! Ed anche quella cosa per cui non sai dove andare a dormire e di certo dormi d’estate sulle panchine quando sei fuori dalla tua città e mangi quando hai i soldi che magari, come succedeva in piazza Duomo a Milano, ottieni con la questua. Povertà come stato. Ma anche povertà come rifiuto del superfluo e della proprietà, come valore e come scelta. La denutrizione conseguente lavorò sulle gengive, sanguinanti come Dracula in trasferta. A Parigi, nel 1966, si mangiavano baguettes, svuotate della mollica per usarle come recipienti, e fagioli in scatola. Ad Amsterdam mangiai per poco in un ristorante cinese: montagne di riso. Fu facile, quindi, lo sciopero della fame nel giugno 1966 ed utile il non andare dal parrucchiere. Quando fui denunciato per la pubblicazione di ‘Guru’ con la Pitecantropus ebbi due avvocati (correva l’autunno 1967 e nell’agosto dello stesso anno Allen Ginsberg era stato denunciato, e poi assolto, per scritti osceni, a Spoleto, al Festival dei Due Mondi). Non avevo di che pagarli. Mi risulta che pittori amici intervennero con loro opere. Grazie.

 

Presidente:
Per antonomasia è il(i) Presidente(i) degli U.S.A. Nella storia recente ricordiamo Kennedy, Johnson, Nixon. Il primo lanciò la parola d’ordine della ‘nuova frontiera’, aprendo la prospettiva a grande speranze. Fu ammazzato. Il secondo è ricordato in rapporto al Viet-nam sul quale scaricò napalm e defoglianti. Il terzo, ex-attore hollywodiano, per un ritorno dell’Amerika a sistemi che si pensavano superati. Sparì dalla scena politica per una questione di fondi illeciti. Al nome di Nixon venne mutata la grafìa. Al posto della ‘x’ si sostituì la svastica.

 

Provos:
Ílare tribù di folletti bianchi olandesi. Nati in un contesto strettamente amsterdamiano contro la malevolenza e l’assurdità del sistema occidentale proposero e vissero la provocazione per smontare la presunta razionalità sociale, le biciclette bianche furono farfalline amorose lungo i canali di Amsterdam, per ridare fiato al Pianeta l’occupazione creativa di case vuote evitarono che la città assomigliasse sempre più a un teschio con orbite prive di vista. Incontrai attivamente i Provos nel 1966 a Parigi e poi nell’inverno a Milano ad un congresso anarchico.

 

Psiconauta:
Viaggiatore dell’anima: Ve ne furono tanti e di tanti indirizzi. Alcuni andarono in oriente a cercare un luogo dove l’anima respirasse più liberamente, altri andarono in alto sulle montagne, altri penetrarono in mandala di comunicazione, altri ancora cercarono nel cerchio magico delle tribù il filo dell’anima perduta.

 

Pubblicazioni :
Tante, precarie, clandestine, fatte a mano, ciclostilate, eliografate (come Tampax, foglio kilometrico eliografato pensato e composto da Giulio Tedeschi nei primi anni ’70). Una legge assurda ed obsoleta pretendeva che una pubblicazione dovesse avere obbligatoriamente un direttore responsabile iscritto all’albo dei giornalisti!!! Alla faccia della libertà di stampa e di espressione! Persino i volantini dovevano portare in calce l’indicazione dello stampatore. Nonostante la censura ed i sequestri, anche in Italia vi fu un grande pullulare di fogli, la cui vita, di solito, non superava i tre numeri. Siccome per un ‘numero unico’ non v’era l’obbligo della registrazione, si superava l’ostacolo cambiando per ogni numero l’intitolazione. Il boss di ‘Stampa Alternativa’, Marcello Baraghini, giornalista, prestò il suo nome a molte pubblicazioni underground. Grazie. Per il resto bella democrazia!, in nome della quale si castrava il canto e l’espressione.

 

Santo:
Ovvero l’Holy holy holy di Ginsberg. Il termine ‘santo’ si applica a tutto ciò che è, creato, creatura, creatore perché riposano tutti nel dolore e la consapevolezza li purifica. Santa è la vita e santa è la morte. Raccontava Fernanda Pivano che Allen Ginsberg alla fine di una sua lettura di ‘Kaddish’ in una chiesa battista in America scese dal pulpito e toccando tutto ciò che trovava, cose, uomini e donne, continuò a salmodiare Santo Santo Santo. Con questo significato ‘I Nuovi Santi’: mio poemetto, causa di un processo.

 

Sesso:
Nell’immaginario cattolico-borghese una realtà che ‘purtroppo’ c’è e porta verso l’inferno. Lo si può esorcizzare, il sesso, facendo dei figli. Certo bisogna fare all’amore, certo c’è piacere ed orgasmo, certo ci sono liquidi seminali…
Maria, madre di Gesù, non ebbe bisogno di tutto ciò per fare un figlio. Verginità della donna come supremo valore. Gli uomini, invece, al casino. Il sesso enfatizzato e ingigantito. Tutti i falli erano enormi e li si misurava a spanne. Le vagine, invece, almeno a leggere i graffiti sui cessi maschili, erano orizzontali come bocche. Nessuno aveva letto ‘I gioielli indiscreti’ di Diderot. Nessuno rideva. Ci si prendeva enormemente sul serio. La masturbazione faceva diventare ciechi ed era meglio al buio completo fare all’amore, quando lo si faceva! Le cabine in spiaggia avevano il foro del voyeur e solo Brigitte Bardot sembrava allegramente dichiarare che essere sessuati è bello (ma i suoi film erano vietati ai minori). La censura tagliava, tagliava. I sessi cadevano, cadevano. Ciò che fece scattare la denuncia ed il processo per ‘Guru’ fu l’uso di parole indicanti parti sessuali o affini. Eppure i bambini continuarono a venire al mondo, non sotto al cavolo, non portati dalla cicogna. Misteri della cultura italiana negli anni sessanta!

 

 
Tribù:
Agglomerazione umana che si proponeva come alternativa allo stato anonimo ed oppressivo. La tribù era formata da persone che liberamente si sceglievano avendo passati e speranze in comune. Molto influì la storia dei Nativi Americani. Nelle tribù, agli inizi c’era un leader ( a Torino, nel 1965, ve n’era uno che chiamavano Gesù e portava una lunga, fluente, parrucca rossa). In seguito il leader sparì e rimase soltanto il bardo, il poeta-sciamano. Da noi scattavano ricordi indigeni, quelli dei Celti, popolo malinconico che amava la natura, amava raccontare, amava la poesia.

 

Visione: 
Intuizione colorata, dono, adesione alla non-divisione, superamento dell’Io parcellizzato e parcellizzatore. Le grandi visioni non ci indicano una meta ma che siamo da sempre giunti. Ci dicono che il nostro destino è ‘essere’. Quando ‘sentiamo’ fortemente la visione, allora, come dicono i maestri zen, “il vecchio uomo torna a casa”. Stimoli a percepire visioni furono immagini, erbe, pratiche, letture, incontri, devozioni, che misero in crisi la struttura rigida e difensiva del nostro Io, armato di civiltà e di pregiudizi.
a cura di Gianni Milano

Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Parte quinta

(ovvero accadde negli anni ’60)

Happening:
Accadimento, azione, testimonianza, comunicazione, coinvolgimento, gioia, dolore, corpo, ‘anch’io ci sono’: irripetibilità del miracolo, impossibilità dei ruoli, non il dire ma il fare. L’happening è la più semplice forma di espressione democratica e popolare. “Liberiamo i teatri, liberiamo le strade”, in ‘Paradise now’ invitava Julian Beck.
I Sotterranei:
Pargolo di Jack Kerouac che uscì in Italia nel 1960 e che in un modo tutto suo, attraverso il liquido sostegno della non-appartenenza e della diversità, mi condusse alla strada e alla ricerca, mi condusse al dharma e fece delle mie lacrime monete per il trasbordo nelle visioni. Vorrei ricordare una mia poesia dedicata a Kerouac, che inizia “mi fa male (e e e) l’amore piccolo amore mio / quando mi stringe forte il forte amore mio”.
Immagini:
L’immagine è un mandala. Concentra e/o produce concentrazione. Dalle ‘riserve’ della psiche che via via si apre uscirono mandrie di immagini, come bisonti risorti. Inoltre, superate le barriere del tempo, nelle libere praterie della fantasia e dell’immaginazione tornarono ad incontrarsi, in maniera naturale, le immagini di culture e di epoche diverse, in una girandola di fuochi artificiali, di effetti speciali e di stimoli che fino ad allora raramente l’arte aveva realizzato. Immagini colorate. Omaggio ai colori, acidi, violentemente difformi: grazie a mister Pennarello! E poi i fumetti. Anche nell’italica penisola i fumetti furono passaporti d’emozioni. All’inizio gridarono a tutti che eravamo sessuati ed i genitali divennero protagonisti, non più galeotti nei cessi ma giocosi ed ìlari, picareschi , ribaldi e sgocciolanti. Poi i fumetti gridarono contro le ipocrisie ed i poteri e infine aiutarono i tribali a rendersi conto della dolcezza e della bellezza della loro scelta. Il Popolo Tribale offriva su un piatto al Pianeta l’energìa vitale che le società storiche avevano sovente dimenticato. Perché non ricordare i morbidi hippies e i folletti e le naiadi e gli Spiriti della Natura usciti dal pennino psichedelico di Matteo Guarnaccia?
Musica:
Ci fu quella ‘azzurra’, delle visioni, delle meditazioni, del ‘fumo’ (‘un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo’: affermazione profetica?). Ma ci fu anche una musica ‘oggettiva’, che fece da colonna all’andare. Bob Dylan, Joan Baez, Beatles e poi i Rolling Stones, più incazzati degli altri. In Italia coloro che più onestamente cercarono di scavare nel letamaio della musica indigena ufficiale furono i Nomadi con i testi iniziali di Guccini. Bob Dylan, miagolante parole di cui non si conosceva il significato ma che erano viatico, chitarra ed armonica, al viaggio fu certamente un importante compagno di strada. Joan Baez, bellezza latina, intrepida e non-violenta introdusse temi e consapevolezze forti nella ricerca dei ragazzi del tempo. I Beatles aprirono l’anima alla giocosità e malinconia della mente bambina, furono gli adepti del Grande Buffone dei Pellerossa delle pianure americane. Lo ‘Yellow Submarine’ portò le menti ad una consapevolezza acuta. Il film dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole perché credo rappresenti una epopea di viaggio che segue quella di Omero e di Dante.
Natura:
Amata non ideologicamente ma alla maniera dei Pellerossa: ricordate Alce Nero. La natura non concepita come contenitore dell’umanità ma come realtà di cui l’umanità è parte non separata. Sentimento panico non utilitaristico, come quello degli antichi pittori cinesi che si dilettavano a dipingere una foglia, un caco, un rio, una nuvola, un uccello e, magari, assai piccolo, anche un uomo su una barca sotto la pioggia. Onore a Lao-tze. Meno onore a coloro che della natura hanno fatto elemento di potere e di speculazione.
Om:
Sillaba germinale nella tradizione induista e porta per la meditazione nei mantra buddisti. Facile sentirla salmodiare nelle più svariate occasioni, anche durante manifestazioni per la pace. Il mantra più salmodiato, almeno da me, fu ‘ Om mani padme hum’. Ebbi la fortuna di ricuperare un disco con registrazioni di musica buddhista tibetana. Il mantra è d.o.c.

a cura di Gianni Milano

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Parte Prima – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettera A
Parte Seconda – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettera B
Parte Terza – Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettera C
Parte Quarta- Quando la luna si apprestava a divenir nuova – Lettere D,E,F,G
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